Ora di Religione a scuola. Patrimonio culturale europeo


di Giorgio Nadali

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E’ presente in 22 Paesi d’Europa. In 10 di questi è obbligatoria. Contribuisce a capire la società e la cultura che ci circondano. L’Italia la vuole perché riconosce il valore della cultura religiosa e tiene conto che i principi del cattolicesimo fanno parte del patrimonio storico del popolo italiano. Insomma, è l’ora di religione a scuola. Non l’ora dei cattolici (e nemmeno dei credenti), non una succursale del catechismo, non una stranezza italiana o un’ingerenza del Vaticano nella scuola laica italiana. In Svezia e nei Paesi Bassi è obbligatoria, senza possibilità di esonero. Un servizio nella scuola, legato alla cultura e alla storia del proprio Paese. L’Italia vede sempre più alunni stranieri nelle scuole. Alunni che – proprio per integrarsi – hanno bisogno di comprendere meglio la cultura che ha fondato l’Italia e che la permea. La cultura cattolica. E poi – non c’è vera cultura senza religione. E’ possibile essere atei, ma è dura essere ignoranti. Era d’accordo anche un sociologo ateo come Durkheim: “Non esistono popoli conosciuti senza religione. La religione ha dato vita a tutto ciò che è essenziale nella società”.

Nessuno si sognerebbe di eliminare i 59 giorni di vacanza legati al Cattolicesimo. Esattamente 56 festività in meno di quelle esclusivamente laiche  presenti sul calendario. Anche le 52 domeniche provengono dalla cultura cristiana. La domenica è il dominus die, cioè “giorno del Signore”. In russo addirittura la parola domenica significa “risurrezione”. воскресенье.  Solo nei Paesi cristiani è un giorno festivo e di riposo. Nessuno vorrebbe togliere le croci “greche” verdi sulle farmacie o quelle dalle autoambulanze. E nemmeno la grande croce presente sul palazzo più statale d’Italia. Il Quirinale. Allora, l’ora di religione deve rimanere così com’è adesso. Già prevede nei suoi programmi la storia delle Religioni. Un insegnamento laico e slegato dalla Chiesa non è possibile da quando sono state chiuse in Italia le facoltà statali di teologia. Correva l’anno 1861.  Ma non sarebbe nemmeno corretto. Se è la cultura cattolica quella di in gran parte ha fondato l’Italia, allora chi vigila sull’insegnamento della materia deve essere formato e reso idoneo dalla Chiesa cattolica. Con buona pace di laicisti e non cristiani e anche dei fratelli non cattolici.

Ciò non significa che non siano previsti nel programma insegnamenti legati alle altre Confessioni cristiane e alle altre Religioni. Ma si sa. Uno degli sport nazionali italiani – oltre al calcio e alla giustizia colabrodo – è fare figli senza educarli. Meglio passare un’ora in giro per i corridoi o uscire di scuola quando nevica per poi rientrarvi alla fine dell’ora di religione, piuttosto che avere appreso qualcosa in più sulle religioni e essersi confrontati con i propri compagni e l’insegnante. Non preoccupano sono solo i fondamentalismi islamici. C’è il vuoto assoluto del fanatismo ideologico di chi – di fatto – insegna ai figli che la cultura religiosa è decisamente meno importante di Facebook e del Grande Fratello.  Sempre meno studenti – grazie ai loro genitori – la pensano come Paolo Mieli: «Io non sono cattolico, la mia famiglia è di origine ebraica e quando ero a scuola, trentacinque anni fa, ero esonerato dall’ora di religione. […] Da quel momento [l’incontro con un insegnante di religione cattolica capace], per i successivi cinque anni (i due anni del ginnasio e i tre anni del liceo), io rimasi, per scelta, a tutte le lezioni di religione e questo dialogo, a volte puntuto a volte condotto in spirito di franchezza e onestà, non un dialogo compiacente, è stato un momento fondamentale della mia vita. Io ero, appunto, un non credente che invitato a partecipare a quell’ora la sceglieva volontariamente, a differenza di tutte le altre ore di scuola. Le altre ore di scuola le facevo perché ero tenuto a farle, perché la famiglia mi obbligava a farle, perché dovevo crescere, dovevo diplomarmi, dovevo prendere la maturità e poi laurearmi. Quell’ora, invece, me la sceglievo, per cui nella storia della mia giovinezza l’ora di religione è l’ora della scelta, l’ora della libertà, l’ora del confronto, l’ora della crescita».

Il ministro dell’Istruzione Francesco Profumo  ha detto: «Credo che l’insegnamento della religione nelle scuole così come è concepito oggi non abbia più molto senso. Nelle nostre classi il numero degli studenti stranieri e, spesso, non di religione cattolica tocca il trenta per cento. Sarebbe meglio adattare l’ora di religione trasformandola in un corso di storia delle religioni o di etica». Quello che non ha molto senso sembra invece dare ad intendere che l’Italia non abbia una sua cultura fondante – come del resto è per tutti i popoli della Terra dato che non esistono popoli non religiosi – e che questa è basata sul Cattolicesimo. Una proposta del genere equivale a dire eliminiamo le domeniche e – perché no – anche il Natale, perché musulmani o ebrei d’Italia non si riconoscono in queste feste… E dire che Profumo è stato ex presidente del CNR… Una carica che presuppone intelligenza nel senso letterale del termine. Saper leggere dentro le cose e i fatti.

Ragione senza fede e fede senza ragione sono i due lati della medaglia dell’integralismo.

L’Ora di Religione in Europa
Paese Normativa Modalità Confessione di riferimento Materia alternativa Statuto dell’insegnante Note
Austria BGBL 190/1949;
modificato da BGBL 329/1988
obbligatoria con facoltà di esonero cattolica nessuna statale con idoneità ecclesiastica
Belgio leggi nel 1959; 1988; 1997 obbligatoria con scelta alternativa cattolica, ebraica, ortodossa, islamica, protestante etica non confessionale regionale con idoneità ecclesiastica o statale maggioranza (60%) di insegnamento cattolico
Cipro art. 110 della costituzione;
legge 12/1965
obbligatoria con facoltà di esonero ortodossa nessuna statale con idoneità ecclesiastica
Danimarca leggi statali obbligatoria con facoltà di esonero insegnamento non confessionale nessuna statale con laurea teologica statale
Estonia legge del 1993 obbligatoria con facoltà di esonero insegnamento cristiano ecumenico religioni comparate statale
Finlandia legge del 2003 obbligatoria con facoltà di esonero insegnamento protestante luterano etica statale
Francia nessuna;
Alsazia – Lorena: cattolica
cattolica in Alsazia – Lorena nessuna statale in Alsazia – Lorena
Germania costituzione del 1949;
legislazione affidata ai singoli stati federali (land) in collaborazione con le comunità religiose;
in alcuni stati, concordati tra stato e comunità religiose
diritto alla partecipazione all’insegnamento, se questo è offerto e se la partecipazione non è in contrasto con il volere della comunità religiosa responsabile;
in alcuni stati, partecipazione obbligatoria con facoltà di esonero
una qualsiasi delle religioni praticate sul territorio federale
(attualmente sono offerti insegnamenti buddisti, cristiani, ebraici e islamici)
etica, filosofia, “Lebenskunde” (cognizioni di vita) statale con giuramento alla costituzione e abilitazione della relativa comunità religiosa Eccezione: Brema non riconosce la collaborazione costituzionale fra stato e comunità religiose e impartisce un insegnamento statale obbligatorio (con facoltà di esonero) di “Storia della Bibbia”; in alcune scuole anche “Principi Islamici”, etica o filosofia
Grecia costituzione 1975 obbligatoria con facoltà di esonero ortodossa nessuna statale con studi teologici statali
Irlanda art. 42 della costituzione facoltativa cattolica nessuna abilitazione e idoneità ecclesiastica
Italia nuovo concordato 1984;
dpr 751/1985
facoltativa cattolica studio assistito;
studio libero;
nessuna
statale con abilitazione e idoneità ecclesiastica
Lettonia legge 1995;
accordo 25/10/2002
opzionale luterana, cattolica, ortodossa, battista, ebraica etica idoneità ecclesiastica
Lussemburgo intesa 1997 opzionale luterana, cattolica, calvinista etica idoneità ecclesiastica
Malta legge 1991;
accordo del 25/3/1995
obbligatoria con facoltà di esonero cattolica nessuna idoneità ecclesiastica
Paesi Bassi leggi statali;
riforma 1999
obbligatoria non confessionale nessuna
Polonia concordato;
legge 15/3/1998
opzionale cattolica, protestante, ortodossa, ebraica etica idoneità ecclesiastica
Portogallo concordato 1940; 1975 opzionale cattolica etica idoneità ecclesiastica
Regno Unito Education Act 1944; 1988 obbligatoria con facoltà di esonero insegnamento comparativo con priorità alla tradizione cristiana nessuna statale con studi teologici statali
Repubblica Ceca nessuna discussione sull’introduzione
Slovacchia legge 14/11/2000 opzionale cattolica etica idoneità ecclesiastica
Slovenia nessuna discussione sull’introduzione
Spagna costituzione 1978; concordato 1979 opzionale cattolica, protestante, ebraica, islamica nessuna idoneità ecclesiastica
Svezia leggi statali 2000 obbligatoria approccio ‘oggettivo’ nessuna statale con studi teologici statali
Ungheria legge 79/1992; 4/1990 opzionale religioni tradizionali nessuna idoneità ecclesiastica

Allarme rosso. I giovani hanno smarrito il senso di colpa. I genitori hanno sbagliato


di Giorgio Nadali

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   I ragazzi hanno smarrito il senso di colpa e la paura dei castighi. Una volta quando un professore entrava in classe rappresentava l’Istituzione. Per governare una classe bastava il proprio ruolo. Una volta. Oggi i ragazzi non danno più alla scuola un significato etico istituzionale. E’ un luogo di socializzazione, di servizio, in cui ogni tanto si può anche prestare attenzione a ciò che l’Istituzione offre. Tutta colpa dei genitori – afferma Gustavo Pietropolli Charmet –  presidente dell’Istituto di Analisi dei Codici Affettivi “Minotauro” e  docente di Psicologia Dinamica all’Università di Milano – al convegno dei docenti di religione cattolica tenutosi domenica 24 ottobre a Milano. Il bambino è stato considerato naturalmente buono, non tabula rasa sulla quale costruire una istanza etica che possa tenere a bada gli istinti e che crei il senso di colpa e la paura di castighi. Si è creduto troppo che un figlio possa imparare per amore.

    Il senso di colpa è diventato un tabù un mostro da esorcizzare. Si dimentica che è il segnale di allarme di ha ancora una coscienza. Allarme rosso – quello sì- quando questa non dà più segni di vita.   

   Il risultato è quello di avere giovani che hanno smesso di sentirsi in colpa, che non hanno paura di castighi – se questi vengono comminati non provocano l’effetto desiderato.  I genittori hanno scollagato le regole dai valori. Oggi per i ragazzi è giusto solo ciò che è bello. Estiticità e eticità sono unite nelle loro coscienza. La sfida dei prossimi anni – dice Pietropolli Charmet – è quella di rimotivare gli studenti, di rimettere la relazione all’interno dell’istituzione scuola. Come? Organizzare i curricula, non le classi. Aule per le materie e non per le classi. Lo studente cambia aula a secondo della materia. Diminuire l’importanza del gruppo classe e insistere sull’importanza della disciplina. E’ l’istituzione, non lo studente che deve creare il gruppo solidale. Senza relazioen i contenuti non passano. Professore – chiedo – come favorire negli adolescenti una morale autonoma (basata sulla coscienza dei valori) e non una morale eteronoma (basata sulla paura di una punizione)? E’ davvero convinto che rimettere nei giovani la pura della punizione crei in loro una morale autonoma? Un ritorno al passato?  

    Per un adolescente una cosa giusta deve essere anche bella Questo è molto legato all’ambiente socio cultuale. Un conto è la paura del castigo, un altro conto è la paura di perdere gli affetti e di perdere la faccia. Oggi viene considerato un affronto l’essere smascherato. E’ un dolore narcisistico. Se la bellezza del sè è più importante della perdita dell’oggetto di amore, allora il lutto amoroso, la sconfitta, l’amore sono vissuti come ammaccature del proprio sè. E’ inaccettabile il non essere importanti agli occhi dell’altro. Se il genitore alimenta troppo l’ego del figlio, allora questo si sente più importante dell’istituzione. In sostanza – per Pietropolli Charmet – cari genitori, avete fatto dei vostri figli un mostro di egocentricità e narcisismo ai qualivalori sociali, regole e rispetto per l’istituzione vanno stretti.  

   Oggi la mente del gruppo giovanile –  che  si trasforma in “banda” – crea valori individuali per il singolo. Per il ragazzo è molto più importante l’essere accettato dai propri coetanei nel gruppo che rapportarsi con l’istituzione, in particolare la scuola. Bisogna portare il gruppo dalal propria parte, prima che si sposti troppo dalla parte dell’adolescente. E adesso non meravigliatevi se i ragazzi se ne infischieranno di voi e delle istituzioni della società e se sentiranno dentro di loro che tutto è permesso al loro ego smisurato. Qualche no e qualche sberla di più  non avrebbero proprio guastato.  

Giorgio Nadali

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La scuola del fare


di Giorgio Nadali

Il mondo cambia troppo velocemente per strgli dietro. Dobbiamo stargli davanti. Valentina Aprea cita il Premier durante l’incontro con Mariastella Gelmini alla festa nazionale del PdL al Castello Sforzesco di Milano. Questo è lo spirito della riforma. Bisogna trarre dalla scuola ciò che serve alla vita, senza dare un pezzo di carta – il diploma – che non rende più autonomi i ragazzi. Così il Ministro – che prosegue. E’ la scuola non del centro destra, ma della gente che lavora. Se la suola perde la vitalità di cambiare la condizione sociale, non va. Se vogliamo una scuola per lo sviluppo, dobbiamo puntare sulla qualità. E’ la qualità della didattica che fa la differenza. Non si può trattare allo stesso modo buoni e cattivi insegnanti! E parte l’applauso. Non è possibile che nella scuola avanzi solo per scatti di anzianità. Altro applauso. Lo stipendio per gli insegnanti che scaldano la sedia e per i buoni insegnanti non può essere lo stesso. Il Paese si è dimenticato degli insegnanti in questi anni, considerandola una professione tra le tante. Non si può chiedere più dirigenti scolastici  senza che questi abbiano effettivo potere. La scuola avrà 1 miliardo di euro all’anno. 10.000 i nuovi insegnanti e 6000 posti in più per il personale ATA. Un concorso per 2800 nuovi dirigenti scolastici. Questo è il governo della riforma, non dei tagli. E’ aumentato il numero degli insegnanti di sostegno. Classi sovraffollate? Sono più le classi con 12 alunni che quelle con 32. Abbiamo il terzo debito pubblico mondiale. Non possiamo permeterci di sprecare. Non ci si deve scandalizzare se per una volta non si buttano via i soldi. Tenere in ordine i contri pubblici è il più bel regalo che facciamo alle nuove generazioni. Dicendo di assumere tutti i precari non si fa qualità, ma consenso politico. La vendita di illusioni la lasciamo alla sinistra che dopo vent’anni scopre il problema del precariato. La sinistra ha prodotto posti di attesa nelel graduatorie, non posti di lavoro. Un sistema basato sul sindacato e sulla autoreferenzialità piò aiutare le giovani generazioni? I giovani sono le vittime designate di una politica che ha messo in ginocchio il Paese. L’integrazione non si fa facendo credere che venire nel nostro Paese voglia dire avere solo diritti e non avere doveri. Chi viene nel nostro paese deve essere disponibile ad accettae le regole che una società si dà per la propria sopravvivenza. A scuola e l’università è l’ambito in cui si vede meglio il fallimento della sinistra.  Così conclude tra gli appalusi la brillante avvocato trentasettenne bresciana, autrice della riforma per una scuola di qualità ed efficianza. Avvocato, non avvocata. Per il vocabolario Treccani Avvocata è solo la Madonna. Ma per una scuola seria i miracoli non servono. Ci basta un ministro con le…qualità giuste. Lo abbiamo. Era ora.

Giorgio Nadali

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L’odio laicista contro il Crocefisso


CROCIFISSOdi Giorgio Nadali

Il crocefisso dà fastidio ai laicisti. Non ai laici. E ancora una volta la scuola e i ragazzi sono usati come strumento politico dai nemici della religione. I laicisti, appunto. Una signora –  Soile Lautsi Albertin, cittadina italiana originaria della Finlandia, che nel 2002 aveva chiesto all’istituto comprensivo statale Vittorino da Feltre di Abano Terme (Padova), frequentato dai suoi due figli di 11 e 13 anni, di togliere i crocefissi dalle aule in nome del principio di laicità dello Stato. Dalla direzione della scuola era arrivata risposta negativa e a nulla sono valsi i successivi ricorsi della Lautsi. Oggi la corte europea di Strasburgo le ha dato ragione. Ma la signora dimentica che la croce è presente anche sulla bandiera nazionale della Finlandia – suo Paese di origine – insieme ad altri 17 Stati. Tutti laici. Ma non laicisti. Una concezione sbagliata della laicità. La laicità distingue il potere politico dall’autorità religiosa, ma non rinuncia ai simboli culturali del proprio Paese. La laicità è invece l’odio contro la religione, per cercare – nei Paesi cristiani – di ridurre la Chiesa nelle chiese. E’ anche un fatto di ignoranza, dato che non è possibile in nessuno dei 194 Stati del mondo separare cultura, storia, religione e società. E naturalemente non è possibile eliminare i loro simboli. La croce rappresenta il fondamento della cultura che ha fondato i Paesi occidentali. Per questo la Corte Costituzionale si era pronunciata così:   «Il crocifisso è simbolo di tutti i martiri, al di là della fede religiosa».

La decisione sui crocefissi presa dalla Corte di Strasburgo “non è vincolante” per gli Stati membri dunque “resteranno nelle aule”. Lo ha detto Silvio Berlusconi. A decidere, prosegue il premier “è una commissione del Consiglio d’Europa cui partecipano molti Stati che non sono nell’Ue”. Dunque la sentenza “non è vincolante e non c’è alcuna possibilità di coercizione per il nostro Paese”. Il governo ha dato mandato al ministro Frattini di fare ricorso. Tutte le forze politiche parlamentari si sono espresse in difesa del crocefisso.

“Penso che su questioni delicate come questa, qualche volta il buonsenso finisce di essere vittima del diritto. Io penso che un’antica tradizione come il crocefisso non può essere offensiva per nessuno”. Così il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, arrivando nella sede della Commissione Europea, ha commentato la controversa sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo. Tutto il Pdl si mobilita contro la decisione della Corte Europea. «La presenza del crocifisso in classe non significa solo adesione al cattolicesimo dice Vaccarezza (Pdl)- ma è il simbolo della nostra tradizione. Il crocefisso è un patrimonio civile di tutti gli italiani, perchè è il segno dell’identità cristiana dell’Italia e anche dell’Europa.E’ un simbolo che, oltre al valore intrinseco, rappresenta la nostra storia, la nostra cultura e la nostra essenza più pura di Italiani. Cancellare i simboli vuol dire cancellare una parte di noi stessi, negare i presupposti stessi su cui si è fondata l’evoluzione della nostra vita. Sottolineare la laicità delle istituzioni è un passaggio ben diverso da questo, volto a mio parere alla completa negazione del cristianesimo. E’ un errore drammatico fare dell’Europa uno spazio vuoto di simboli, di tradizioni, di cultura».

«La sentenza della Corte Europea di Strasburgo è fortemente ideologica e non è certamente condivisa dal sentire comune. Se continua su questa strada temo che l’Europa si allontani dalla gente». Così ha affermato il presidente della Cei e arcivescovo di Genova, Angelo Bagnasco che ha ribadito la critica della Chiesa alla sentenza della Corte Europea per i Diritti dell’Uomo sui Crocifissi nelle scuole. Il cardinale Bagnasco ha sottolineato come «una decisione del genere, oltre ad essere sbagliata nel merito, non risponda al sentire del popolo».

«Il Crocifisso», ha dichiarato commentando la sentenza della Corte europea padre Federico Lombardi, direttore della Sala stampa vaticana, «è stato sempre un segno di offerta di amore di Dio e di unione e accoglienza per tutta l’umanità». «Dispiace che venga considerato come un segno di divisione, di esclusione o di limitazione della libertà. Non è questo, e non lo è nel sentire comune della nostra gente». Ma se questo è vero, sarà allora innanzitutto interesse della Chiesa evitare che il crocifisso – simbolo di «unione e accoglienza» – sia interpretato come «segno di divisione»

Non è difficile scorgere il crocifisso nelle aule di giustizia, nelle carceri, negli ospedali, nelle caserme, nelle stazioni di Pubblica Sicurezza e in molte scuole. L’ex presidente Ciampi osservò: “A mio giudizio, il crocifisso nelle scuole è sempre stato considerato non solo come segno distintivo di un determinato credo religioso, ma soprattutto come simbolo di valori che stanno alla base della nostra identità”. E ricorda: “Non a caso il filosofo laico Benedetto Croce intitolò un suo saggio Perché non possiamo non dirci cristiani”.

L’esposizione del crocefisso nei luoghi statali è tuttora regolata dall’art. 118 del regio decreto del 30 aprile 1924, n. 965 (Ordinamento interno delle giunte e dei regi istituti di istruzione media), nella parte in cui includono il crocifisso tra gli «arredi» delle aule scolastiche impone la sua esposizione in ogni scuola e nei tribunali.

“Chiunque rimuove in odio ad esso l’emblema della Croce o del Crocifisso dal pubblico ufficio nel quale sia esposto o lo vilipende, è punito con l’arresto fino a sei mesi o con l’ammenda da 500 a 1.000 euro”. Non è ancora legge. E’ l’articolo 4 della proposta di legge riguardante le “Disposizioni per disciplinare l’esposizione del Crocifisso in tutti i pubblici uffici e le pubbliche amministrazioni della Repubblica” presentata il 31 maggio 2006 dal deputato veronese della Lega Nord Padania, Federico Bricolo.

Bricolo sostiene che “Non si ritiene che l’immagine del Crocifisso nelle aule scolastiche, o più in generale negli uffici pubblici, nelle aule dei tribunali e negli altri luoghi nei quali il Crocifisso o la Croce si trovano ad essere esposti, possa costituire motivo di costrizione della libertà individuale a manifestare le proprie convinzioni in materia religiosa.

Risulterebbe inaccettabile per la storia e per la tradizione dei nostri popoli, se la decantata laicità della Costituzione repubblicana fosse malamente interpretata nel senso d’introdurre un obbligo giacobino di rimozione del Crocifisso; esso, al contrario rimane per migliaia di cittadini, famiglie e lavoratori il simbolo della storia condivisa da un intero popolo.

Cancellare i simboli della nostra identità, collante indiscusso di una comunità, significa svuotare di significato i principi su cui si fonda la nostra società.

Rispettare le minoranze non vuole dire rinunciare, delegittimare o cambiare i simboli e i valori che sono parte integrante della nostra storia, della cultura e delle tradizioni del nostro Paese.

Pur prendendo atto dell’odierna aconfessionalità e neutralità religiosa dello Stato, nonché della libertà e della volontarietà dei comportamenti individuali, i fatti da ultimo registrati evidenziano come si renda necessaria l’emanazione di un provvedimento che, pur nel rispetto dell’autonomia scolastica, assicuri che non vengano messi in discussione i simboli e i valori fondanti della nostra comunità”.

Ma cos’è uno stato laico? E’ uno stato che nelle sue leggi non contempla esclusivamente dei dettami religiosi. Al contrario, uno stato teocratico fonda ogni sua legge sulla legge religiosa. Oggi solo sei paesi islamici (su una ventina) lo sono. In un paese teocratico ogni peccato è anche un reato! Ma stato laico non vuol dire senza cultura religiosa. Non esistono stati di questo tipo. Già uno dei padri della sociologia moderna, Emile Durkheim, pur essendo ateo osservava: “Non esiste una società conosciuta, senza religione… la religione ha dato vita a tutto ciò che è essenziale nella società”.

Ogni cultura ha dei simboli condivisi. Va da sé che il crocefisso rimane il simbolo fondante della cultura cristiana, che è quella del Popolo italiano. A nessuno verrebbe in mente di rimuovere la croce presente su tutte le autoambulanze dei paesi cristiani. Eppure è anche lì, come simbolo cristiano del soccorso e della salvezza.

Un piccolo gruppo di atei razionalisti cerca di condurre una “campagna permanente di sensibilizzazione per la rimozione dei crocifissi negli edifici pubblici”. Altri lamentano, radicali in testa, un eccessivo peso del Vaticano sugli affari interni nazionali. Laicità dimenticata: l’ingerenza del Vaticano ha superato il limite di tolleranza per uno Stato democratico , affermano.

E’ viva la polemica sulla libertà di voto di un deputato cattolico, eletto, sostengono, anche da chi non si riconosce nel pensiero della Chiesa, dimenticando che “la coerenza è il primo dei doveri di un cristiano”.

Vero è che rispettare la cultura in cui si riconosce la stragrande maggioranza dei cittadini di una nazione è segno di civiltà e anche di saggezza. Non è col laicismo, che sostiene la piena autonomia dello Stato e dei suoi principî rispetto alle autorità e alle confessioni religiose, che è possibile un confronto democratico con l’identità e la cultura di un Paese, che deve alla religione i suoi fondamenti sociali, storici e culturali. Con buona pace di chi vede nel crocifisso non un simbolo di salvezza, ma di condanna.

E allora perché i laicisti non propongono per loro stessi, con somma coerenza, di eliminare come festività anche la domenica, dato che in tutti i paesi cristiani rimane il giorno del riposo in quanto, letteralmente “Giorno del Signore”? Per non parlare delle altre sei festività cattoliche riconosciute dal Concordato tra Stato e Chiesa, come giorni festivi per tutta la Nazione… La verità è che le società vivono di tradizioni e di simboli e tra questi quelli religiosi, dato lo stretto legame tra religione, cultura e società presso qualsiasi popolo della Terra.

Forse dovrebbero rimuovere la Croce quei 18 Stati che l’hanno posta sulla loro bandiera nazionale? Sono 40 su 192 gli stati che hanno un simbolo sacro sul vessillo nazionale….

Volere la rimozione dei simboli nei quali non ci si riconosce (ma che sono riconosciuti dalla maggioranza) significa perdere parecchio della propria umanità. E forse anche rinunciare a un po’ di intelligenza e socialità. Si parla tanto di integrazione culturale degli immigrati. Molto avrebbero da imparare coloro che nati in un paese di cultura cristiana, non la riconoscono e stizzosamente vorrebbero per loro la rimozione dei suoi simboli. A loro il consiglio di un luogo senza simboli religiosi, senza tradizioni e senza cultura religiosa che influisca sul tessuto sociale. A dire il vero anche in quel luogo è arrivato un simbolo. Laico. Una bandiera. Sulla Luna.

Giorgio Nadali

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Pubblicato su “L’Opinionista” del 23.11.2009  http://www.lopinionista.it/notizia.php?id=336

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