Aldilà & Curiosità. Tutto ciò che avreste sempre voluto sapere sull’oltretomba


di Giorgio Nadali 

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ZOMBIE  (Vodou)

I film dell’orrore li hanno resi celebri. Sono i morti viventi. Per il culto animista del Vodou di Haiti esistono veramente. Per capire in quale contesto si inserisce il vero zombi, dobbiamo ricordare che Vodou vuol dire “spirito”.  Il Vodou anima la società di Haiti. Sebbene quando si pensa al Vodou ci viene istintivamente in mente qualcosa che ha a che fare con la magia nera e la stregoneria, il Vodou è qualcosa di più complesso e profondo.  E’ la religione popolare di Haiti, che si è formata attraverso la commistione di antiche credenze di origine africana (Benin). Per Mons. Guy Poulard, vescovo di Haiti, una buona parte della popolazione partecipa ai riti Vodou di notte e a quelli cattolici di giorno. La forza del Vodou può essere usata per il male, ma anche per il bene. Ad Haiti vi è un rapporto molto particolare con i propri defunti. I bambini giocano sulle tombe di famiglia situate nel giardino di casa, buone anche per stendervi la biancheria lavata. La zombificazione di una persona è una forma di stregoneria del Voodoo di Haiti. Consiste in una morte apparente per togliere la libertà ad una persona, non più meritata a causa di qualche gesto grave compiuto, come l’omicidio o lo stupro. Chi ha subito un torto può rivolgersi ad uno stregone Voodoo, chiamato bokor. Lo zombie diverrà come uno schiavo. Potrà essere venduto e comprato.  Se la persona che ha acquistato lo zombie muore, allora potrà riscattarsi (mediante una pozione antidoto), ma non potrà tornare al suo villaggio di origine, poiché è stato condannato. Come avviene la condanna per zombificazione? Tecnicamente attraverso una neurotossina che induce una forma catalettica che prelude ad un avvelenamento successivo più grave e talvolta alla morte. Mediante dei rospi di tipo amazzonico (Bufo alvarius, Bufo marinus) oppure il veleno del pesce palla, si estrae la bufotenina (5-MEO-DIMETILTRIPTAMMINA), o tetradotoxina (TTX), da cinquanta a cento volte più potente della digitale. Il condannato sembra clinicamente morto e viene seppellito ancora cosciente. Di notte il corpo dello zombie viene risvegliato dal bokor in un cimitero, con un’altra sostanza che cancellerà la personalità del condannato e lo renderà un automa, suo schiavo. Sarà senza memoria e volontà, con occhi vitrei e voce nasale. Potrà essere venduto. L’antidoto usato è la datura, una pianta che contiene nei semi e nei fiori degli alcaloidi come la scopolamina e l’atropina. Alcaloidi che producono effetti di controllo mentale. La parola zombie deriva da quella creola Nzambi, una divinità dell’Africa occidentale. La pratica di zombificazione non è molto frequente ed esiste ancora oggi, ma il governo haitiano non ha alcun controllo su queste pratiche clandestine e illegali. La zombificazione spaventa molto la gente di Haiti, anche perché ricorda l’antica schiavitù. Il cinema si è ispirato a questa pratica reale per i film sugli zombie.

CIMITERI (Cristianesimo)

I luoghi di sepoltura si chiamavano anticamente “Necropoli”, cioè “Città dei morti”. Con la nascita del Cristianesimo il termine è mutato in “cimiteri”. Questa parola proviene dal greco koimetérion, “luogo di riposo”: il verbo κοιμᾶν (“koimân”) significa “fare addormentare”. Questo è dovuto alla fede cristiana nella risurrezione di coloro che vi sono sepolti, che si risveglieranno per la risurrezione, secondo la promessa di Gesù nel Vangelo di Giovanni 6,40.

INDULGENZE (Cristianesimo cattolico)      

La dottrina dell’indulgenza è nata in ambito cattolico si riferisce alla credenza nella possibilità di cancellare una parte ben precisa delle conseguenze di un peccato (detta pena temporale), dal peccatore che abbia confessato sinceramente il suo errore e sia stato perdonato tramite il sacramento della confessione. A seguito della riforma protestante, che contestò questa dottrina sostenendo che essa non abbia un fondamento nella Bibbia, rimase un uso prettamente cattolico. La vendita delle indulgenze spaccò la Chiesa con la Riforma protestante di Martin Lutero, nel 1517, il quale rifiutava il valore delle indulgenze e soprattutto il fatto di offrirle a seguito di un’offerta di denaro. Con la vendita delle indulgenze è stata edificata la Basilica di San Pietro in Vaticano. Ancora oggi si dice “lucrare un’indulgenza”, da “lucro”, cioè denaro. Ovviamente le condizioni non riguardano più il denaro per acquistare la bolla di indulgenza. Lucra validamente un’indulgenza chi riceve il Sacramento della Riconciliazione (Confessione), l’Eucaristia, recita il Credo, prega secondo le intenzioni del Papa. Chi muore martire o dovesse morire subito dopo aver lucrato validamente un’indulgenza plenaria va direttamente in Paradiso senza passare dal Purgatorio. Quest’ultimo è presente solo nella dottrina cattolica. Il martire “lava” la sua anima dalle pene del Purgatorio col proprio sangue versato a causa diretta ed evidente della sua fede in Cristo. L’ultima martire canonizzata in Italia (nel 1950 da Papa Pio XII) è stata la dodicenne Maria Goretti.

CREMAZIONE (Induismo)         

Il funerale può incominciare anche da vivi, col rito dello adya-shrada. Chi non ha figli che possano occuparsi del rito funerario al momento della propria morte o chi ritiene che il proprio funerale non verrà fatto per qualche ragione, può chiedere il rito funerario anticipato (…senza cremazione, ovviamente), chiamato appunto adya-shrada. Normalmente però il rito funerario avviene da morti. E’ il sedicesimo sacramento dell’Induismo, chiamato antyeshti, cioè “cremazione”. Le norme per il rito sono contenute nel testo Aswalayana Grhya Sutra. Gli uomini sono avvolti in un sudario bianco o color zafferano e le donne in uno rosso. Il volto è cosparso da polvere rossa (sindur) simbolo del sacro. Se il defunto è un uomo, il rito verrà officiato da uomini (parenti e amici), se è il defunto è donna, verrà officiato da donne. Per la cremazione vengono utilizzati alcuni ingredienti: muschio, zafferano, legno di sandalo, canfora, legna da ardere, burro chiarificato (detto ghi). La cremazione avviene sempre sulla riva di un fiume. Al termine del processo di combustione, che può durare dalle due alle tre ore e mezza, le ceneri saranno affidate alle acque fluviali. Il corpo è deposto su una kunda (una struttura rettangolare di pietra con un buco nel centro) sulla quale vengono deposte tre cataste di legna e della paglia. Il volto del defunto deve sempre essere rivolto a Nord. Se è uomo, dev’essere prima sbarbato. Il fuoco viene appiccato sempre a partire da Nord. Dev’essere accesa una lampada alimentata dal burro ghi e da questa fiamma va accesa della canfora, la quale a sua volta accenderà la pira. Alla salma vengono rivolte le parole: “Caro defunto!

Dopo la morte, possa il potere della tua vista essere assorbito nel sole, la tua anima nell’atmosfera, possa tu andare nella regione luminosa della terra, secondo i tuoi meriti spirituali, o và alle acque, se quello è il tuo luogo, o alle piante, assumendo corpi diversi”.  Nel 1829 venne abolita la pratica della “sati”. Una vedova si immolava da viva sulla pira funeraria del marito a simbolo del suo essere priva del suo valore in sé, senza il marito. Questa pratica è ancora in uso in forma clandestina nell’India rurale. E’ segno di amore immortale e purifica la coppia dai peccati accumulati

 

PURGATORIO (Cristianesimo cattolico)

La fede nell’esistenza del Purgatorio è esclusiva del cattolicesimo. A Lione (Francia) il 7 maggio 1274 si apre il 14° Concilio ecumenico. Viene fissato il dogma del Purgatorio, che sarà confermato dai Concili di Basilea, Firenze, Ferrara e Roma (1431-1449) e dal Concilio di Trento (1545-1563) come “luogo e condizione in cui le anime dei morti, giustificati, ma ancora in condizione di peccato, si trovano per completare la purificazione prima di ascendere in paradiso.”

TOMBE EBRAICHE            (Ebraismo)

Gli ebrei non mettono fiori sulle tombe, ma sassolini perché ricordano le sepolture  affrettate nel deserto al tempo dell’Esodo dall’Egitto (1200 a.C.). Inoltre nella simbologia ebraica, la roccia simboleggia Dio. Il popolo di Israele nell’antichità trascorreva molto tempo nelle zone aride del deserto. Abramo, Isacco, Giacobbe e Lot erano pastori nomadi. Per ritrovare i luoghi dove erano sepolti i loro defunti erigevano delle piccole montagnole di pietre.

ISLAM E DEFUNTI DONNA (Islam)

Muhammad (Maometto) disse: “Mi è stato mostrato il fuoco dell’Inferno e che la maggioranza dei suoi abitanti sono donne”.

TOMBA E CULLA (Cristianesimo)

San Girolamo disse: “La tomba vuota è la culla del Cristianesimo” intendendo con questo che il Cristianesimo nasce con la tomba vuota per la risurrezione di Cristo. Ma disse anche che una donna cessa di essere tale e può essere chiamata uomo quando vuol servire più Cristo che il mondo (Comm. ad Ephesios III,5).

MING BI (Taoismo)

I jīnzhǐ (o míng bì, “denaro dell’ombra”) sono oggetti di carta di bambù o carta di riso, noti anche come “carta degli spiriti”. Modellini di auto, case, ma soprattutto soldi finti con la scritta in cinese e in inglese “Hell banknotes”, cioè “Banconote dell’Inferno”, lo “Hell Passport”, il “Passaporto per l’Inferno” e addirittura un biglietto aereo finto con la scritta “Hell Airlines”, Linee Aeree dell’Inferno. I fedeli li comprano nel “negozio di carta per il mondo degli spiriti”, che si trova spesso vicino ad un tempio taoista e li bruciano – dopo averle ben piegate – in un apposito piccolo forno dentro il tempio. In questo modo i propri defunti avranno molte cose nell’aldilà e saranno liberi dall’inferno. L’immagine sulle banconote è dell’imperatore di giada, Yù Huáng, guardiano dell’aldilà. L’esatta parola cinese sulle banconote è diyu, che significa “prigione ultaterrena”. I jīnzhǐ vengono in genere bruciati insieme ai yunbao, piccoli lingotti d’oro finti. Attenzione. E’ molto offensivo darne una a una persona vivente. Esistono anche le Paradise Banknotes, banconote (finte) per il paradiso, bruciate in onore degli déi taoisti. Dal 2006 in Cina è però proibito dal ministero per gli affari civili bruciare i modellini di carta di auto e case perché è ritenuta una pratica feudale.   

 

CHIESA E INFERNO  (Cristianesimo cattolico)

La Chiesa non cita alcun nome di persona che sia con certezza all’Inferno. Non si può sapere se un pentimento possa essere giunto anche negli ultimi istanti di vita come è narrato nel Vangelo per uno dei condannati alla crocifissione accanto a Gesù. Solo Dante Alighieri nella Divina Commedia fa dei nomi di persone che lui riteneva fossero dannate. La Chiesa fa nomi certi di persone solo per il Paradiso. Questo vale per tutte le Chiese cristiane – ortodossi, cattolici, anglicani, protestanti.

Papi all’Inferno

Secondo Dante Alighieri vi sono 6 papi all’Inferno. Nella “La Divina Commedia” sono: Niccolò III (Giovanni Gaetano Orsini, 1277-1280) nella terza bolgia dell’ottavo girone dell’Inferno, per i simoniaci (venditori di cose spirituali) insieme a Bonifacio VIII (Benedetto Caetani, 1294-1303) e papa Clemente V (Betrand de Gouth, 1305-1314). Bonifacio VIII è citato anche nella bolgia VIII per i consiglieri fraudolenti insieme a papa Silvestro I (314-335). Nel sesto cerchio vi è papa Anastasio II (496-498) con gli eretici. Infine papa Celestino V (Pietro Angeleri, 1294) nell’antinferno con gli ignavi. Di questi papi Celestino V è santo.

MARTIRI (Cristianesimo, Islam)        

E’ una delle massime aspirazioni per ogni uomo musulmano. Non solo fondamentalista. Si chiama talab alsahada, l’aspirazione a diventare un sahada (un martire). E questo, a differenza del martirio cristiano (che significa perdere la propria vita a causa della fedeltà a Cristo), vuol dire quasi sempre far morire anche altre persone in nome dell’Islam. Il conflitto israelo-palestinese ne ha conosciuti molti negli ultimi anni. Campi specializzati addestrano giovani celibi, pronti a morire in mezzo ai discendenti di Davide, imbottiti di esplosivo, per la causa dell’Islam. Un martire è già puro. Morendo per l’Islam uccidendo altre persone, ha il Paradiso garantito. E non un Paradiso qualsiasi. Uno molto sensuale: “Invece i timorati di Dio staranno in luogo sicuro – fra giardini e fontane – rivestiti di seta e di broccato, faccia a faccia. Così sarà. E daremo loro in ispose fanciulle dai grandi occhi neri, – e là chiederanno ogni sorta di frutti e ne godranno sicuri”. (Sura del fumo “ad-Dukhan” XLIV,51-54) 

Nel Cristianesimo invece il martire è un testimone (dal greco martyrion) della fede, a costo della propria vita. Il detto “vita, morte e miracoli” deriva proprio dal processo per dichiarare santo (canonizzare) un fedele. Vengono infatti esaminate la vita, il momento della morte e almeno un miracolo avvenuto per sua intercessione sua. Solo per i martiri il miracolo non viene più richiesto, per volontà di papa Paolo VI. L’ultima martire canonizzata in Italia (nel 1950 da Papa Pio XII) è stata la dodicenne Maria Goretti.

DEFUNTI DA BERE            (Religione tribale Yanomami)

Gli indigeni Yanomami del Sud America non seppelliscono i defunti. Li cremano e mescolano le ceneri con una bevanda alla banana. Il parente più prossimo poi beve la miscela. In questo modo lo spirito del defunto è soddisfatto e non torna a tormentarli.

PARADISO ISLAMICO (Islam)  

Le Huri, ḥūr o ḥūrīyah secondo la tradizione islamica sono delle fanciulle che attendono nel paradiso coloro che nel giorno del giudizio arriveranno lì. Secondo la tradizione le Huri sarebbero giovani ragazze perennemente vergini il cui compito sarebbe quello di ricompensare l’uomo arrivato nel paradiso. Sempre secondo la tradizione, le giovani avrebbero la capacità di concepire e generare. Per il sesso femminile esistono ugualmente gli ghulām. Nel Corano la parola hûr  indica le giovani fanciulle vergine promesse ai credenti. La radice di questa parola è collegata all’idea di “bianchezza” in particolare ai grandi occhi della gazzella e al contrasto tra il bianco dell’occhio e il nero della pupilla, hawrâ’ è una donna dai grandi occhi neri e dalla pelle molto chiara. Quasi tutti i versetti che parlano di hûrî sono del periodo meccano, quando è particolarmente sentito da Muhammad il tema del Giudizio Universale. I versetti coranici ci dicono che non sono mai state toccate né dagli uomini né dai jinn, la sostanza da cui sono state create per alcuni è lo zafferano, per altri sono di zafferano, muschio, canfora e ambra. I loro muscoli sono delicati e i loro tendini paiono fatti di fili di seta. Sui loro seni sono iscritti due nomi: da una parte quello Dio, sull’altro quello del proprio marito. Vivono in castelli con 70 letti, hanno 33 anni come i loro mariti, la loro verginità viene rinnovata eternamente, il loro corpo è sempre puro, non hanno mestruazioni, bisogni umani. Le donne che in vita sono state virtuose in Paradiso si ricongiungeranno al proprio marito e lì continueranno la loro vita insieme. Se una donna in vita ha avuto più mariti ne sceglierà uno, mentre gli uomini poligami avranno diritto a tutte le mogli legittime. I commentatori però non dicono nulla sulla sorte di quelle donne che andranno in Paradiso, ma che in vita non sono state sposate. Su questa base coranica la tradizione ha aggiunto dettagli dando alle hûrî un carattere molto sensuale. Non tutti gli esegeti hanno accettato questa idea prettamente materialista, al-Baydâwî dice che non si possono fare raffronti tra il godimento del cibo, delle hûrî, la condizione umana terrena è altra rispet-to a quella del Paradiso, certo è che la mentalità popolare musulmana è permeata da questi concetti. E’ solo in un hadîth che si parla delle 70 vergini che attendono tutti gli eletti, non solo i martiri.

DONNA E REINCARNAZIONE   (Buddhismo)

 

Secondo il canone Pali delle scritture sacre buddhiste, un essere si reincarna donna se ha fatto qualcosa di grave nella vita precedente. Esiste il detto: “Ho ottenuto un corpo di donna perché ho commesso il male in una passata esistenza”

 

RISURREZIONE (Cristianesimo)

 

Risurrezione del nostro corpo. Come sarà? La dottrina della risurrezione è presente anche nell’Ebraismo e nell’Islam.

Il Signore Gesù Cristo ce lo ha promesso:  «Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno». (Gv 6,54). Appartiene al dogma della risurrezione che essa avvenga coi corpi che abbiamo ora (“cum suis propiis resurgent corporibus quae nunc gestant” – IV Concilio del Laterano – e “in hac carne, qua nunc vivimus” – Fidei Damasi). Il corpo sarà non solo specificamente lo stesso (il corpo che ho ora). Con questa affermazione, si evita ogni modo di pensare che suggerisca una metempsicosi o una tramigrazione delle anime da un corpo all’altro… Vi sono tre ipotesi teologiche sul come riavremo il nostro corpo il giorno della risurrezione. Gesù Cristo promette che questo avverrà alla fine dei tempi. In Giovanni 6:54 dice: “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno”. Le ipotesi sulla nostra risurrezione sono:

Identità materiale – perché il corpo sia numericamente lo stesso, si richiederebbe che fosse composto nella stessa materia. Intesa in tutto il suo di rigore, la teoria difficilmente accettabile. D’altra parte, il principio secondo il quale un’identità materiale necessaria perché il corpo possa essere considerato lo stesso, è scientificamente assai discutibile. Dato il metabolismo costante del corpo umano, il mio corpo attuale ha rinnovato totalmente la sua materia da com’era sette anni or sono; e tuttavia, penso con ragione che sia rimasto realmente lo stesso corpo.

Identità formale – una teoria che si colloca all’estremo opposto sarebbe quella proposta, già nel Medio Evo da Durando di San Porciano (+ 1334). Durando suppone che, quale sia la materia di cui è composto un corpo, è il mio corpo per il fatto medesimo che esso s’unisce la mia anima… Bisogna riconoscere che, esposta in questo modo e senza altri particolari, questa teoria lascia l’impressione di una certa somiglianza con la teoria della trasmigrazione delle anime… Joseph Ratzinger [attuale papa Benedetto XVI, n.d.A.] pensa che non sia necessaria la stessa materia perché il corpo possa essere considerato lo stesso, e ha fatto notare che tutta la tradizione ecclesiastica (dottrinale e liturgica) impone come limite che il corpo risuscitato deve includere le reliquie dell’antico corpo terreno, se si esistono ancora come tali quando avviene la risurrezione. Tali “reliquie” saranno nuovamente animate dall’anima santa al corpo della quale appartennero. D’altra parte, insistendo sul fatto che la nostra risurrezione gloriosa non può essere spiegata senza un parallelismo con la risurrezione di Gesù, pare necessario affermare, come secondo limite, una certa continuità di somiglianza morfologica col corpo mortale.

Identità sostanziale – Alois Winklhofer ha proposto, recentemente una nuova ipotesi… di fronte a un cadavere che comincia a corrompersi, Dio sottrae e conserva separatamente questa sostanza non fenomenologica del corpo. Il cadavere, a dispetto della sua continuità fenomenologica col mio corpo, non sarebbe più, in questo caso, il mio corpo. Al contrario, partendo dalla sostanza non fenomenologica del mio corpo, Dio ricostruirebbe il mio corpo risuscitato; e appunto la permanenza di questa sostanza (l’identità sostanziale) farebbe sì che sia il mio corpo e non un altro.

 Inferno. Facile o difficile?

 «Poi dirà a quelli alla sua sinistra: Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli». (Matteo 25,41). Sono le parole di Cristo riguardo la minaccia della dannazione eterna. Tra le più dure pronunciate  da Gesù nei Vangeli. Cosa hanno fatto le persone nella narrazione evangelica? Hanno fallito o rifiutato tutte le occasioni di amare disinteressatamente il prossimo. Qualcuno parla però della teoria dell’”Inferno vuoto”. Cos’è? E’ la tesi di un grande teologo e cardinale svizzero scomparso nel 1988. Hans Urs von Balthasar. La tesi di von Balthasar afferma che sperare la salvezza eterna di tutti gli uomini non è contrario alla fede. Essa si avvale dell’autorità di alcuni Padri della Chiesa, tra i quali Origene e Gregorio Nisseno, ed è condivisa da diversi teologi contemporanei, tra i quali Jean Daniélou, Henry de Lubac, Joseph Ratzinger – l’attuale Papa –  Walter Kasper, Romano Guardini. Da scrittori cattolici come  Paul Claudel, Gabriel Marcel e Lèon Bloy. La Chiesa afferma che chi muore in peccato mortale non si salva, ma non dice se questo sia mai avvenuto. Difatti non ha mai fatto nomi di dannati, come invece si è permesso di fare Dante Alighieri – secondo il suo parere – nella Divina Commedia. E tra questi ben 6 papi! Niccolò III (Giovanni Gaetano Orsini, 1277-1280), posto nella terza bolgia dell’ottavo girone, con i simoniaci (venditori di cose spirituali) insieme a Bonifacio VIII (Benedetto Caetani, 1294-1303), papa Clemente V (Betrand de Gouth, 1305-1314), Bonifacio VIII è citato anche nella bolgia VIII per i consiglieri fraudolenti insieme a papa Silvestro I (314-335). Nel sesto cerchio vi è papa Anastasio II (496-498) con gli eretici. Infine il papa dimissionario Celestino V (Pietro Angeleri, 1294)  nell’antinferno con gli ignavi. La Chiesa lo ha invece dichiarato santo. Ma torniamo al peccato mortale. Scrive San Tommaso d’Aquino: «Quando la volontà si orienta verso una cosa di per sé contraria alla carità, dalla quale siamo ordinati al fine ultimo, il peccato, per il suo stesso oggetto, ha di che essere mortale… tanto se è contro l’amore di Dio, come la bestemmia, lo spergiuro, ecc., quanto se è contro l’amore del prossimo, come l’omicidio, l’adulterio, ecc… Invece, quando la volontà del peccatore si volge a una cosa che ha in sé un disordine, ma tuttavia non va contro l’amore di Dio e del prossimo — è il caso di parole oziose, di riso inopportuno, ecc. —, tali peccati sono veniali».

Per il peccato mortale occorrono 3 (difficili) condizioni: Piena avvertenza (mi rendo pienamente conto di ciò che faccio), Materia grave (contro uno dei Comandamenti), Deliberato consenso (il mio atto è assolutamente libero da qualsiasi condizionamento). Condizioni difficili da soddisfare umanamente tutte insieme. Quanti sanno quello che fanno? Difatti dalla croce Gesù pregò: «Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno» (Lc 23,34) lasciando intendere che in molti manca la piena avvertenza. Si parla di dannati in una parabola (il ricco stando nell’inferno tra i tormenti, levò gli occhi e vide di lontano Abramo e Lazzaro accanto a lui) in Luca 16,23, ma non di dannati reali. Mentre il primo beato reale è un malfattore che si converte (Luca 23,43). Siamo noi in realtà che vorremmo un “vendetta” divina, ma Dio è amore. «Signore, vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi?» (Luca 9,54). Difatti – come dice il Vangelo –  Gesù si voltò e li rimproverò. Von Balthasar ricorda di non confondere speranza e conoscenza. Sperare nella apokatastasis – la salvezza di tutti – non vuole dire sapere se l’inferno sia vuoto o no. La possibilità dell’Inferno è però una conseguenza della libertà umana. O l’uomo è libero – e quindi può anche dannarsi – o non è libero. Scrive il cardinale Biffi: «La concreta possibilità della dannazione è necessaria, se si vuol continuare ad ammettere la libertà creata nella sua vera essenza. La libertà dell’uomo non può ridursi alla possibilità di scegliere tra un luogo e l’altro di villeggiatura o tra una cravatta a righe e una cravatta a pois; e neppure di scegliere la moglie o il partito politico: la nostra libertà, nel suo significato più profondo, è la spaventosa e stupenda prerogativa di poter costruire il nostro destino eterno. Per non essere puramente nominale, questa prerogativa deve necessariamente includere la reale e concreta possibilità di decidere per la perdizione. Come si vede, il mistero della dannazione è essenzialmente connesso col mistero della libertà, che è forse l’unico vero mistero dell’universo creato». Nell’Islam Allah descrive in modo raccapricciante gli orrori dell’inferno – acqua bollente, scudisci di ferro (vv. 19-22). Secondo un hadith, Maometto dice che ogni mille persone, 999 saranno mandate all’inferno. In quel Giorno, Adamo chiederà ad Allah: “O Allah! Quanti sono i dannati al Fuoco?” Allah risponderà: “Da ogni migliaio, togline nove-cento-novanta-nove”. Maometto spiegò che quell’unica persona salvata sarebbe stata un Musulmano, dicendo ai suoi compagni: “Gioite per le buone notizie; una persona sarà delle vostre e mille di Gog e Magog”. Noi crediamo in un Dio più misericordioso: Essi, ancora più sbigottiti, dicevano tra loro: «E chi mai si può salvare?». Ma Gesù, guardandoli, disse: «Impossibile presso gli uomini, ma non presso Dio! Perché tutto è possibile presso Dio». (Marco 10,26-27) Dio non può che amare.

Giorgio Nadali 

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I più grandi misteri religiosi


di Giorgio Nadali

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Niente è così misterioso nelle Religioni come il libro della Cabala. Il libro del misticismo ebraico e dei suoi insegnamenti esoterici, dal periodo del secondo Tempio. Il Golem è nella Cabala un essere umano senza anima, prodotto dalla combinazione delle lettere dell’alfabeto ebraico. Una leggenda ebraica afferma che chi conosce alcune arti magiche può produrre un golem. E’ un gigante di argilla, potente e ubbidiente, usato per compiere dei lavori pesanti e difensore del popolo ebraico dai suoi persecutori. La creazione di un Golem avveniva pronunciando una combinazione di lettere dell’alfabeto ebraico e attraverso uno dei testi della Cabala chiamato Sefer Yetzirah, legato alle Sefirot cioè le dieci modalità dell’agire di Dio, ognuna con una corrispondenza con una parte del corpo umano. Girando attorno alla forma di argilla per un numero di volte preciso, in corrispondenza a tutte le figure citate sul Sefer Yetzirah. Il Golem non era dotato di anima e di parola, ma aveva una grande forza ed era al servizio del suo creatore. Il rabbino Jehuda Löw ben Bezalel nel XVI secolo creò dei golem servitori sulla loro fronte la parola ebraica emet (“verità”). Ma in questo modo i golem diventavano sempre più grandi. Talvolta era necessario eliminarli scrivendo in fronte la parola met (“morte”). Secondo una leggenda  Jehuda Löw ben Bezalel nascose i Golem nella sinagoga del quartiere ebraico di Praga.

Misteri cristiani

La risurrezione dei defunti

Appartiene al dogma della risurrezione che essa avvenga coi corpi che abbiamo ora (“cum suis propiis resurgent corporibus quae nunc gestant” – IV Concilio del Laterano – e “in hac carne, qua nunc vivimus” – Fidei Damasi). Il corpo sarà non solo specificamente lo stesso (il corpo che ho ora). Con questa affermazione, si evita ogni modo di pensare che suggerisca una metempsicosi o una tramigrazione delle anime da un corpo all’altro… Vi sono tre ipotesi teologiche sul come riavremo il nostro corpo il giorno della risurrezione. Gesù Cristo promette che questo avverrà alla fine dei tempi. In Giovanni 6:54 dice: “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno”. Le ipotesi sulla nostra risurrezione sono:

Identità materiale – perché il corpo sia numericamente lo stesso, si richiederebbe che fosse composto nella stessa materia. Intesa in tutto il suo di rigore, la teoria difficilmente accettabile. D’altra parte, il principio secondo il quale un’identità materiale necessaria perché il corpo possa essere considerato lo stesso, è scientificamente assai discutibile. Dato il metabolismo costante del corpo umano, il mio corpo attuale ha rinnovato totalmente la sua materia da com’era sette anni or sono; e tuttavia, penso con ragione che sia rimasto realmente lo stesso corpo.

Identità formale – una teoria che si colloca all’estremo opposto sarebbe quella proposta, già nel Medio Evo da Durando di San Porciano (+ 1334). Durando suppone che, quale sia la materia di cui è composto un corpo, è il mio corpo per il fatto medesimo che esso s’unisce la mia anima… Bisogna riconoscere che, esposta in questo modo e senza altri particolari, questa teoria lascia l’impressione di una certa somiglianza con la teoria della trasmigrazione delle anime… Joseph Ratzinger [attuale papa Benedetto XVI, n.d.A.] pensa che non sia necessaria la stessa materia perché il corpo possa essere considerato lo stesso, e ha fatto notare che tutta la tradizione ecclesiastica (dottrinale e liturgica) impone come limite che il corpo risuscitato deve includere le reliquie dell’antico corpo terreno, se si esistono ancora come tali quando avviene la risurrezione. Tali “reliquie” saranno nuovamente animate dall’anima santa al corpo della quale appartennero. D’altra parte, insistendo sul fatto che la nostra risurrezione gloriosa non può essere spiegata senza un parallelismo con la risurrezione di Gesù, pare necessario affermare, come secondo limite, una certa continuità di somiglianza morfologica col corpo mortale.

 

Identità sostanziale – Alois Winklhofer ha proposto, recentemente una nuova ipotesi… di fronte a un cadavere che comincia a corrompersi, Dio sottrae e conserva separatamente questa sostanza non fenomenologica del corpo. Il cadavere, a dispetto della sua continuità fenomenologica col mio corpo, non sarebbe più, in questo caso, il mio corpo. Al contrario, partendo dalla sostanza non fenomenologica del mio corpo, Dio ricostruirebbe il mio corpo risuscitato; e appunto la permanenza di questa sostanza (l’identità sostanziale) farebbe sì che sia il mio corpo e non un altro.

Il ratto salvifico degli eletti alla fine del mondo

Il ratto salvifico non è un topo, ma una profezia biblica che riguarda i credenti scelti e ancora vivi poco prima della data della  fine del mondo.  E’ contenuta nella prima lettera di San Paolo ai Tessalonicesi 4,17: “Poi noi viventi, che saremo rimasti, saremo insieme con loro rapiti nelle nuvole, a scontrare il Signore nell’aria; e così saremo sempre col Signore”.  Coloro che saranno scelti dal Signore perché giusti e vivi sette anni prima della fine del mondo, saranno chiamati in Cielo smaterializzandosi improvvisamente da questa Terra, per risparmiarsi i sette anni della tribolazione finale prima della fine.  Le conseguenze saranno disastrose perché queste  persone scompariranno improvvisamente. Pensiamo a quelle alla guida di auto e aerei ad esempio. Gli altri assisteranno invece ai sette anni di tribolazione immediatamente precedenti il giorno finale dell’Armaghedon. La tribolazione è un periodo di tempo futuro di 7 anni in cui Dio completerà la Sua disciplina d’Israele e porterà a compimento il Suo giudizio del mondo miscredente. La Chiesa, composta da tutti coloro che hanno confidato nella persona e nell’opera del Signore Gesù per essere salvati dal castigo per il proprio peccato, non sarà presente durante la tribolazione. La Chiesa verrà allontanata dalla terra nell’evento che conosciamo come il rapimento:

1 Tessalonicesi 4:13-18:  “Fratelli, non vogliamo che siate nell’ignoranza riguardo a quelli che dormono, affinché non siate tristi come gli altri che non hanno speranza.  Infatti, se crediamo che Gesù morì e risuscitò, crediamo pure che Dio, per mezzo di Gesù, ricondurrà con lui quelli che si sono addormentati. Poiché questo vi diciamo mediante la parola del Signore: che noi viventi, i quali saremo rimasti fino alla venuta del Signore, non precederemo quelli che si sono addormentati;  perché il Signore stesso, con un ordine, con voce d’arcangelo e con la tromba di Dio, scenderà dal cielo, e prima risusciteranno i morti in Cristo;  poi noi viventi, che saremo rimasti, verremo rapiti insieme con loro, sulle nuvole, a incontrare il Signore nell’aria; e così saremo sempre con il Signore.  Consolatevi dunque gli uni gli altri con queste parole”.

 1 Corinzi 15:51-53:  “Ecco, io vi dico un mistero: non tutti morremo, ma tutti saremo trasformati, in un momento, in un batter d’occhio, al suono dell’ultima tromba. Perché la tromba squillerà, e i morti risusciteranno incorruttibili, e noi saremo trasformati. Infatti bisogna che questo corruttibile rivesta incorruttibilità e che questo mortale rivesta immortalità”. La chiesa è stata salvata dall’ira ventura (1 Tessalonicesi 5:9). Da un capo all’altro della Scrittura, si fa riferimento alla tribolazione con altri nomi come: 1) il giorno del Signore (Isaia 2:12; 13:6, 9; Gioele 1:15, 2:1, 11, 31, 3:14; 1 Tessalonicesi 5:2); 2) angoscia o tribolazione (Deuteronomio 4:30; Sofonia 1:1); 3) grande tribolazione, che fa riferimento alla seconda metà più intense del periodo di 7 anni (Matteo 24:21); 4) tempo o giorno di angoscia (Daniele 12:1; Sofonia 1:15); 5) tempo di angoscia per Giacobbe (Geremia 30:7).

È necessario comprendere Daniele 9:24-27 per capire lo scopo e il periodo della tribolazione. Questo passo di Daniele parla di 70 settimane che “sono state fissate riguardo al tuo popolo”. Il “popolo” di Daniele era quello ebraico, la nazione d’Israele, e quello di cui parla Daniele 9:24 è un periodo di tempo che Dio ha dato per “per far cessare la perversità, per mettere fine al peccato, per espiare l’iniquità e stabilire una giustizia eterna, per sigillare visione e profezia e per ungere il luogo santissimo”. Dio dichiara che “settanta settimane” adempiranno tutte queste cose. È importante comprendere che quando sono menzionate le “settanta settimane”, non si sta parlando di una settimana per come la conosciamo noi (di 7 giorni). Il termine ebraico (heptad) tradotto come settimana in Daniele 9:24-27 significa letteralmente “7″, e 70 settimane significa letteralmente 70 sette (70 volte 7). Questo periodo di tempo di cui parla Dio consiste effettivamente in 70 volte sette anni, ovvero 490 anni, il che è confermato da un’altra parte del passo di Daniele. Ai versetti 25 e 26, Daniele dice che il Messia sarà soppresso dopo le “sette settimane” e le “sessantadue settimane ” (69 settimane in totale), a cominciare dal decreto di ricostruire Gerusalemme. In altri termini, 69 volte sette anni (483 anni) dopo il decreto di ricostruire Gerusalemme sarà soppresso il Messia. Gli storici biblici confermano che trascorsero 483 anni dal tempo del decreto di ricostruire Gerusalemme fino al tempo in cui fui crocifisso Gesù. La maggior parte degli studiosi cristiani, a prescindere dalla loro posizione in merito all’escatologia (le cose o gli eventi futuri), interpreta come sopra le 70 settimane di Daniele.

Essendo trascorsi 483 anni dal decreto di ricostruire Gerusalemme fino alla soppressione del Messia, resta un sette (7 anni) da adempiersi nei termini di Daniele 9:24: “per far cessare la perversità, per mettere fine al peccato, per espiare l’iniquità e stabilire una giustizia eterna, per sigillare visione e profezia e per ungere il luogo santissimo”. Questo periodo finale di 7 anni è conosciuto come il periodo della tribolazione: un tempo in cui Dio porterà a compimento il giudizio su Israele per il suo peccato.

Daniele 9:27 dà qualche altra notizia di rilievo sul periodo di 7 anni della tribolazione. Daniele 9:27 dice: “L’invasore stabilirà un patto con molti, per una settimana; in mezzo alla settimana farà cessare sacrificio e offerta; sulle ali delle abominazioni verrà un devastatore. Il devastatore commetterà le cose più abominevoli, finché la completa distruzione, che è decretata, non piombi sul devastatore”. La persona di cui parla questo versetto è quella che Gesù definisce “l’abominazione della desolazione” (Matteo 24:15) ed è chiamata “la bestia” in Apocalisse 13. Daniele 9:27 dice che la bestia stabilirà un patto per una settimana (7 anni), ma, a metà di questa settimana (3 anni e mezzo dall’inizio della tribolazione), infrangerà il patto facendo cessare sacrificio e offerta. Apocalisse 13 spiega che la bestia metterà un’immagine di se stessa nel tempio ed esigerà dal mondo intero di essere adorata. Apocalisse 13:5 dice che questo durerà per 42 mesi, che equivalgono a 3 anni e mezzo. Poiché Daniele 9:27 dice che questo accadrà “in mezzo alla settimana” e Apocalisse 13:5 dice che la bestia farà questo per un periodo di 42 mesi, è facile vedere che la lunghezza totale di tempo è di 84 mesi, ovvero 7 anni. Vedi anche Daniele 7:25, dove “un tempo, dei tempi e la metà d’un tempo” (un tempo = 1 anno; dei tempi = 2 anni; la metà d’un tempo = 1 anno e mezzo per un totale di 3 anni e mezzo) fanno anche riferimento alla grande tribolazione, cioè l’ultima metà del periodo di 7 anni della tribolazione, quando sarà al potere “l’abominazione della desolazione” (la bestia).

La Sindone

Al primo posto tra le reliquie più importanti e misteriose del cattolicesimo è la Sacra Sindone di Torino. E’ il più importante enigma scientifico religioso esistente. La più importante reliquia cristiana. 25 scienze hanno studiato la Sindone e nessuna è mai riuscita a stabilire cosa abbia prodotto l’immagine sul telo di lino che avvolse il corpo di Cristo. Gli esperti ritengono che si sia prodotto attraverso un’energia sconosciuta che ha impresso il telo, una radiazione fotoradiante che si è sprigionata dal corpo di Gesù nel buio del sepolcro al momento delle risurrezione. Il volto non è illuminato nè da destra nè da sinistra. Il volto stesso è fonte di luce. L’immagine, visibile meglio al negativo fotografico, presenta tutti i segni della Passione di Cristo e scompare se ci si avvicina a meno di tre metri di distanza. Non vi è pigmento. Non è un dipinto e non è una strinatura, nè un’immagine prodotta dal contatto con un bassorilievo riscaldato.  La scienza della palinologia ha scoperto la presenza di pollini della terra santa e di tutti i luoghi dove è stata portata. La numismatica ha verificato che vicino all’occhio destro è stato trovato un lituus, una moneta romana del tempo dell’imperatore Tiberio Cesare, che regnava al tempo in cui fu crocifisso Gesù… Di solito è conservata al buio, sotto gas inerti, nel duomo di Torino. L’ultima apparizione in pubblico, l’ostensione, è stata nel 2010 con 2 milioni di visitatori.  L’informatica ha prodotto un modello tridimensionale del corpo, basandosi sull’immagine. La storia antica ha scoperto che il corpo presenta tutti i segni di una tipica flagellazione romana e la singolarità della coronazione di un casco (non una corona) di spine, che i romani non usavano solitamente. I biblisti concordano sui fatti della Passione di Cristo, testimoniati dall’immagine della Sindone, come il colpo all’emitorace destro prodotto da una lancia e dal quale uscì sangue e acqua. L’anatomia ha confermato questa ipotesi basandosi sul siero accumulatosi in fase di agonia. E questo confermerebbe anche la profezia “non gli sarà spezzato alcun osso”, cosa che i romani era soliti fare per l’accertamento di morte. Troppi indizi coincidono. Sulla Sindone c’è sangue umano maschile di gruppo AB e aragonite, minerale presente nelle grotte di Gerusalemme. Addirittura la matematica si è interessata al lenzuolo sacro. Col suo freddo calcolo delle probabilità, mettendo insieme gli indizi raccolti dalle venticinque scienze che hanno studiato la reliquia più venerata al mondo, ha stabilito che c’è una possibilità su duecento miliardi che l’uomo della sindone non sia Gesù Cristo.

 

Misteri islamici

Il Pozzo delle Anime

La Cupola della Roccia, Qabbat al-Sakhra, iniziata nel 688 a.C. e terminata nel 691, è il primo importante santuario costruito dall’Islam. Ed è anche l’unico che sia sopravvissuto praticamente intatto. Dopo la Mecca e la Medina, dove c’è la tomba di Muhammad (Maometto), non esiste in tutto l’Islam luogo più santo dell’Haram esh-Sherif. Qui sorgono due grandi moschee, quella della Qubbet es-Shakra (“Cupola della Roccia”) e quella detta el Aqsa, cioè “La Lontana”, in cui, secondo il Corano, l’Altissimo una notte trasportò dalla Mecca “il Suo servo” (Maometto). La roccia che sta sotto la cupola è la vetta del Monte Moriah: secondo ebrei e cristiani vi ebbe luogo la vicenda del sacrificio di Isacco. I musulmani collocano altrove tale episodio, ma la Roccia non è meno sacra per loro: dicono che su queste pietre si poseranno gli angeli per suonare le trombe del Giudizio universale. Sulle scale che portano alla moschea (e che infatti sono dette “bilance”) Dio, quel giorno, peserà le anime dei morti. Essi, i morti, se ne staranno, nel frattempo, sotto la Roccia, nel “Pozzo delle anime”, in orazione. L’alto reliquiario dietro la roccia contiene un pelo della barba di Muhammad, risale al periodo ottomano. I musulmani chiamano la grotta sotto la roccia Bir el-Arwah, “il Pozzo delle Anime”: le voci dei morti che cadono nell’eternità si mescolano con il rumore delle cascate dei fiumi del paradiso, ancora più in basso. In passato coloro che pregavano in questo luogo, dopo aver fatto il giro della roccia, ricevevano un certificato che li abilitava all’ammissione in paradiso, il certificato doveva essere sepolto assieme a loro.

Secondo il corano, la roccia si sarebbe staccata per seguire l’ascesa del Profeta se l’angelo Gabriele non l’avesse fermata, lasciando l’impronta della sua mano sulla pietra. La piccola grotta sotto il recinto è meglio nota come “pozzo delle anime”. Per l’Islam nel giorno del giudizio tutte le anime saranno chiamate in quel preciso luogo per presentarsi davanti al Signore. Sotto la Cupola della Roccia c’è la Eben Shetiyyah, una roccia piatta  asimmetrica, di color ocra, ritenuta dagli ebrei essere la “Pietra delle Fondamenta”, attorno a cui Dio creò il mondo e che fu usata come piedistallo per l’Arca della Alleanza (in ebraico Aron ha-Berith). L’Arca conteneva due tavolette di pietra incise con la Legge, custodite nel tabernacolo (detto mishkan). Ritenute da alcuni studiosi di origine meteoritica. Dietro la Eben Shetiyyah vi è la profonda grotta della Bir-el-Arweh, il Pozzo delle Anime. Secondo la tradizione ebraica, la Eben Shetiyyah sorge sopra e mantiene stabili le acque dell’Abisso (lo abzu). Sempre secondo questa tradizione, il Re Davide provò a rimuovere la Eben Shetiyyah durante i suoi scavi archeologici e le acque cominciarono a salire. Oggi il luogo è considerato sacro e conteso da ebrei e musulmani come “Monte del Tempio” dai primi e “Cupola della Roccia”, dai secondi.

 

Misteri induisti

Vimana. Il disco volante sacro

Il Vimana è un oggetto volante, descritto in diversi testi induisti. Si parla dei Vimana nelle guerre mitologiche descritte nei testi sacri Mahābhārata e Ramayana. Secondo i testi sacri, i Vimana sono in grado sia di volare nell’aria, nello spazio e anche sott’acqua. Negli antichissimi testi induisti – i Veda – vengono citati diversi tipi di Vimana, con forme e dimensioni varie, tra cui i “agnihotra-vimana”, (“Agni = fuoco”) con due motori  e il “gaja-vimana”, con più motori (‘Gaja” = elefante). Il Vaimanika Shastra è un manuale che spiega come pilotare un Vimana e le sue caratteristiche tecniche. Vengono anche descritte altre tipologie: il Martinpescatore, l’ibis, e altri animali. La parola Vimana deriva da vi-mana, cioè “Luogo di cui sono state prese le misure”. La parola ha anche il significato di tempio Indù. La parola “vimana” dall’unione di “vi” (“uccello”) e “mana” (“abitato”). Nelle ultime scritture sono descritti altri veicoli volanti, e qualche volta vengono fatti riferimenti poetici persino a veicoli terrestri. In alcune lingue moderne indiane, la parola Vimana viene usata per indicare un aeroplano. Nel libro Buddhista Vimanavatthu (“Storie di Vimana”) si usa la parola “vimana” indica un breve testo usato come ispirazione o un sermone buddhista.

 

La velocità della luce è di 299.792,458 km/secondo. Una scoperta dell’astronomo inglese James Bradley nel 1728? Un testo sacro – il Vishnu purana – del I secolo A.C. già la conosceva! Nel testo in antico sanscrito ‘nimisha’ significa ciò che lampeggia come il batter di ciglia e Nimisharda è utilizzato per rappresentare la luce in quanto viaggia ‘in un batter d’occhio’. L’unità di distanza è chiamata Yojana è definita nel capitolo 6 del libro 1 del testo antico vedico “Vishnu purana” come segue: 4 Gavyútis = 1 Yojana = 9.09 km. Il valore della velocità della luce sulla base del valore di 2202 yojanas in 1/2 nimesa = 2202 per 9.09 miglia per 0.1056 secondi = 20016.18 miglia per 0.1056 secondi = 189.547 km/secondo! Il valore si avvicina a quello della scienza moderna!

 

Gli Zombie del Vodou

I film dell’orrore li hanno resi celebri. Sono i morti viventi. Per il culto animista del Vodou di Haiti esistono veramente. Per capire in quale contesto si inserisce il vero zombi, dobbiamo ricordare che Vodou vuol dire “spirito”.  Il Vodou anima la società di Haiti. Sebbene quando si pensa al Vodou ci viene istintivamente in mente qualcosa che ha a che fare con la magia nera e la stregoneria, il Vodou è qualcosa di più complesso e profondo.  E’ la religione popolare di Haiti, che si è formata attraverso la commistione di antiche credenze di origine africana (Benin). Per Mons. Guy Poulard, vescovo di Haiti, una buona parte della popolazione partecipa ai riti Vodou di notte e a quelli cattolici di giorno. La forza del Vodou può essere usata per il male, ma anche per il bene. Ad Haiti vi è un rapporto molto particolare con i propri defunti. I bambini giocano sulle tombe di famiglia situate nel giardino di casa, buone anche per stendervi la biancheria lavata. La zombificazione di una persona è la pena capitale della società haitiana. Consiste in una morte apparente per togliere la libertà, non più meritata a causa di qualche gesto grave compiuto. Lo zombi diverrà come uno schiavo. Potrà essere venduto e comprato.  Se la persona che lo ha acquistato muore, allora potrà riscattarsi (mediante una pozione antidoto), ma non potrà tornare al suo villaggio di origine, poiché è stato condannato. Come avviene la condanna per zombificazione?  Tecnicamente attraverso una neurotossina che induce una forma catalettica che prelude ad un avvelenamento successivo più grave e alla morte. Una pozione dunque. Il condannato sarà dichiarato clinicamente morto, ma solo apparentemente. Lo zombi verrà risvegliato in un cimitero, con un’altra sostanza che cancellerà la personalità del condannato e lo renderà schiavo. Impossibile? No. Mediante dei rospi di tipo amazzonico (Bufo alvarius, Bufo marinus) si estrae la bufotenina (5-MEO-DIMETILTRIPTAMMINA), da cinquanta a cento volte più potente della digitale, molto liposolubile e quindi facile da far assimilare inconsciamente al condannato. Anche una semplice stretta di mano, una carezza o della polvere soffiata sul volto, possono essere sufficienti a trasmettere una dose. Un’altra sostanza biancastra simile al borotalco come la tetrodotossina (TTX) estratta dalla vescica del pesce palla, (Arothron ispidus) un micidiale neurotossico in grado di agire anche attraverso i pori della pelle, induce rigidità muscolare e nella fase precedente la morte (se non si interviene prima con l’antidoto che “risveglia”) sembra proprio di vedere una morto vivente. La “polvere di zombificazione” può indurre, negli esseri umani, una paralisi muscolare totale che si manifesta come un temporaneo stato di morte apparente, che talvolta è stata erroneamente interpretata come un vero e proprio decesso, oltre a tremore periorale, incoordinazione motoria e parestesia. Alcuni individui, difatti, ritenuti a tutti gli effetti privi di vita ma in realtà perfettamente coscienti e vigili, anche se completamente immobilizzati, sono stati collocati all’interno di un feretro e tumulati al cimitero, solo grazie alle grida disperate lanciate dopo essersi risvegliati dal “coma farmacologico”, alcuni di essi sono riusciti a richiamare l’attenzione di qualche sconcertato ed atterrito passante ed a farsi trarre in salvo. Per il Vodou haitiano la zombificazione è dunque un atto di giustizia. 

Giorgio Nadali

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I segreti della Santa Pasqua


di Giorgio Nadali

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Pasqua ebraica 2015 – 5 aprile (14 nisan 5775)

Il termine Pesach appare nella
Torah”. Dio annuncia al popolo di Israele, schiavo in Egitto, che lui lo
libererà, egli dice: “In questa notte io passerò attraverso l’Egitto e
colpirò a morte ogni primogenito egiziano, sia fra le genti che tra il
bestiame”

Prima dell’inizio della
festività gli ebrei eliminano da casa ogni minima traccia di lievito e
qualsiasi cibo che ne contenga (questo viene indicato con il termine chametz).
Questa tradizione viene chiamata “bedikat chametz”. Durante tutto il
periodo della festività non viene consumato cibo lievitato sostituendo il pane,
la pasta e i dolci con le “matzot” ed altri cibi appositamente
preparati.

I 15 comandamenti (miztvòt)  ebraici della
Pasqua

406-56P – Si mangi l’agnello pasquale durante
la notte stessa. – Es. 12:8

407-57P – Si macelli il secondo sacrificio di
Pesach nel 14 di Iyar. – Num. 9:2-11

408-58P – Si mangi l’agnello di Pesach con
pane azimo e erbe amare nella notte del 15 di Nisan. – Es. 12:8

409-116N – Non lasciare nulla del sacrificio
di Pesach sino alla mattina successiva. – Num. 9:11

410-125N – Non mangiare il pasto di Pesach
crudo o bollito. – Es. 12:9

411-123N – Non consumare il cibo pasquale al
di fuori dei confini della tua casa. – Es. 12:46

412-128N – L’apostata non mangi il pasto di
Pesach. – Es. 12:43

413-126N – Il lavoratore non ebreo assunto
permanentemente o stagionale non ne mangi. – Es. 12:45

414-127N – Il maschio non circonciso non ne
mangi. – Es. 12:48

415-121N – Non rompere alcun osso del
sacrificio di Pesach. – Es. 12:46

416-122N – Non rompere alcun osso neppure dal
secondo sacrificio di Pesach. – Num. 9:12

417-117N – Non lasciare avanzi del pasto di
Pesach sino alla mattina successiva. – Es. 12:10

418-119N – Non lasciare avanzi del pasto di
Pesach shenì (seconda occasione pasquale, a un mese lunare dalla prima) sino
alla mattina successiva. – Num. 9:12

419-118N – Non lasciare nulla delle offerte
festive del giorno 14 sino al giorno 16 (Nisan) – Deut. 16:4

420-53P – Visita il Tempio a Pesach, Shavuot e
Sukot. – Deut. 16:16

La Pesach è una festività felice che viene
solitamente trascorsa in famiglia. La prima notte, in particolare è la più
importante. Durante le prime due sere si usa consumare la cena seguendo un
ordine particolare di cibi e preghiere che prende il nome di seder, parola che
in ebraico significa per l’appunto ordine. Durante il quale si narra l’intera
storia del conflitto con il faraone , delle 10 piaghe e della fuga finale
seguendo il racconto della Haggadah di Pesach. Tradizionalmente è il bimbo più
piccolo della casa che chiede all’uomo più vecchio di raccontare cosa successe
allora, con una semplice domanda.

L’Afikomen
nascosto

Durante il seder vengono utilizzate
3 matzot che vengono tenute coperte da un panno. All’inizio della cena viene
spezzata in due pezzi quella di mezzo; il pezzo più piccolo viene rimesso tra
le due rimanenti, mentre il pezzo più grande viene utilizzato come Afikomen, (
l’ultimo pezzo di matzah che verrà consumata durante il pasto). Vi sono due
usanze riguardo l’afikomen, entrambe con lo scopo di tenere i bambini attenti
allo svolgersi della cerimonia. In entrambi i casi l’afikomen viene nascosta:
nel primo caso da uno dei bambini per poi essere cercata dagli adulti: nel caso
questi non la trovassero, devono pagare il bimbo per la sua restituzione.
L’altra usanza prevede, invece, che a nascondere l’afikomen siano gli adulti e
venga premiato il bambino che la ritrova.

Durante la cerimonia, un piatto, detto piatto
del Seder è parte centrale della cena. Il piatto del seder è di solito
decorato, ed ha dipinti tutti i principali simboli di Pesach. Al centro sono
poste tre Matzot per ricordare la concitata e precipitosa fuga dall’Egitto.
Attorno, nell’ordine, vi sono il karpas, solitamente un gambo di sedano che
ricorda la corrispondenza della festività di Pesach con la primavera e la
mietitura che, in epoca antica, era essa stessa occasione di festeggiamento; un
piatto di maror o erbe amare che rappresenta la durezza della schiavitù; una
zampa arrostita di capretto chiamata zeru’a: rappresenta l’offerta dell’agnello
presso il Tempio di Gerusalemme in occasione di Pesach, Shavuot e Sukkot; un
uovo sodo beitza in ricordo del lutto per la distruzione del Tempio, e infine
una sorta di marmellata preparata con frutta secca, noccioline, e vino chiamato
“haroset” che rappresenta la malta usata dagli ebrei durante la
schiavitù per la costruzione delle città di Pit’om e Ramses. Alcuni, specie nell’uso
italiano, aggiungono una seconda insalata, più dolce, come la lattuga.

La lettura dell’Haggadah inizia con un
ricordo, un brano in lingua caldaica. I bambini chiedono al padre quale sia il
significato di Pesach. I quattro fratelli rappresentano quattro tipi di Ebreo.
Il figlio saggio rappresenta l’ebreo osservante. Il figlio malvagio rappresenta
invece l’ebreo che rifiuta la sua eredità e la sua religione. Il figlio
semplice si riconosce nell’ebreo completamente indifferente. Il giovane,
invece, colui che non conosce della propria cultura e tradizione a sufficienza
per poter prendere parte alla discussione.

Poco dopo, vi è il ricordo delle dieci piaghe
inflitte da Dio all’Egitto per indurre il Faraone a lasciare liberi gli Ebrei,
e un esempio di pilpul, o discussione talmudica, in cui nell’interpretazione
rabbinica, le piaghe da dieci diventano quaranta, poi cinquanta, poi
addirittura duecento. Più avanti, si ripete la promessa millenaria.

La
Seder pasquale

Nel corso del seder vi è obbligo di bere
quattro bicchieri di vino, e quindi è naturale che, oltre ad essere composto da
diversi brani cantati, termini di solito con canti tradizionali. Nella
tradizione italiana, i canti sono in italiano, e si ricordano Had gadià, la
storia del capretto resa famosa da Angelo Branduardi in forma ridotta con il
titolo La fiera dell’est, e il conteggio, cantato, da uno a tredici, dove uno è
ovviamente Dio, fino a tredici attributi divini, passando per due Tavole della
Legge, tre Patriarchi, Quattro Madri di Israele, cinque libri della Torah, sei
libri della Mishnah, sette giorni della settimana, otto giorni della
circoncisione, nove mesi di gravidanza, dieci Comandamenti, undici
costellazioni e dodici tribù.

Pasqua cristiana 2015 – 5 aprile

I segreti della crocifissione e della croce

Purtroppo la crocifissione
esiste ancora. La più dolorosa tortura con pena di morte mi esistita. Amnesty
International ha denunciato 88 crocifissioni nel 2002 nella regione del Darfur,
in Sudan. «Il 13 agosto i ribelli sono entrati nella chiesa della mia
parroc¬chia ed hanno preso tante per¬sone in ostaggio. Mentre fug-givano nella
foresta, ne han¬no uccise sette: li hanno croci¬fissi agli alberi» – Così ha
dichiarato al Corriere della Sera il 16 ottobre 2009 Monsignor Hiiboro Kussala,
vescovo del¬la diocesi di Tombura Yam¬bio, nel Sud del Sudan. Anche i nazisti
usavano questa tortura nei campi di concentramento. La crocifissione era
conosciuta anche in Giappone. Il 2 febbraio del 1597 il famoso samurai Toyotomi
Hideyoshi ordinò la crocifissione di 6 giapponesi convertiti al Cristianesimo e
di 20 frati francescani. Portati da Kyoto e Osaka a Nagasaki per subire lo
stesso martirio di Cristo. Una chiesa sulle colline Nishizaka di Nagasaki
ricorda nei suoi mosaici i primi martiri cristiani in Giappone.

Il braccio orizzontale della
croce è il patibulum. Si suppone che Gesù Cristo abbia portato sulle spalle
solo il trave orizzontale del peso di 45 chili. Il braccio verticale era già
sul posto e si chiamava stipes. Inoltre è probabile che Cristo sia stato crocifisso
nei polsi, non nei palmi delle mani. Sono state ritrovate rarissime ossa di
persone crocifisse. Di solito i chiodo venivano riciclati e non rimaneva nulla
delle tracce del supplizio. Una reliquia del legno della Santa Croce è ospitata
nella cripta del Santuario di Maria Ausiliatrice a Torino. Le ossa più note di
una persona crocifissa sono di Johanan ben Ha-galgol, con un chiodo conficcato
nel tallone. Caso raro, lui fu ritrovato in un sarcofago nel giugno 1968 a
Giv’at ha-Mivtar a nordest di Gerusalemme (Israele). Un altro osso di Johanan
ben Ha-galgol dimostra che la crocifissione avveniva nel polso.

I chiodi erano lunghi 10 cm e larghi 1 cm alla
capocchia. I tre chiodi (due per le mani e uno per i piedi inchiodati insieme),
trovati ancora attaccati alla croce, sarebbero stati portati da Elena al figlio
Costantino: secondo la leggenda uno di essi venne montato sul suo elmo da
battaglia, da un altro invece fu ricavato un morso per il suo cavallo. Il terzo
chiodo, secondo la tradizione, è conservato nella chiesa di Santa Croce in
Gerusalemme a Roma. Il “Sacro Morso” invece, si trova nel Duomo di
Milano (inserito in una grande croce di rame dorato sopra il catino absidale,
ad un’altezza di 40 metri), dove il 14 settembre viene prelevato con un ascensore
a 4 posti con baldacchino rosso del 1600 a forma di nuvola con angeli
(“nivola”) dall’arcivescovo e portato in processione. Del chiodo montato
sull’elmo si sono perse le tracce; secondo una tradizione si trova oggi nella
Corona Ferrea, conservata nel Duomo di Monza. Vi è anche un quarto chiodo,
dalla tradizione più dubbia, che si troverebbe nella cattedrale di Colle Val
d’Elsa (SI).  (Cf. Giorgio Nadali –
“I monaci sugli alberi. E centinaia di altre cose curiose su Dio, la
Bibbia, il Vaticano”, Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo, 2010).

La
Pasqua cristiana

Uova
sacre

Un’antica leggenda legata a
Simone il Cireneo, l’uomo forzato a portare la croce di Cristo sulla strada
verso il Calvario (Mc 15,21), vuole che fosse un mercante di uova. Alla
risurrezione di Cristo, Simone trovò tutte le sue uova miracolosamente
colorate, in varie tinte.

Nel Cristianesimo ortodosso le
uova sono sacre – simbolo di risurrezione. La buccia rappresenta il sepolcro di
Gesù, mentre il bianco che è dentro l’uovo rappresenta la luce della
risurrezione, infatti il colore della Pasqua è quello della luce, e il bianco
dell’uovo è molto luminoso. La buccia rotta dell’uovo significa il sepolcro
aperto con l’uscita la luce della vita nella risurrezione, rappresentata
dall’albume, il bianco dell’uovo. Uova di legno sono dipinte come icone con
soggetti sacri e alcune sono molto preziose. Alcune hanno la scritta X B, che
in cirillico corrispondono alle lettere K e V – Christòs Vaskrìes, cioè “Cristo
è risorto”. Le più preziose sono le cinquantasette uova di Pasqua che sono
state realizzate per la corte dello zar di tutte le Russie ad opera del
gioelliere Peter Carl Fabergé fra il1885 ed il 1917, in oro, preziosi e
materiali pregiati, una per ciascun anno, all’approssimarsi della festività.
Fabergé ed i suoi orafi hanno progettato e costruito il primo uovo nel 1885.
L’uovo fu commissionato dallo zar Alessandro III di Russia, come sorpresa di
Pasqua per la moglie Maria Fyodorovna. L’uovo Fabergè del 1915 è chiamato uovo
con croce rossa e trittico, è stato regalato da Nicola II alla zarina Alexandra
Fyodorovna. E’ custodito al museo d’arte di Cleveland (USA). E’ sttao
realizzato in oro, argento, smalto e vetro.
La figura principale dipinta sull’uovo – alto 8,6 cm – È Gesù Cristo.
Dentro l’uovo, la scena centrale è la Discesa agli Inferi, la rappresentazione
Ortodossa della Risurrezione cioè Cristo che sveglia i morti dopo la
Risurrezione. Santa Olga, la fondatrice del Cristianesimo in Russia è
rappresentata sulla sinistra del trittico. La Santa martire Tatiana è sulla
destra. Le miniature interne sono state eseguite da Adrian Prachow
specializzato in icone. Il rimanenti due pannelli delle porte dele trittico
sono incisi col monogramma della corona dello zarina, e l’altro con l’anno
“1915.” Zar Nicholas, occupato in guerra no fu in grado di regalare
personalmente l’uovo allo zarina. Quello di maggior valore è l’uovo Birch del
valore di 3 milioni di dollari. E’ del 1917, custodito al museo nazionale russo
a Mosca.

Nelle chiese russo ortodosse viene
appeso un enorme uovo di legno laccato rosso al soffitto, durante la Pasqua e i
fedeli ricevono durante la messa delle uova sode dal prete. Altre uova sono
fatte benedire in chiesa nei giorni precedenti alla Pasqua, vengono colorate e
poi mangiate durante la festa. La pysanka ucraina è l’uovo decorato in casa.

Sulle uova un motivo spesso
presente è la chiesa. Le chiese stilizzate si possono trovare di frequente
sulle pysanky dell’Ucraina occidentale, specialmete nelle regioni di  Hutsul e Bukovyna; il disegno di un setaccio
disegnato all’interno simboleggia l’abilità della Chiesa di separare il bene
dal male.

Vi erano superstizioni per
quanto riguarda i colori e disegni sul pysanky. Un vecchio mito ucraino basato
sulla saggezza di regalare a persone anziane delel pysanky dipinte con colori
scuri e/o con ricchi elaborati, perché le lroro vite sono state già piene e
appaganti. Similmente è appropriato regalare a persone giovani delel pysanky
con predominanza di colore bianco perché la loro vita è ancora una pagina
bianca. Le ragazze donano spesso pysanky con disegni di cuori al loro
fidanzato. E’ stato detto tuttavia che un aragazza non dovrebbe mai donare al
suo ragazzo una pysanka senza un disegno in cima o in fondo all’uovo perché
questo significa che il fidanzato perderà i capelli.

Lo scopo di creare delle
pysanky era quello di trasmettere bontà dalal casa ai disegni e di scacciare il
male. Spiral e altri disegni vengono dpinti per intrappolare il male, e per
proteggere la famiglia e la casa da pericoli e mali.

Le croci sulle uova pysanky
sono molto comuni e la maggioranza di quelle dipinte non sono croci ortodosse.
Le croci più comunemente presenti sulle uova sono di tipo greco (con bracci di
uguale dimensione). Altri simboli religiosi adattatati sono il triangolo con un
cerchio in mezzo, l’occhio di Dio e uno noto come la “mano di Dio”.

Vi è anche un museo delle uova
pasquali pysanka. Costruito nel 2000 e aperto il 23 settembre dello stesso anno
a Kolomyia, cittadina dell’Ucraina occidentale. Precedentemente le uova del
museo erano ospitate in una chiesa della zona. Il museo espone oltre 10.000
uova pysanky. La parte centrale del museo è a forma di uovo pasquale ucraino
“pysanka”. E’ unico nel suo genere. Nel 2007 è stato eletto luogo simbolo
dell’Ucraina moderna.

Celebrazione

La celebrazione della Pasqua,
almeno sin dal Concilio di Nicea, non coincide esattamente con l’inizio della
celebrazione ebraica di Pesach. Secondo quanto si legge nel Vangelo di Giovanni
e da altri particolari della Passione, sembra che il giorno della morte di Gesù
sia corrisposto, per la maggioranza del popolo ebraico del tempo, a quello in
cui si immolava l’agnello e si celebrava (alla sera) il primo seder di Pesach,
e perciò al giorno ritenuto essere il 14 di Nissan. L’Ultima Cena consumata da
Gesù e dai suoi apostoli la sera del giorno precedente, secondo le modalità
proprie del seder di Pesach, la si comprende come una possibile anticipazione
del rito, propria di una parte del popolo ebraico del tempo (come ad esempio
gli esseni, per il cui calendario liturgico “solare” il 14 di Nissan
doveva cadere sempre di martedì) o come un’anticipazione voluta da Gesù stesso,
“non potendo celebrarla l’indomani se non nella sua persona sulla
croce” (Giuseppe Ricciotti). Inoltre in ambito cristiano, nella
celebrazione della Pasqua, si voleva dare maggiore risalto alla Risurrezione,
avvenuta il “primo giorno della settimana”, cioè la domenica
immediatamente successiva.

In lettere scambiate tra la Chiesa di Roma e
quelle d’Asia già nel II secolo, si rintraccia una disputa indicata come pasqua
quartodecimana. Le Chiese dell’Asia minore ritenevano che i cristiani dovessero
celebrare la Pasqua il 14 di Nissan in tono “penitenziale”,
ritenendola una tradizione risalente all’apostolo Giovanni, e dando così
maggiore risalto alla Passione e morte di Gesù. La Chiesa di Roma, invece,
aveva la tradizione di celebrare solennemente la Pasqua la domenica successiva
al 14 di Nissan, volendo in questo modo mettere maggiormente in risalto la
Risurrezione di Gesù.

Dalla “composizione” di questa
disputa prese origine l’attuale struttura del Triduo Pasquale.

La tradizione quartodecimana fu seguita da
alcune chiese fino a poco oltre il Concilio di Nicea, che stabilì il criterio
per la determinazione della data della Pasqua cristiana: essa doveva cadere la
domenica seguente il primo plenilunio successivo all’equinozio di primavera,
considerato corrispondente al giorno 21 di marzo. Il plenilunio non doveva
essere effettivamente osservato, ma individuato approssimativamente mediante il
calcolo dell’epatta, elaborato dal monaco Dionigi il Piccolo. In questo modo si
slegava la determinazione della data della Pasqua cristiana dalle osservazioni
dei fenomeni astronomici (effemeridi) e dalle regole del calendario lunisolare
ebraico, non ancora completamente fissate. Soltanto con Maimonide, infatti, si
stabilirono regole precise (ed indipendenti dall’osservazione dei fenomeni
astronomici) per quanto riguardava il ricorrere del capodanno, la durata dei
mesi e l’eventuale aggiunta del tredicesimo mese (we-adar)
“intercalare” all’anno ebraico (accorgimento necessario per
correggerne la differenza di durata rispetto all’anno tropico).

Anche la maggior parte dei
protestanti, con qualche differenza, celebra la Pasqua il giorno stabilito
seguendo le regole del Concilio di Nicea, invece di farla corrispondere al 14
di Nissan. Le Chiese ortodosse ed orientali celebrano tutte la Pasqua secondo
le regole stabilite a Nicea, anche se, non avendo aderito alla riforma
gregoriana del calendario e del metodo di calcolo dell’ epatta (epatta
“liliana”) (ad eccezione della Chiesa ortodossa finlandese), questa
finisce per cadere in giorni diversi da quello calcolato dai cattolici (di rito
latino) e protestanti.

In conseguenza delle regole stabilite a Nicea
(e della riforma “gregoriana” del calendario giuliano e dell’epatta)
insieme all’attuale forma del calendario ebraico (per opera di Maimonide), la
Pasqua cristiana cade circa nello stesso periodo di Pesach, sebbene venga fatta
coincidere sempre con la domenica. Nel caso in cui il primo plenilunio di
primavera (calcolato sempre approssimativamente con il metodo dell’epatta) cada
proprio di domenica, e che quindi, verosimilmente, coincida con il giorno 14 di
Nissan, la celebrazione della Pasqua cristiana (e “gregoriana”), allo
scopo di sottolineare il diverso significato, viene rimandata alla domenica
successiva.

Per la Chiesa Cattolica la Pasqua supera
Pesach per importanza poiché, se Pesach corrisponde al periodo della Passione e
morte di Cristo, la Pasqua ne ricorda la Risurrezione. Questa ricorrenza viene
infatti ricordata all’inizio del Triduo Pasquale cristiano, nella messa
“in coena Domini”, il giorno del giovedì santo, così come nella
lettura liturgica di brani del libro dell’esodo, in particolare quello della
cena con l’agnello immolato e del passaggio degli ebrei del mar Rosso,
obbligatoria nella celebrazione della Veglia Pasquale, la sera del sabato
santo.

Giorgio Nadali

www.giorgionadali.it

 

Giorgio Nadali “I monaci sugli alberi. E centinaia di altre cose curiose su Dio, la Bibbia,
il Vaticano”, Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo, 2010

Risorgeremo. Ma come?


 Di Giorgio Nadali       www.giorgionadali.it 

 “Questa infatti è la volontà del Padre mio, che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna; io lo risusciterò nell’ultimo giorno”. (Giovanni 6,40)

 “E questa è la promessa che egli ci ha fatta: la vita eterna”. (1Giovanni 2:25)

 “E’ seminato corpo naturale e risuscita corpo spirituale”. (1Corinzi 15:44)

 Nella risurrezione dei corpi noi avremo un corpo trasfigurato e spirituale (un solido fatto di respiro d’anima – pneuma = soffio di spirito – capace di ubiquità senza ostacoli) consimile al corpo che nel cielo hanno Cristo e la Madonna.

Quindi dopo la risurrezione le nostre anime (ectoplasmi incorporei), che ora non hanno corpo, ne avranno uno che ricorderà solo nella forma (nei lineamenti) il corpo terrestre.

Il corpo spirituale (integro in tutte le sue forme (cioè “formale” e non materiale) è un corpo molto diverso dal nostro fisico, perché è capace di sentire – partecipare – avere volume, ma non carne animale in quanto privo di qualsiasi possibilità di peccare o turbarsi in senso negativo.

Il corpo di Gesù, che ha dato anche la possibilità, dopo risorto, di essere toccato nel costato da San Tommaso, ed ha dimostrato di nutrirsi insieme agli altri apostoli, è di natura gloriosa (materia spiritualizzata e trasfigurata dallo Spirito Santo).

Il corpo di Gesù è Glorioso, tangibile ma spiritualmente Perfetto, assolutamente esente dai difetti della materia.

La volontà e l’essenza, purissima – perfetta e luminosissima, ne hanno fatto, nel mistero incommensurabile delle possibilità divine, preziosissima qualità d’amore e di bene.

Così è anche il corpo della Regina del Cielo, perché è così che Ella si è fatta sentire nell’abbraccio ricevuto dai veggenti in una delle sue tante apparizioni.

          IL CODICE DI DIRITTO CANONICO DAL 1983 PERMETTE E CONSENTE LA CREMAZIONE

L’ABBRUCIAMENTO DEL CADAVERE NON PUO’ NUOCERE ALL’ANIMA, PERCHE’ IL MODO DI RITORNARE ALLA POLVERE E’ SOLO QUESTIONE DI DIFFERENZA DI TEMPO

PUR NON PROIBENDO LA CREMAZIONE, LA CHIESA RACCOMANDA IL SEPPELLIMENTO E LA TUMULAZIONE, PERCHE’ LA LENTA TRASFORMAZIONE NATURALE AIUTA A SENTIRSI MAGGIORMENTE E FIGURATIVAMENTE ANCORA COLLEGATI AL CORPO DELLA PERSONA CHE NON C’E’ PIU’

LE SOLE CENERI IMPRIMONO, INVECE, UNO STACCO NETTO.

In contrasto con la negazione della resurrezione da parte dei Sadducei, che accettavano soltanto i primi cinque libri dell’AT (il Pentateuco ), Gesù insegna che la resurrezione finale avrà luogo grazie al potere di Dio, che è un Dio dei viventi, il «Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe» ( Mt 22,32; cfr. Es 3,6). Nel far questo, Gesù ricollega le radici del credo nella resurrezione (cioè la fede nell’onnipotenza e nella sovranità di Dio su tutto l’ordine creato) indietro fino al libro dell’Esodo, accettato dagli stessi Sadducei che negavano la resurrezione. Tuttavia, diversamente dall’insegnamento dei Farisei, Gesù afferma che chi risorge non ritorna ad uno stato di terreno o corruttibile, bensì possederà uno stato trasfigurato, glorificato, perché «alla resurrezione infatti non si prende né moglie né marito, ma si è come angeli nel cielo» ( Mt 22,30).

In secondo luogo – e questo è l’elemento più specifico della dottrina del NT – la resurrezione avrà luogo non solo grazie al potere vivificante di Dio in genere, ma in virtù della resurrezione di Gesù Cristo dalla morte, con la forza dello Spirito Santo. La resurrezione di Gesù fornisce pertanto la promessa, la garanzia, l’esempio e la primizia della resurrezione universale, che può essere considerata come una «estensione della resurrezione di Gesù a tutto il genere umano». In modo più specifico, secondo s. Giovanni, Gesù in persona è «la resurrezione e la vita» ( Gv 11,25), ed egli spiega: «Come infatti il Padre ha la vita in se stesso, così ha concesso al Figlio di avere la vita in se stesso.  Verrà l’ora in cui tutti coloro che sono nei sepolcri udranno la sua voce e ne usciranno: quanti fecero il bene per una resurrezione di vita e quanti fecero il male per una resurrezione di condanna» ( Gv 5,26.28-29).  

Tutti risorgeremo. Alla nostra libertà la decisione se per il Paradiso o per l’Inferno. In entrambe le condizioni il nostro corpo ultraterreno parteciperà alla beatitudine del Paradiso o alle pene dell’Inferno.

S. Paolo insiste ripetutamente sulla dottrina della resurrezione finale (cfr. At , 24,14; 1Ts 4,14-17; Ef 3,1-4; 1Cor , c. 15; ecc.). Cristo è «primogenito fra molti fratelli» ( Rm 8,29; cfr. Col 1,18). Nel c. 15 della Prima Corinzi egli sviluppa l’idea che la resurrezione finale dipende interamente da quella di Gesù Cristo e colloca questo convincimento al centro della fede cristiana, dicendo che «se non esiste resurrezione dai morti, neanche Cristo è risuscitato! Ma se Cristo non è risuscitato, allora è vana la nostra predicazione ed è vana anche la vostra fede. Ora, invece, Cristo è risuscitato dai morti, primizia di coloro che sono morti» (vv. 13-14 e 20). E ancora: «come abbiamo portato l’immagine dell’uomo di terra, così porteremo l’immagine dell’uomo celeste» (v. 49). Per Paolo la resurrezione è come anticipata nella vita presente, per coloro che partecipano alla morte e resurrezione di Gesù Cristo mediante il sacramento del Battesimo (cfr. Rm 6,3-11; Ef 2,6).

Come risorgeremo? La Teologia

Appartiene al dogma della risurrezione che essa avvenga coi corpi che abbiamo ora (“cum suis propiis resurgent corporibus quae nunc gestant” – IV Concilio del Laterano – e “in hac carne, qua nunc vivimus” – Fidei Damasi). Il corpo sarà non solo specificamente lo stesso (il corpo che ho ora). Con questa affermazione, si evita ogni modo di pensare che suggerisca una metempsicosi o una tramigrazione delle anime da un corpo all’altro…

Tre ipotesi teologiche sul come riavremo il nostro corpo il giorno della risurrezione

    Gesù Cristo promette che questo avverrà alla fine dei tempi. In Giovanni 6:54 dice: “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno”. Le ipotesi sulla nostra risurrezione sono:

Identità materiale – perché il corpo sia numericamente lo stesso, si richiederebbe che fosse composto nella stessa materia. Intesa in tutto il suo di rigore, la teoria difficilmente accettabile. D’altra parte, il principio secondo il quale un’identità materiale necessaria perché il corpo possa essere considerato lo stesso, è scientificamente assai discutibile. Dato il metabolismo costante del corpo umano, il mio corpo attuale ha rinnovato totalmente la sua materia da com’era sette anni or sono; e tuttavia, penso con ragione che sia rimasto realmente lo stesso corpo.

Identità formale – una teoria che si colloca all’estremo opposto sarebbe quella proposta, già nel Medio Evo da Durando di San Porciano (+ 1334). Durando suppone che, quale sia la materia di cui è composto un corpo, è il mio corpo per il fatto medesimo che esso s’unisce la mia anima… Bisogna riconoscere che, esposta in questo modo e senza altri particolari, questa teoria lascia l’impressione di una certa somiglianza con la teoria della trasmigrazione delle anime… Joseph Ratzinger [1][attuale papa Benedetto XVI, n.d.A.] pensa che non sia necessaria la stessa materia perché il corpo possa essere considerato lo stesso, e ha fatto notare che tutta la tradizione ecclesiastica (dottrinale e liturgica) impone come limite che il corpo risuscitato deve includere le reliquie dell’antico corpo terreno, se si esistono ancora come tali quando avviene la risurrezione. Tali “reliquie” saranno nuovamente animate dall’anima santa al corpo della quale appartennero. D’altra parte, insistendo sul fatto che la nostra risurrezione gloriosa non può essere spiegata senza un parallelismo con la risurrezione di Gesù, pare necessario affermare, come secondo limite, una certa continuità di somiglianza morfologica col corpo mortale. 

Alcuni autori medievali, come Durando di s. Porziano (1270 ca.-1334), hanno suggerito che l'”identità formale“, riguardante essenzialmente l’identità dell’anima umana, «unica forma del corpo», sarebbe sufficiente ad assicurare l’integrità del medesimo corpo umano nella resurrezione (cfr. In IV Sent. , d. 44, q. 1). L’ipotesi è stata ripresa in tempi recenti da neo-tomisti quali Hettinger, Scheel, Billot, Michel, Feuling. Tale posizione in realtà non è lontana da quella di Origene, basata sulla comprensione paolina della resurrezione come lo sviluppo di un seme (cfr. 1Cor 15,35), o come la presenza di un’immagine spirituale (gr. eîdos ) che non cambia durante tutte le trasformazioni cui soggiace la vita umana e che persisterà dopo la glorificazione. Tale visione, tuttavia, riteniamo non tributi un sufficiente realismo alla resurrezione di Gesù, avvenuta «il terzo giorno». Essa non tiene sufficientemente conto delle implicazioni escatologiche della perenne prassi liturgica di venerare le reliquie dei santi (cfr. DH 1822; Ratzinger, 1957), ed il significato del dogma dell’assunzione in cielo di Maria, madre di Gesù (cfr. Ratzinger 1979, pp. 120-122). Già in epoca patristica, inoltre, alla comprensione di Origene della resurrezione in termini alquanto “spiritualisti” si opposero le posizioni di altri autori, come Metodio di Olimpo (m. 310 ca.) e Gregorio di Nissa (335-395) (cfr. Crouzel, 1972; Chadwick, 1948; Daniélou, 1953).

Identità sostanziale – Alois Winklhofer ha proposto, recentemente una nuova ipotesi… di fronte a un cadavere che comincia a corrompersi, Dio sottrae e conserva separatamente questa sostanza non fenomenologica del corpo. Il cadavere, a dispetto della sua continuità fenomenologica col mio corpo, non sarebbe più, in questo caso, il mio corpo. Al contrario, partendo dalla sostanza non fenomenologica del mio corpo, Dio ricostruirebbe il mio corpo risuscitato; e appunto la permanenza di questa sostanza (l’identità sostanziale) farebbe sì che sia il mio corpo e non un altro.

L’identità del corpo risorto. Nonostante il carattere eterno e glorioso del corpo risorto, la fede cristiana predica la sua identità con il corpo terreno. La Chiesa la ha insegnata con insistenza riferendosi non solo alla resurrezione dalla morte generalmente intesa, ma alla resurrezione «di questo corpo», «di questa carne» (cfr. O’Callaghan, 1989a). Il termine «resurrezione» indica proprio tutto ciò, in quanto denota una realtà previa e decaduta che assume una vita nuova e definitiva. Si comprende allora perché le affermazioni dei Padri della Chiesa circa la resurrezione finale avevano una veste così fortemente realistica: «la verità della resurrezione non può essere compresa senza la carne e le ossa, senza il sangue e le membra», diceva s. Girolamo ( Contra Iohannem Hierosolymitanum , 31).

L’identità del corpo risorto con il corpo terrestre, tuttavia, non vuol dire una stretta “identità materiale” fra gli elementi fisici della condizione terrena e quelli oggetto dello stato risorto, come già suggerirono i primi autori cristiani, come Teofilo di Antiochia, Taziano, Atenagora o Ilario di Poitiers. Servendosi dell’immagine del vaso di creta ricostruito ancora una volta, presente nel profeta Geremia (cfr. Ger 18,1-10), Origene aveva spiegato che la materia di cui saranno composti i nostri corpi risuscitati non è necessariamente identica a quella del corpo terreno e che, in ogni caso, la logica di tale trasformazione appartiene al potere creatore di Dio (cfr. Homiliae in Jeremiam , 18, 4). Fra l’altro, non va dimenticato che il semplice metabolismo umano rinnova continuamente, in un ciclo di pochi anni, gli elementi fisici e chimici che compongono la materialità del nostro corpo.

Per approfondire:

Cesare Marcheselli Casale

Risorgeremo, ma come? Risurrezione dei corpi, degli spiriti o dell’uomo?

EDB, Bologna, 1988

Candido Pozo

Teologia dell’Aldilà

Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo, 1990

Giorgio Nadali

I monaci sugli alberi

E centinaia di altre cose curiose su Dio, la Bibbia, il Vaticano

Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo, 2010

Giorgio Nadali

 www.giorgionadali.it

 


[1] Joseph Ratzinger – Auferstehungsleib, LexTheolKirch, 1, 1053

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