La Chiesa cambia Rota. In arrivo lo scisma


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di Giorgio Nadali

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La Rota Romana, l’organismo della Santa Sede che ha il potere di annullare il sacramento del matrimonio rende le maglie più larghe nei procedimenti.
Contrariamente a quanto aveva disposto il suo santo predecessore Giovanni Paolo II, che il 21 gennaio 2000 alla stessa Rota Romana aveva detto:
«Desidero soffermarmi a riflettere con voi sull’ipotesi di valenza giuridica della corrente mentalità divorzista ai fini di una eventuale dichiarazione di nullità di matrimonio, e sulla dottrina dell’indissolubilità assoluta del matrimonio rato e consumato, nonché sul limite della potestà del Sommo Pontefice nei confronti di tale matrimonio… Il Romano Pontefice, infatti, ha la “sacra potestas” di insegnare la verità del Vangelo, amministrare i sacramenti e governare pastoralmente la Chiesa in nome e con l’autorità di Cristo, ma tale potestà non include in sé alcun potere sulla Legge divina naturale o positiva. Né la Scrittura né la Tradizione conoscono una facoltà del Romano Pontefice per lo scioglimento del matrimonio rato e consumato; anzi, la prassi costante della Chiesa dimostra la consapevolezza sicura della Tradizione che una tale potestà non esiste. Le forti espressioni dei Romani Pontefici sono soltanto l’eco fedele e l’interpretazione autentica della convinzione permanente della Chiesa».
Papa Francesco ha ribaltato le regole per la nullità matrimoniale con la lettera apostolica in forma di motu proprio intitolato Mitis Iudex Dominus Iesus (Il mite giudice Signore Gesù) del 15 agosto scorso, mettendo l’interesse dei coniugi davanti alla sacralità del vincolo sacramentale.
A tale proposito il cardinale Gerhard Müller prefetto della Congregazione per la Fede, in un suo discorso a Ratisbona ha paventato il rischio di una scissione nella Chiesa.
Principalmente la causa potrà essere seguita direttamente dal vescovo del luogo: “Affinché sia finalmente tradotto in pratica l’insegnamento del Concilio Vaticano II in un ambito di grande importanza, si è stabilito di rendere evidente che il Vescovo stesso nella sua Chiesa, di cui è costituito pastore e capo, è per ciò stesso giudice tra i fedeli a lui affidata.. Allo stesso Vescovo diocesano compete giudicare la cause di nullità del matrimonio con il processo più breve ogniqualvolta la domanda sia proposta da entrambi i coniugi o da uno di essi, col consenso dell’altro o ricorrano circostanze di fatti e di persone, sostenute da testimonianze o documenti, che non richiedano una inchiesta o una istruzione più accurata, e rendano manifesta la nullità…Tra le circostanze che possono consentire la trattazione della causa di nullità del matrimonio per mezzo del processo più breve secondo i canoni 1683-1687, si annoverano per esempio: quella mancanza di fede che può generare la simulazione del consenso o l’errore che determina la volontà, la brevità della convivenza coniugale, l’aborto procurato per impedire la procreazione, l’ostinata permanenza in una relazione extraconiugale al tempo delle nozze o in un tempo immediatamente successivo, l’occultamento doloso della sterilità o di una grave malattia contagiosa o di figli nati da una precedente relazione o di una carcerazione, la causa del matrimonio del tutto estranea alla vita coniugale o consistente nella gravidanza imprevista della donna, la violenza fisica inferta per estorcere il consenso, la mancanza di uso di ragione comprovata da documenti medici, ecc”.
Lo scorso 23 gennaio si è rivolto ai membri della Rota Romana affermando che “il giudice, nel ponderare la validità del consenso espresso, deve tener conto del contesto di valori e di fede – o della loro carenza o assenza – in cui l’intenzione matrimoniale si è formata. Infatti, la non conoscenza dei contenuti della fede potrebbe portare a quello che il Codice chiama errore determinante la volontà. Questa eventualità non va più ritenuta eccezionale come in passato, data appunto la frequente prevalenza del pensiero mondano sul magistero della Chiesa. Tale errore non minaccia solo la stabilità del matrimonio, la sua esclusività e fecondità, ma anche l’ordinazione del matrimonio al bene dell’altro, l’amore coniugale come «principio vitale» del consenso, la reciproca donazione per costituire il consorzio di tutta la vita… Vorrei dunque esortarvi ad un accresciuto e appassionato impegno nel vostro ministero, posto a tutela dell’unità della giurisprudenza nella Chiesa. Quanto lavoro pastorale per il bene di tante coppie, e di tanti figli, spesso vittime di queste vicende! Anche qui, c’è bisogno di una conversione pastorale delle strutture ecclesiastiche per offrire giustizia a quanti si rivolgono alla Chiesa per fare luce sulla propria situazione coniugale”.
19 è il numero dei Tribunali ecclesiastici regionali presenti in Italia, competenti per le cause di nullità matrimoniale. I fondi dell’8xmille consentono un netto abbattimento del costo della causa a carico dei fedeli e il patrocinio interamente gratuito per i nono abbienti. Oggi il costo che un fedele deve sostenere per una causa di nullità riguarda due voci: il contributo richiesto dal Tribunale Ecclesiastico per le spese processuali e l’onorario per il patrono, cioè l’esperto che lo assiste nell’introdurre la causa e nel corso del processo canonico. Il Tribunale Ecclesiastico richiede per le spese processuali un contributo di euro 525 alla parte che richiede l’annullamento. Qualora la parte convenuta nomini un patrono di fiducia o usufruisca dell’assistenza di un patrono stabile, le si chiede un contributo di euro 262,50; non è tenuta invece ad alcuna contribuzione ove partecipi all’istruttoria senza patrocinio, anche in caso di acquisizione, su sua richiesta, di prove ammesse dal giudice. L’onorario per gli avvocati, salva la possibilità per ragioni economiche del gratuito patrocinio, è compreso tra un minimo di euro 1.575 e un massimo di euro 2.992 qualora l’appello termini con un decreto di conferma; per il rinvio ad esame ordinario, l’onorario del patrocinio è compreso tra un minimo di euro 604 e un massimo di euro 1.207. A tale somma si devono aggiungere gli oneri fiscali previsti dalla legge.

Giorgio Nadali

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La Famiglia Benedetta


di Giorgio Nadali

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Santità, la famiglia come sta? La sua è una “famiglia” molto particolare composta da ecclesiastici e laici accreditati dalla Santa Sede per diversi incarichi. I laici sono: gli assistenti al Soglio, il delegato speciale della Pontificia Commissione per lo Stato della Città del Vaticano, l’architetto dei palazzi apostolici, gli addetti di anticamera e l’aiutante di camera, i gentiluomini di Sua Santità, i consultori della Città del Vaticano, i familiari del Papa, il comandante della Guardia Svizzera, i procuratori dei palazzi apostolici che sotto il Pontificato di Innocenzo II avevano il compito di difesa delle cause coram Sanctissimo e la difesa gratuita dei poveri. Infine il presidente della Pontificia Accademia delle Scienze. Il Motu Proprio Pontificalis Domus del 28 marzo 1968 di papa Paolo VI denomina Gentiluomini di Sua Santità: a) i Camerieri Segreti di Spada e Cappa Partecipanti,  b) i Camerieri Segreti di Spada e Cappa,  c) i Camerieri d’Onore di Spada e Cappa. I “bussolanti”  sono gli addetti di anticamera del Papa. Prestano servizio d’anticamera in occasione di ricevimenti ufficiali. Papa Clemente VIII (1592) li chiamava Cavalieri della Bussola. Con il Motu Proprio Iusti Iudicis del 28 giugno 1988, le funzioni spettanti ai Procuratori dei Sacri Palazzi Apostolici sono state trasferite agli Avvocati della Santa Sede, fermi restando i diritti e i privilegi dei Procuratori attualmente in carica. Attualmente i Principi Assistenti al Soglio prestano servizio in occasione delle visite ufficiali dei Capi di Stato. Agli appartamenti hanno accesso Loredana, Carmela, Cristina e Rossella, suore laiche di Comunione e Liberazione. Il fratello don Georg, i segretari Alfred e Georg (detto “il bello”). Sino a poco tempo fa anche un maggiordomo raccomandato, ma un po’ troppo curioso. Paolo Gabriele. Comunque fortunatamente stanno tutti molto bene…

La famiglia – quella “normale” – invece non sta troppo bene. Tre milioni i separati. 74% di divorzi in più neghli ultimi dieci anni.  Boom dei single. Ma quelli alla Chiesa Cattolica non interessano molto. Vocazioni consacrate a parte, si intende.   Ad ogni modo: nel 2010 +10% rispetto al 2007. Dal 2001 al 2007 i single nel nostro Paese sono aumentati da 5.592.381 a 6.910.716 (Istat). A suo tempo l’Eurispes stimò che, in proiezione, se il trend registrato negli ultimi 7 anni si fosse  mantenuto costante, il numero dei single sarebbe aumentato nel 2010 di circa il 10,4% rispetto al 2007. Aveva ragione.

 L’inventore degli incontri mondiali delle famiglie scrisse per il teatro  “La bottega dell’orefice”. Una bottega che faceva affari con le vere nuziali.  L’opera fu pubblicata in anteprima nel 1960 sul numero 78 del mensile cattolico di Cracovia, Znak. L’autore usò lo pseudoniomo Andrzej Jawień. In seguito ne usò un altro: Giovanni Paolo II…  “Certe volte la vita umana sembra essere troppo corta per l’amore, e l’amore umano (…) troppo corto per una lunga vita. O forse troppo superficiale. In ogni modo l’uomo ha a disposizione un’esistenza e un amore” per “farne un insieme che abbia senso (…). L’eternità dell’uomo passa attraverso l’amore (…). L’ uomo si tuffa nel tempo” ma poi finisce col “dimenticare” la sua origine per “esistere solo un attimo e recidersi dall’eternità”.

È arrivato a Bresso poco dopo le 20.30 Papa Benedetto XVI per partecipare alla parte serale della Festa delle Testimonianze dal titolo “One world, family, love”. Ad accoglierlo oltre 350mila persone che sin dalle prime ore del pomeriggio hanno invaso l’area di Milano Campo Nord Aeroporto di Bresso dove domani in Santo Padre celebrerà la Santa Messa.

Seduto in mezzo ad alcune famiglie italiane e del mondo, il Santo Padre è stato accolto dal Cardinale Ennio Antonelli, Presidente del Pontificio Consiglio della Famiglia che insieme alla Diocesi di Milano ha promosso il VII Incontro Mondiale delle Famiglia che lo ha ringraziato per “essere venuto a far festa, con tante famiglie riunite qui a Milano e con le famiglie di tutto il mondo. La sua presenza – ha detto – ci dà fiducia e coraggio perché testimonia quanto la famiglia stia a cuore alla Chiesa, anzi quanto stia a cuore a Dio stesso”. durante la serata ha risposto ad alcune domande legate al tema del VII Incontro Mondiale delle Famiglie “Famiglia: il lavoro e la festa”.

 Il Santo Padre ha partecipato alla festa rispondendo ad alcune domande legate al tema del VII Incontro Mondiale: “La famiglia: il lavoro e la festa”.

Ovviamente tutte le domande sono state preparate dall’organizzazione del VII Incontro Mondiale delle Famiglie, d’accordo col Pontificio Consiglio per la Famiglia. Il Papa ha quindi risposto alle sue stesse domande. 

 La prima a rivolgersi al Pontefice è stata Cat Tien, una bambina vietnamita di 7 anni, che ha manifestato il desiderio di sapere qualcosa della famiglia del Papa e di quando Joseph Ratzinger aveva la sua età.

“Punto essenziale per la mia famiglia è sempre stata la domenica che iniziava già il sabato pomeriggio quando mio padre ci leggeva le letture della domenica in un libro dove erano spiegati i testi – ha detto il Santo Padre.  Il giorno successivo andavamo a Messa e poi pranzavamo insieme. Con la mia famiglia ho cantato molto, mio fratello era musicista. Poi ricordo i viaggi, le camminate. Eravamo un’anima sola e ci nutrivamo di una gioia fatta di cose semplici e di un amore reciproco che era forte. Se provo a immaginare il Paradiso lo penso come al tempo della mia giovinezza, eravamo felici. Il Paradiso dovrebbe essere simile a com’era nella mia gioventù e spero di andare a casa andando dall’altra parte del mondo”.

Serge e Fara dal Madagascar, fidanzati da quattro anni e prossimi a Matrimonio, hanno chiesto al Santo Padre il significato della parola “per sempre” “Una parola – hanno detto- che più di ogni altra ci attrae e allo stesso tempo spaventa”.

“In Europa fino all’800 c’era un altro modello di Matrimonio dominante: il matrimonio era un contratto tra clan attraverso il quale si cercava di difendere il proprio status – ha detto il Pontefice -. Oggi il Matrimonio non è più basato sulla volontà di altri, ma è una libera scelta preceduta dall’innamoramento e dal fidanzamento. Spesso si pensa che l’amore di per sé possa garantire il per sempre, che è assoluto, ma non è così. L’innamoramento è bello, ma non sempre è perfetto. Così com’è il sentimento non è per sempre. Il passaggio dal fidanzamento al Matrimonio prevede una serie di esperienze interiori e il desiderio dell’amore deve rientrare anche la ragione e la volontà. Nel rito del matrimonio  – ha continuato Benedetto XVI – non si dice sei innamorato ma vuoi, sei deciso, coinvolgendo nel cammino la volontà e la ragione. Tutto l’uomo è coinvolto con la sua capacità, il discernimento della ragione e la volontà di dire sì, questa è la mia vita. Alle nozze di Cana il secondo vino è migliore del primo: l’amore deve crescere e maturare coinvolgendo la parrocchia, la Chiesa, gli amici, la giusta comunione di vita con gli altri, con famiglie che condividono la  stessa esperienza, la stessa vita e la fede”.

La famiglia Paleologos dalla Grecia ha chiesto al Papa di affrontare il tema della crisi. “Ci sono giorni – e notti – hanno detto al Santo Padre – nei quali viene da chiedersi come fare a non perdere la speranza. Cosa può dire la Chiesa a tutta questa gente, a queste persone e famiglie senza più prospettiva?”

“Le parole sono insufficienti, dovremmo fare qualcosa di concreto e tutti sappiamo di essere incapaci di fare qualcosa di concreto – ha detto Benedetto XVI -. Nella politica deve crescere il senso di responsabilità di tutti i partiti che promettono cose che non possono realizzare affinché non cerchino solo voti per sé ma siano responsabili per il bene di tutti. Che capiscano che politica è responsabilità umana davanti agli uomini e a Dio”.

“Molti soffrono e devono accettare la realtà senza possibilità di difendersi di fronte alle situazioni – ha continuato il Pontefice -. Ciascuno deve fare il possibile per sé, per le famiglie, per gli altri, sapendo che molti sacrifici sono indispensabili per andare avanti. Penso che la solidarietà nella città tra famiglie e nelle parrocchie possa aiutare. Abbiamo attivi scambi culturali utili e importanti, ma è tempo che una famiglia dell’Italia, della Germania, della Francia prenda la responsabilità di aiutare un’altra famiglia, che aiutino in senso concreto. Siate sicuri che io e tanti altri preghiamo per voi e questo pregare non è solo fare parole ma apre il cuore in Duo e alla creatività”.

È arrivata da vicino New York la famiglia Rerrie. Jay, di origine giamaicana, è un contabile, mentre Anna insegnante si sostegno, hanno sei figli e hanno chiesto al Papa come poter trovare la giusta armonia tra famiglia e lavoro. “Nel vortice di tanti stimoli imposti dalla società contemporanea – hanno chiesto al Papa – come aiutare le famiglie a vivere la festa secondo il cuore di Dio?”

“È una grande questione – ha detto il successore di Pietro – e penso di capire questo dilemma tra due priorità”. Il papa si è rivolto ai datori di lavoro invitandoli a “pensare alle famiglie e di aiutarle perché le due realtà, famiglia e lavoro possono essere conciliate e concedere un po’ di libertà fa bene anche all’impresa perché rafforza l’amore per il lavoro e il posto di lavoro”.

“Occorre poi – ha evidenziato il Pontefice – sperimentare una certa creatività e portare ogni giorno un qualche elemento di gioia e attenzione nella famiglia accettando le oscurità e pensando a questo grande bene che la famiglia è. E poi finalmente c’è la domenica che è il giorno della festa, giorno del Signore e come tale giorno dell’uomo: difendiamo la libertà dell’uomo difendendo la domenica”.

L’ultima domanda al Pontefice è stata posta da Maria Marta e Manoel Angelo Araujo, coppia del Brasile che ha posto il tema dei fallimenti matrimoniali che continuano ad aumentare in tutto il mondo e hanno chiesto al Santo Padre “parole di speranza” per quelle “coppie di risposati vorrebbero riavvicinarsi alla Chiesa, ma quando si vedono rifiutare i sacramenti la loro delusione è grande”.

“Il problema dei divorzi e dei risposati è una delle grandi sofferenze della Chiesa di oggi – ha risposto Benedetto XVI -. Non abbiamo ricette, la sofferenza è grande e possiamo solo aiutare le parrocchie e i singoli promuovendo la prevenzione, approfondendo l’innamoramento, aiutando le coppie e accompagnarle durante il matrimonio affinché le famiglie non siano mai sole ma siano accompagnate nel cammino di ogni giorno. Devono sentire l’amore della Chiesa, devono sentirsi amate e accettate anche se non possono ricevere l’eucarestia. Devono vedere che anche così vivono nella Chiesa, anche se non c’è la confessione l’amicizia con una sacerdote è importante. Possono sentire l’eucarestia e essere spiritualmente nutriti in Cristo”.

Tra una domanda e l’altra Benedetto XVI ha assistito all’esibizione di artisti quali la cantante gospel Lois Kirby, l’italo-somala Saba Anglana, Francesco Garolfi e Ron. Alcune famiglie hanno raccontato la loro storia e pregato insieme al Pontefice.

Sul palco anche alcuni attori famosi del panorama italiano: Serena Autieri, paolo Bonacelli, Myriam Catania, Pamela Villoresi, Giuseppe Cederna.

Il canto del Padre nostro è stato introdotto dalla famiglia Govoni di Cento, vicino a Ferrara, uno dei paesi colpito dai terremoti dei giorni scorsi. Mariacristina e Giuliano hanno salutato il Papa dopo che il Santo Padre si è rivolto a chi era in collegamento da San Felica sul Tanaro: “Cari amici voi sapete che noi sentiamo profondamente il vostro dolore, la vostra sofferenza e vogliamo lavorare per aiutarvi, non vi abbandoniamo”, ha detto il Pontefice ricordando l’attività della Caritas, della Chiesa, dello Stato e delle Comunità attive. “Ognuno di voi – ha concluso – vuole aiutarvi nella preghiera e materialmente”.

Al termine del Padre Nostro Benedetto XVI ha impartito la benedizione solenne per poi tornare in Arcivescovado per la notte.

La serata è continuata fino alle 22.30 con l’esibizione di Dulce Pontes, della cantante israeliana Noa sul palco con Gil Dor, Clelia Sguera e Nico Arcieri, i Sonohra con Hevia, il gruppo zigano Alexian Group.

Il palco della serata, che sarà l’altare della Messa di domani,  lungo 100 metri, alto 25 e profondo 30 è sormontato da una mezza cupola trasparente che rende omaggio alle vetrate del Duomo.

Sul palco trovano posto:

• il S. Padre e i Cardinali concelebranti principali

• i Cardinali

• i Vescovi

• il Seguito Papale

• i concelebranti del Pontificio Consiglio Famiglia

• alcuni Officiali della Segreteria di Stato e dei Dicasteri Vaticani

• il Consiglio Episcopale Milanese ed alcuni presbiteri indicati dall’Arcidiocesi

• i 4 diaconi di servizio liturgico

• i 12 chierici ministranti

• i 5 Cerimonieri Pontifici e il Maestro delle Cerimonie del Duomo

• i 4 Ostiari del Duomo

• il Segretario del Duomo

• il coro e l’animatore dell’assemblea

Sul palco sono collocati i poli liturgici

• altare papale

• sede papale e dei concelebranti principali

• ambone

• credenza dell’altare papale

• sedie per cerimonieri, ministranti, Famiglia pontificia laica, etc.

• sedie per tutti i concelebranti

In una zona presso il palco trovano posto:

• i 2 lettori delle letture

• i 5 lettori delle intenzioni della preghiera universale

• gli 8 incaricati della processione offertoriale

• i 40 fedeli che ricevono la comunione dal S. Padre

• i 70 diaconi permanenti per le Comunioni dei concelebranti

• i 70 seminaristi di Venegono (accoliti e lettori) per Comunioni dei concelebranti

• i 30 ministranti della S. Galdino (servizio liturgico della Cattedrale)

In una zona presso o sotto il palco vari tavoli accolgono tutto ciò che deve “muoversi” al momento dell’offertorio:

• 8 offerte della processione offertoriale

• 300 pissidi per la Comunione dei fedeli

• 70 calici con vino e acqua per la Comunione dei concelebranti

• 70 patene con ostie grandi spezzate (prendono seminaristi Venegono) per la Comunione concelebranti

 

 Processione di ingresso

Viene fatta solo da:

• servizio liturgico

• ostiari Duomo

• 4 diaconi

• Vescovi delle Diocesi lombarde (solo i titolari)

• Vescovi Ausiliari di Milano

• Cardinali

• S. Padre

• Seguito Papale

Saluto al S. Padre

Prima del segno di croce iniziale, il Cardinale Arcivescovo di Milano rivolge un indirizzo di saluto al S. Padre.

Eucologia

Orazioni della solennità della SS. Trinità – Rito Romano

• Le tre orazioni presidenziali in lingua italiana

• Il Prefazio e la Preghiera eucaristica in lingua latina

• Gloria, Credo, Sanctus, Agnus Dei in lingua latina

Liturgia della Parola

Letture della solennità della SS. Trinità – Rito Romano

• 1° lettura proclamata in lingua inglese

• Salmo Responsoriale cantato in lingua italiana

• 2° lettura proclamata in lingua spagnola

• Vangelo cantato il lingua italiana

* Omelia

 «La vostra vocazione non è facile da vivere, specialmente oggi». Sono parole di grande realismo, quelle che Benedetto XVI affida alle famiglie in chiusura del VII incontro mondiale di Milano. Il Papa sa bene che la famiglia, sottoposta a repentini e violenti cambiamenti sociali in tutto il mondo, vive una profonda crisi ed è, sovente, oggetto di attacchi, nonché vittima di delegittimazione politica.

Ma, senza negare i problemi, Papa Ratzinger apre alla speranza, perché le famiglie – a cominciare da quelle che hanno partecipato all’Incontro mondiale – custodiscono «l’amore, l’unica forza che può veramente trasformare il mondo».

E così l’omelia della solenne celebrazione eucaristica – davanti a un’assemblea che, col colore delle bandiere e delle tante famiglie, restituisce la dimensione autenticamente cattolica – si trasforma in un vibrante appello a riscoprire la grande dignità della famiglia cristiana e la sua responsabilità dentro la Chiesa e la società. Una responsabilità che il cardinale Angelo Scola ha richiamato nel suo saluto introduttivo, affermando che «quando  i cristiani sanno essere testimoni risultano propositivi di vita buona in una società plurale come la nostra».

Benedetto XVI invita le famiglie ad «evangelizzare non solo con la parola, ma per “irradiazione”, con la forza dell’amore vissuto». Del resto, è  proprio nei gesti di ogni giorno la fede si gioca: nel modo con cui si vivono gli affetti, ci si impegna nel lavoro, si celebra la festa. E’ questo il messaggio forte del VII incontro mondiale della famiglie: la vita quotidiana  è il teatro della vocazione ordinaria della famiglia cristiana: «nella misura in cui vivrete l’amore reciproco e verso tutti – sottolinea il Papa – diventerete un Vangelo vivo, una vera Chiesa domestica».

Parole molto intense il Papa le ha dedicate alla coppia: in poche righe una vera e “propria teologia nuziale”. «Dio ha creato l’essere umano maschio e femmina, con pari dignità, ma anche con proprie e complementari caratteristiche. (…) Cari sposi, nel vivere il matrimonio voi non vi donate qualche cosa o qualche attività, ma la vita intera. E il vostro amore è fecondo innanzitutto per voi stessi, perché desiderate e realizzate il bene l’uno dell’altro». La fecondità della coppia, poi si allarga alla procreazione, «generosa e responsabile», dei figli, e alla società, perché il vissuto familiare è la prima e insostituibile scuola delle virtù sociali».

Per questo il Papa, in un contesto educativo spesso tentato di scorciatoie “manualistiche”, chiede agli sposi di farsi carico fino in fondo dei propri figli:  «In un mondo dominato dalla tecnica, trasmettete loro le ragioni del vivere, la forza della fede, prospettando loro mete alte e sostenendoli nelle fragilità».

A quanti, poi, «pur condividendo gli insegnamenti della Chiesa sulla famiglia, sono segnati da esperienze dolorose di fallimento e di separazione», alle persone e alle famiglie “dal cuore ferito” il Papa dedica un pensiero molto affettuoso, un balsamo per tanti: «Sappiate che il Papa e la Chiesa vi sostengono nella vostra fatica». Poi le incoraggia a rimanere unite alle loro comunità», alle quali, però, il Papa chiede di realizzare adeguate iniziative di accoglienza e vicinanza».

In chiusura di un Incontro mondiale dedicato a “Famiglia, lavoro e festa” il Papa riserva, infine, poche ma incisive parole a una delle emergenze sociali di oggi: l’equilibrio tra lavoro, festa e tempi della famiglia. Benedetto XVI, che nella “Caritas in Veritate” ha esaltato il valore-bussola della gratuità, denuncia «la mentalità utilitaristica» che «tende ad estendersi anche alle relazioni interpersonali e familiari, riducendole a convergenze precarie di interessi individuali». Ma – insiste – «il progetto di Dio e la stessa esperienza mostrano che non è la logica unilaterale dell’utile proprio e del massimo profitto quella che può concorrere ad uno sviluppo armonico e al bene della famiglia», perché, tra gli effetti collaterali, produce corsa ai consumi e disagio nelle famiglie. C’è bisogno, allora, di lavorare per «armonizzare i tempi del lavoro e le esigenze della famiglia, la professione e la maternità, il lavoro e la festa».

Per gli stessi motivi, una famiglia che voglia dirsi cristiana «pur nei ritmi serrati della nostra epoca», è chiamata a «non perdete il senso del giorno del Signore», ossia «l’oasi in cui fermarsi per dissetare la nostra sete di Dio».

Preghiera dei fedeli

Le cinque intenzioni, introdotte dal Diacono, sono proposte da alcuni fedeli nelle lingue: Tedesca, Inglese, Portoghese, Francese, Spagnola.

Processione offertoriale

8 fedeli presentano al S. Padre il pane d il vino per il sacrifico eucaristico.

Comunione

40 fedeli ricevono la Comunione dal S. Padre.

Concelebranti, diaconi, accoliti e ministri straordinari amministrano la Comunione (in questa occasione non sulla mano) all’assemblea.

Ringraziamento al S. Padre

Conclusa l’orazione dopo la Comunione, il Cardinale Presidente del Pontificio Consiglio per la Famiglia rivolge un ringraziamento al S. Padre.

 Allocuzione, Angelus, benedizione

Il S. Padre rivolge l’allocuzione con l’annuncio della sede ospite del prossimo incontro mondiale (Philadelphia, Stati Uniti d’America, 2015) introduce la preghiera dell’Angelus, imparte la benedizione apostolica.

Poi si torna alla realtà di tutti i giorni.

Il Papa atterrerà all’ helicopterorum portum (l’eliporto vaticano) alle 18:45 proveniente dall’aeroporto di Roma Ciampino. La famiglia lo aspetta. I terremotati dell’Emilia anche (ai quali il Papa donerà 500.000 euro tratti dall’Obolo di S. Pietro).

Giorgio Nadali

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foto di apertura “papamobile” di Giorgio Nadali

La disgustosa falsità delle matrioske viventi


di Giorgio Nadali

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Quanto può mentire una donna? Perché? Cosa scatta nella mente malata di una manipolatrice di uomini? Qual è il sottile piacere sadico che prova una donna nel giocare con i sentimenti di un uomo? Quali sono le sottili tecniche della menzogna in rosa? E’ in arrivo tra pochi giorni un nuovo libro: “Le matrioske viventi. Il business dell’inganno sentimentale tra Est e Ovest”, Edizioni Lampi di Stampa, Milano, 2011, 85 pagine, 9 Euro.  Due anni di inchiesta giornalistica e indagini sul posto nei Paesi dell’Est europeo. E nel capitolo quarto Desislava ci aiuta a capire i trucchi della menzogna femminile. Una filosofia di vita impostata sulla menzogna patologica, di cui il Vangelo dice che Satana è il padre. La cosa più odiosa è che queste “matrioske viventi” usano gli uomini come giocattoli per ottenere piacere, divertimento, beni materiali. Un giocattolo rotto o di cui ci si stanca si butta via senza dare spiegazioni. Loro fanno quello che vogliono quando vogliono. E’ il loro stile. Triste che qualcuno ancora ci caschi. Sono pronte a tutto! Stanno arrivando in libreria!  La parola a Desislava per un estratto del quarto capitolo…

“Un gruppo di donne che giocano, non per ricevere benefici materiali, ma per il gusto del gioco. Giocare per vincere. Giocano perché hanno esigenze interiori. Non sono interessate ad  altro, ma è importante per loro quello che vogliono vincere, perché se vincono significa che qualcuno ha perso. Si sentono forti, controllando la situazione e i desideri di qualcuno che dipende da loro[1]. Se non riescono a prevalere su un uomo si rivolgono al successivo e così via. Quando perdono interesse è il momento di passare alla prossima vittoria. A queste donne non importa quale mezzo usare, ma solo il principio: il fine giustifica i mezzi. Un  altro gruppo di donne che sono profondamente complessate e insicure di se stesse, che credono di non meritare nulla di buono, di non meritare amore, attenzione per “via normale” e l’unico modo per ottenere questo è mentire, manipolare e inventare strategie. Esse credono che la loro felicità dipenda proprio da queste bugie. Un ultimo gruppo di donne che vogliono semplicemente cambiare la loro condizione di vita, cercandone una più vantaggiosa economicamente. Queste donne non usano l’inganno come mezzo di manipolazione, ma semplicemente cercano un uomo per aiutarle a realizzare i loro piani”…


[1] E’ il caso di Desislava

QUARTA DI COPERTINA:

Matrioske. Una serie di diverse bambole senz’anima, una dentro l’altra. Ognuna ha una personalità da esibire per adattarsi a diverse situazioni. Tutte con un unico obiettivo. Ottenere cinicamente il massimo con il minimo sforzo da diversi uomini. Sul web – si sa – c’è chi cerca sesso e c’è chi cerca amore. L’uomo occidentale che frequenta i siti di incontri o i social network  è europeo o americano, dai 30 ai 60 anni. E’ scontento della donna occidentale. Spesso è separato o divorziato. Cerca una donna molto femminile, secondo l’immaginario maschile. Una donna di cui i bigodini e il pigiama di flanella non prendano il posto della passione dopo qualche anno di matrimonio. Loro sono tante, belle, giovani. Ricche di buone e romantiche intenzioni. Formare una famiglia. Avere una relazione seria… Almeno questo è quello che dichiarano. La realtà è molto diversa. Su questa è nato un business. Molti ci guadagnano. Quelli che ci perdono sono gli uomini occidentali. Sempre. Tutte le tecniche e le modalità della sottile menzogna in rosa.

Giorgio Nadali – Nato a Milano nel 1962. Giornalista, scrittore, docente, autore televisivo. Ha già pubblicato altri 6 libri. www.giorgionadali.it

INDICE:

Introduzione………………………………………………. 8

Dalla Russia con amore?…………………………….. 14

Il business dei siti online di incontri Est / Ovest 24

La mentalità della matrioska vivente……………. 28

La testimonianza di Desislava. Una matrioska

psicologa spiega perché le donne mentono….. 58

La terribile matrioska…………………………………. 67

Il pollo occidentale e la vera donna…………….. 75

Bibliografia…………………………………………………. 80

Dal 5 Ottobre 2011:

Le matrioske viventi.

Il business dell’inganno sentimentale tra Est e Ovest

Lampi di Stampa, Milano, 2011, ISBN: 978-88-488-1300-6

Brossura – Pagine: 85 – Prezzo: Euro 9,00

http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-8a428767-4fc8-4e95-809d-37fcbbd2d032.html?77877277

Le matrioske viventi. Il nuovo libro di Giorgio Nadali


di Giorgio Nadali

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Matrioske. Una serie di diverse bambole senz’anima, una dentro l’altra. Ognuna ha una personalità da esibire per adattarsi a diverse situazioni. Tutte con un unico obiettivo. Ottenere cinicamente il massimo con il minimo sforzo da diversi uomini. Sul web – si sa – c’è chi cerca sesso e c’è chi cerca amore. L’uomo occidentale che frequenta i siti di incontri o i social network  è europeo o americano, dai 30 ai 60 anni. E’ scontento della donna occidentale. Spesso è separato o divorziato. Cerca una donna molto femminile, secondo l’immaginario maschile. Una donna di cui i bigodini e il pigiama di flanella non prendano il posto della passione dopo qualche anno di matrimonio. Loro sono tante, belle, giovani. Ricche di buone e romantiche intenzioni. Formare una famiglia. Avere una relazione seria… Almeno questo è quello che dichiarano. La realtà è molto diversa. Su questa è nato un business. Molti ci guadagnano. Quelli che ci perdono sono gli uomini occidentali. Sempre. Tutte le tecniche e le modalità della sottile menzogna in rosa.

 dall’Introduzione…

 Matrioska ‹matriòska› s. f. [adattamento fonetico e grafico del russo matrëška ‹matri̯òška›, probabile diminutivo familiare di Matrëna ‹matri̯òna›, nome proprio femminile che risale al latino matrona «matrona»]. – Caratteristica bambola di legno (un tempo chiamata baba, propriamente «contadina»), molto comune come giocattolo e soprammobile nei territori russi e di lì diffusa anche nei paesi limitrofi, raffigurante una florida contadina russa in abito vivacemente colorato con ampia gonna e fazzolettone in testa; è in realtà costituita di una serie di bambole, di forma all’incirca ovoidale e di figura simile ma di dimensioni diverse, che, contenute ciascuna nella cavità di quella immediatamente più grande, si possono via via estrarre in quanto tutte (tranne eventualmente la più piccola) composte di due metà innestate l’una sull’altra[1]

 Una serie di diverse bambole senz’anima, una dentro l’altra. Ognuna ha una personalità da esibire per adattarsi a diverse situazioni. Tutte con un unico obiettivo. Ottenere cinicamente il massimo con il minimo sforzo da diversi uomini.

     Sul web – si sa – c’è chi cerca sesso e c’è chi cerca amore. E loro sono tante, belle, giovani. Ricche di buone e romantiche intenzioni. Formare una famiglia. Avere una relazione seria… Almeno questo è quello che dichiarano, ovviamente. La realtà è molto diversa. Su questa realtà è nato un business. Molti ci guadagnano. Quelli che ci perdono sono gli uomini occidentali. Sempre.  

 Da una lunga ricerca sui decine di blog sembra però che la donna dei Paesi dell’ex Unione Sovietica sia particolare. E come vedremo, molto particolare! Il grande Giuseppe Verdi fa cantare al Rigoletto: «La donna è mobile Qual piuma al vento, Muta d’accento – e di pensiero. Sempre un amabile, Leggiadro viso, In pianto o in riso, – è menzognero. È sempre misero Chi a lei s’affida, Chi le confida – mal cauto il core!» Mai si sarebbe immaginato che centinaia di migliaia di utenti di Internet sarebbero d’accordo con lui, almeno ad osservare quello che dicono delle matrioske viventi[2]  su decine di blog.

 Senza nulla in comune – cultura, educazione, livello sociale, valori – spesso un’età molto distante, è ovvio che un matrimonio con una di queste donne è un fatto di interesse – non di amore. Il fenomeno antico – nato in realtà nel XVIII secolo negli Stati Uniti d’America – delle “mogli per corrispondenza”  (mail order brides) riguarda in pratica nei moderni siti web delle “mogli in vendita” al miglior offerente. Se per una donna occidentale è naturale valutare innanzi tutto l’intelligenza, il carattere, la personalità di un potenziale marito, per queste donne è assolutamente prioritario valutare la possibilità economica. Va da sé che non si innamorano per la personalità, ma per il conto in banca. Sradicandosi da un Paese ex sovietico con un livello di vita molto basso, è evidente che il potenziale marito debba farsi carico di tutto e di mantenere sua moglie, che si sposa non per amore, ma per interesse – se non proprio per fame. Di conseguenza è possibile trovare matrimoni con differenze di età decisamente improbabili in Occidente, anche di quindici o venti anni.  

 Ah, ma… la matrioska vivente è speciale! Vediamo i vantaggi e gli svantaggi. A seconda dei punti di vista, si intende. Per chi cerca avventure (facilissimo) o per chi cerca il vero amore disinteressato (difficile e improbabile). Parliamo di donne dai 18 ai 40 anni  prevalentemente in ambiente urbano. Ecco una sintesi delle osservazioni su di loro prese da molti blog in Internet. Pare che gli uomini siano concordi nel dire che…


[1] Enciclopedia Treccani

[2] Per “matrioska vivente” intendo qui in particolare una donna dai diciotto ai quaranta anni,  di alcuni Paesi dell’ex Unione Sovietica, come  Russia, Ucraina, Bielorussia, e ancora Moldavia, Bulgaria, ecc. che cerca online – su siti web di incontri sentimentali o social network –  diverse prede maschili per ottenere benefici materiali o per il semplice gusto della conquista, giocando con i sentimenti. Non mi riferisco dunque assolutamente a qualsiasi  donna dei Paesi dell’Est.

Giorgio Nadali – Nato a Milano nel 1962. Giornalista, scrittore, docente, autore televisivo. Ha già pubblicato altri 6 libri. www.giorgionadali.it

Indice

Introduzione …………………………………………….  8

Dalla Russia con amore? ………………………….  14

Il business dei siti online di incontri Est / Ovest     24

La mentalità della matrioska vivente…………. 28

La testimonianza di Desislava. Una matrioska psicologa spiega perché le donne mentono   58

La terribile matrioska………………………………. 67 

Il “pollo” occidentale e la vera donna………75

Bibliografia ……………………………………………….  80

 

L’amore illusione e la passione d’importazione


di Giorgio Nadali

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Quanta gente si sposa perché si ama? Quanti si amano ancora dopo dieci anni? E dopo venti? Quanti per tutta la vita? Quanti rimangono uniti solo per amore dei figli e per abitudine? Quanti provano ancora passione ed entusiasmo per il coniuge? Quanti convolano a nozze scendendo a compromessi con la propria idea di partner ideale, con i propri valori ed educazione, solo perché hanno terrore della solitudine, e poi si ritrovano più soli di prima in compagnia di rimpianti e di una persona che non amano? Quanti sposano dei miraggi che svaniranno come neve al sole? Quanti confondono il desiderio con l’amore e l’amore con il matrimonio? Tanti. Troppi. Forse la maggioranza.

L’uomo occidentale che frequenta i siti di incontri – o i social network – cerca una donna molto femminile – secondo l’immaginario maschile. Una donna di cui i bigodini e il pigiama di flanella non prendano il posto della passione dopo qualche anno di matrimonio. Una donna che “si vesta da donna” anche quando fa la spesa al supermercato. Assurdo? No, perché – quando parliamo di amore di coppia – un uomo non può amare chi non desidera. Non può continuare ad amare chi non desidera più. Non l’amore come eros, almeno. Non l’amore di coppia. Non è una questione di età e riguarda qualsiasi uomo eterosessuale. La donna occidentale – per molti uomini – ha smesso di essere attraente per un uomo. Una brava madre, una intelligente e abile professionista, una donna piena di valori tradizionali, una donna emancipata, non stimolano il desiderio di un uomo. E quindi neanche il suo amore. Un uomo non deve sentirsi un “maiale” perché il suo amore per lei parte dal basso e va verso l’alto. Anche perché ai maiali veri –  come a tutte le bestie – il sesso non interessa. Glielo impone la natura  per un periodo di qualche giorno all’anno, solo per la riproduzione. Non sanno neanche di essere maschi o femmine. Quante persone invece dovrebbero ricordarsi più spesso di essere uomini o donne.

Il triste primato della prostituzione in Italia vede un record di sei milioni di clienti abituali. Quasi tutti uomini sposati. Un decimo del Bel Paese va a puttane. E non solo in senso figurato. Molti altri ci andrebbero anche, se non li bloccasse una morale che in realtà non capiscono veramente. Altri, perché è una cosa molto umiliante per un uomo il dovere pagare per sentirsi “desiderato”. Dovere pagare per poter desiderare come uomo. Non come maiale. I maiali non desiderano. Ma neanche amano. 

L’uomo occidentale pensa che le donne dell’Est possano farlo sentire più uomo, proprio perché lei è più donna. Non solo a letto. Proprio come per una donna è essenziale sentirsi ascoltata, rispettata, speciale e capita, (ma quanti uomini che si credono grandi amanti sanno fare questo?) un uomo non si sentirà mai amato se lei non lo fa sentire importante, stimato, necessario e accettato. Già, necessario. Le donne occidentali sono troppo emancipate, quindi sono meno desiderate. Criticano troppo, non accettano lui, quindi sono meno desiderate. A nessun uomo piace sentirsi un idiota, a meno che non lo sia veramente. Non lo fanno sentire importante per loro, quindi sono meno desiderate. Non lo fanno sentire uomo, quindi sono meno desiderate. Sarebbe come pretendere che una donna si innamori di un cretino o di un uomo che non sa ascoltarla e rispettarla.  Non è importante essere né belli, né ricchi, né giovani per conquistare una donna. (Però aiuta 🙂 ) Bisogna stimolare il suo immaginario e il suo desiderio. Essere interessanti. Questo vale però per la donna occidentale, non per molte donne dell’Est. La loro mentalità soffoca nel profondo la loro femminilità con un’avidità materialista tipicamente maschile. Sanno essere molto donna solo esteriormente, sessualmente, ma non sentimentalmente.

Senza nulla in comune, cultura, educazione, livello sociale, valori, spesso un’età molto distante, è ovvio che un matrimonio con una di queste donne è un fatto di interesse – non di amore. Il fenomeno antico – nato in realtà nel XVIII secolo negli Stati Uniti d’America – delle “mogli per corrispondenza”  (mail order brides) riguarda in pratica nei moderni siti web delle “mogli in vendita” al miglior offerente. Se per una donna occidentale è naturale valutare innanzi tutto l’intelligenza, il carattere, la personalità di un potenziale marito, per queste donne è assolutamente prioritario valutare la possibilità economica. Va da sé che non è l’amore conseguente alla personalità, ma al conto in banca.  Sradicandosi da un Paese ex sovietico con un livello di vita molto basso, è evidente che il potenziale marito debba farsi carico di tutto e di mantenere sua moglie, che l’ha sposato non per amore, ma per interesse – se non proprio per fame. Di conseguenza è possibile trovare matrimoni con differenze di età decisamente improbabili in Occidente, anche di quindici o venti anni.   

Queste donne rappresentano per gli uomini che cercano all’Est l’amore, il miraggio di una donna che sappia essere tale per un uomo. Le donne dell’Est che frequentano questi siti sanno fare questo, ma non sanno offrire vero amore. Sanno offrire desiderio, ma alla maggioranza degli uomini questo non può bastare. Perché la maggioranza degli uomini spesso si innamora di chi desidera, ma non può trovare in queste donne  il sentimento che proviene dal cuore. Donne occidentali troppo sbilanciate su elementi che non generano e alimentano l’amore in un uomo. Donne dell’Est che sanno fare questo, ma non sono in grado di amarlo come persona. Passione senza sentimento e sentimento senza passione sono il dramma della coppia moderna. Perché nessuno di noi è solo un corpo o solo un’anima.   

Giorgio Nadali

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Essere cristiani fa bene alla salute e all’amore – prima parte – di Giorgio Nadali – www.giorgionadali.it


Di Giorgio Nadali   www.giorgionadali.it 

             La triangolazione dell’amore per alcuni è “lui, lei, l’altro”, ma non per Robert J. Sternberg, psicologo statunitense dell’Università di Yale. Nel 1986 pubblicò, sulla rivista Psychological Review», la sua Teoria sulla triangolazione dell’amore» (A triangular theory of love), nella quale affermava che l’amore maturo («vissuto») è composto da tre componenti che possono essere graficamente collocate ai vertici di un triangolo equilatero.

             Le tre componenti sono: l’intimità, la passione, la decisione/impegno. Il triangolo è una metafora utile per visualizzare i reciproci collegamenti e combinazioni possibili fra le tre componenti dell’amore e a comprendere in che modo esse si manifestino. La teoria è simile a quella di Lee, (1977), detta «Tipologia degli stili di amore» («A typology of styles of loving»), pubblicata nel «Personality and social Psychology Bullettin» n° 3, di quell’anno.

             Ricordiamo che “sessualità” significa molto di più di “sesso”. La dimensione religiosa gioca un ruolo molto importante nella strutturazione di tutta l’affettività (il complesso dei sentimenti e delle emozioni) della persona. Affettività e sessualità strutturano la personalità. La sessualità è quindi la chiave nella melodia dell’amore. Una sola nota stonata, fuori dal pentagramma dei valori, non farà altro che rovinare il motivo di fondo della nostra esistenza.

Ecco perché in questo capitolo abbracceremo un orizzonte un po’ più ampio di quello specificatamente sessuale e analizzeremo un po’ più in profondità l’esperienza religiosa cristiana, (quella storicamente e culturalmente maggiormente diffusa qui in occidente) ,  e i suoi risvolti sulla personalità. (Cf. Giorgio Nadali, Il contributo dell’esperienza religiosa cristiana all’integrazione dell’affettività matura. Milano, ISSR, 1992).  Ma andiamo per ordine…

             «L’intimità si riferisce a sentimenti di confidenza, di unione e di affinità che creano un’esperienza di calore. Sternberg e Grajek (1984) hanno individuato, nel rapporto amoroso, dieci segnali di intimità: 1) il desiderio di contribuire al benessere materiale della persona amata; 2) sentirsi felici con la persona amata; 3) avere una profonda stima della persona amata; 4) poter contare sulla persona amata, in caso di bisogno; 5) darsi reciproca comprensione; 6) condividere con la persona amata il proprio mondo interno e le proprie risorse materiali; 7) ricevere sostegno emotivo dalla persona amata; 8) dare alla persona amata sostegno emotivo; 9) comunicare alla persona amata i propri desideri più intimi; 10) considerare il rapporto con la persona amata come qualcosa di grande valore nella propria vita»[1].

             La componente passione riguarda «un forte eccitamento psicologico e fisiologico, segnato da un’intenso desiderio di unione con l’altro… Nei rapporti romantici la passione in genere include una potente attrazione sessuale, il desiderio di stringere fisicamente l’altro e di confondersi biologicamente con lui. Nei rapporti non romantici – come ad esempio nell’amore genitoriale o nella devozione religiosa – l’aspetto sessuale viene soppresso e l’eccitamento psicologico assume altre forme»[2].

             «Nella componente decisione/impegno convivono due aspetti, uno a breve e l’altro a lungo termine. L’aspetto a breve termine è rappresentato dalla decisione di amare qualcuno. L’aspetto a lungo termine è rappresentato dall’impegno a conservare vivo quell’amore. Essi tuttavia non sono necessariamente inscindibili, dal momento che l’impegno non è la conseguenza inevitabile della decisione, e viceversa: esistono molti casi di persone coinvolte in un rapporto amoroso (impegno) che non hanno mai ammesso di amare il partner e di esserne innamorato (decisione). Il più delle volte, tuttavia, la decisione precede l’impegno»[3].

             «Tutti i vari significati contenuti nel termine impegno indicano comunque la stabilità di un vincolo interpersonale di fronte al fluttuare delle situazioni personali, relazionali e ambientali. Il profondo e continuativo senso di impegno rispetto a un legame – anche in assenza di calore o addirittura in presenza di ostilità – deriva dai sentimenti di investimento cumulativo o di interdipendenza»[4].

             Le varie combinazioni di queste componenti dell’amore maturo danno origine ai seguenti tipi d’amore:

«Simpatia» (solo intimità)

«Amore vuoto»                   (solo impegno) che qui noi preferiremmo chia-mare «carità», rispetto al termine usato da Sternberg, in quanto essa non richiede né intimità, né passione, ma è tutt’altro che essere un tipo di amore vuoto, pur richiedendo unicamente impegno per il bene dell’altro, senza distinzioni, né esclusività, a imitazione dell’amore divino e in forza di esso.

«Amore amicizia»              (intimità + impegno)

«Infatuazione»                    (solo passione)

«Amore romantico»          (intimità + passione)

«Amore fatuo»                    (passione + impegno)

«Amore vissuto»                (passione + intimità + impegno)

nell’ordine che ci sembra seguire la genesi di questo amore, a differenza dell’amore amicizia, che parte dall’intimità per arrivare all’impegno, sorretto dall’intimità.

             Ora, per applicare questa teoria anche all’amore verso Dio, nell’esperienza religiosa e, più specificatamente, nell’esperienza cristiana, visto  che  la  teoria  di  Sternberg  è  stata  da  lui  formulata per l’amore che unisce un uomo ad una donna, dovremo, su questo modello, creare un altro triangolo metaforico ai vertici del quale porremo le 3 componenti dell’esperienza di fede religiosa cristiana.

             Queste sono: la grazia, l’intelligenza e la volontà.

             Le varie combinazioni di questi elementi produrranno un certo tipo di atteggiamento, cioè di «disposizione mentale verso il valore» fede cristiana. Solo nella presenza di tutti questi elementi avremo la fede matura, l’«amore vissuto», come lo chiama Sternberg, applicato a Dio, attraverso la mediazione del Figlio, rivelazione del volto del Padre (GV 12, 46). L’atto di fede è quindi un atto tre volte personale. Si tratta di abbandonarsi a Dio, che presentando se stesso chiede il nostro amore. Il Concilio Vaticano I (1869), che ha preso in approfondito esame il problema della fede, ha poi precisato che per giungere alla fede occorre il sumultaneo intervento dell’intelligenza, della volontà e della grazia. I passi nei quali le 3 caratteristiche sono prese in esame sono i seguenti:

—   GRAZIA: «…sebbene l’assenso della fede non sia per nulla un cieco movimento dello spirito, nessuno può acconsentire alla predicazione evangelica… senza l’illuminazione e l’ispirazione dello Spirito Santo… il quale dà a tutti la soavità nel credere e consentire alla verità… per la qual cosa la fede in se stessa… è dono di Dio e l’atto di fede è opera che appartiene alla salvezza» (DS 1791/3010).

—   VOLONTA’: «con essa l’uomo liberamente ubbidisce a Dio consentendo e operando alla sua grazia, alla quale potrebbe resistere, acconsentendo e cooperando» (DS 1791/3010).

—   INTELLIGENZA: «e tuttavia perché l’omaggio della nostra fede fosse conforme a ragione, Iddio volle aggiungere, agli interni aiuti dello Spirito Santo, gli esterni argomenti della sua rivelazione, e cioè i fatti divini, e in primo luogo i miracoli e le profezie…» (DS 1790/3009)[5].

             La grazia indica il favore assolutamente gratuito e personale di Dio che si china fino all’uomo e gli effetti di questa benevolenza per la quale Dio si comunica. E’ quindi un appello divino all’uomo affinché questo partecipi alla vita divina.

             «La grazia ci appare il contenuto della predestinazione: essa descrive la situazione nuova che la elezione del Signore Gesù ha introdotto nella storia umana e nella vita degli individui. La grazia è l’espressione antropologica dell’amore salvifico del Dio di Gesù Cristo: essa mostra come il senso della vita umana è totalmente dato in Gesù. La grazia quindi non è l’offerta di una verità o di una concezione di vita ma è la possibilità di vivere la comunione con Dio come criterio ultimo e autentico della vita umana»[6]. «L’esperienza cristiana si fonda sulla grazia, sulla presenza di Dio: non certo come esperienza di Dio stesso, di Dio in sé, ma come esperienza di quella «vita spirituale» che Dio fa crescere in noi suscitando la nostra risposta di fede e di carità… L’esperienza della grazia incontra e valorizza lo sforzo umano dell’esistere, lo sforzo cioè di dare senso e significato al mondo e alla storia umana: pur fondata in Dio, l’esperienza cristiana della salvezza non è senza rapporti con quegli ambiti personali intellettuali ed emozionali dove nasce il pensiero, l’agire, il decidere, lo sperare… In questo senso l’esperienza della grazia appare innanzitutto la capacità di qualificare in profondità la nostra libertà come plasmata e orientata a Dio»[7].

             Possiamo porre quindi in parallelo la grazia, come elemento base della fede, con la passione, come elemento base della teoria della triangolazione dell’amore di Sternberg. Attraverso la grazia Dio desidera attrarre e unire l’uomo a sé. Mediante la grazia l’uomo può sperimentare attrazione verso Dio.

             Levinger, commentando Sternberg, riconosce che la passione non ha l’unica valenza di attrazione sessuale e tra le forme di passione annovera la devozione religiosa. E’ l’esperienza della grazia che genera la passione per Dio.

             E’ la passione per Dio che fa a dire a S. Teresa: «O mio Dio, che cosa fa mai un’anima se non si consuma per voi?»[8] O a S. Agostino: «Orsù, Signore, agisci, svegliaci, richiamaci, accendi e trascina i nostri cuori, ardi, sii dolce. Amiamo, corriamo»[9].

             Tuttavia come la sola passione non è sufficiente a creare l’amore maturo, così la sola grazia, che suscita la passione religiosa, non è sufficiente per la fede matura, nell’esperienza cristiana.

             La persona che si ferma alla passione è la stessa che vive la religiosità numinosa o sentimentale. Strutturata su di un’affettività labile, suggestionabile. E’ la persona che ha ricevuto la parola seminata sul terreno sassoso della parabola evangelica (MT 13, 3-9). L’individuo l’accoglie con gioia, ma l’incostanza e la persecuzione a causa della parola lo portano a «scandalizzarsi», cioè a urtare la «pietra d’inciampo», lo skandalon di quel suo terreno psicologico, sul quale l’altro è cercato come fonte di emozione, di infatuazione.

             Senza l’esperienza di intimità, di conoscenza, di riflessione dettata dall’intelligenza, l’altro, in questo caso Dio, viene idealizzato e strumentalizzato da un Io sostanzialmente insicuro ed egocentrico.

             «Jung affermava di avere una conoscenza o esperienza intuitiva di Dio… Ha definito la fede come percezione attraverso l’inconscio… L’esperienza intuitiva di Dio, però, non è l’esatto equivalente della fede in lui; la fede totale comprende l’esperienza di Dio, ma è più ampia. La fede implica sempre rischio; significa accettare come autentica l’intuizione su Dio e sottoporla alla verifica dell’azione pratica… Come l’ipotesi scientifica deve essere verificata con l’esperimento, così l’esperienza della fede deve essere verificata traducendola in azione. Il Dio che si rivolge alla personalità cosciente di ogni uomo tramite tutto l’insieme che l’uomo stesso è, si rivolge a lui anche tramite il mondo che lo circonda, tramite i bisogni e le esigenze di altre persone, tramite gli eventi che lo riguardano. La fede in Dio orienta la persona sia verso il proprio profondo intimo, sia verso gli altri e verso tutti i problemi del vivere… La fede è un mezzo per arrivare a una comprensione più profonda e a una vita più piena… Perché è un principio di rischio… Una vita piena e matura richiede coraggio e se la fede aiuta la persona ad affrontare la vita senza paura è certamente importante per raggiungere la maturità»[10].                     Occorre dunque una riflessione critica sul dato di fede per aggiungere alla passione religiosa, alimentata dalla grazia, il proprio contributo umano alla relazione con Dio. «La vera felicità consiste nell’amore di Dio, ma in un amore illuminato, il cui ardore sia accompagnato dalla luce», secondo Leibniz[11].

             Sternberg definisce l’amore composto dalla sola componente passione come «amore-infatuazione», che ama l’altro (in questo caso Dio) come un oggetto idealizzato e non come la persona che è in realtà. E’ un sentimento improvviso ed estremamente fugace e transitorio, sussistente solo se il rapporto con l’altro non è realmente vissuto o se almeno non subisce l’impatto con le frustrazioni. Nasce più che altro da una proiezione dei desideri della persona e non da un vivo interesse per l’altro. Dà luogo a rapporti asimmetrici direttamente proporzionali all’angoscia con cui il rapporto viene vissuto. Essendo l’altro idealizzato, questo rapporto è particolarmente soggetto all’angoscia. Infatti, rapportato al nostro ambito di esperienza della grazia (mediata dalla comunità di fede), gli individui che non integrino questo elemento con l’intelligenza prima, e con la volontà poi, la ridurranno a pura esperienza emotiva, legata esclusivamente all’ambiente dove l’hanno esperita, conducendoli a forme di religiosità «dipendente» nella quale «l’onnipotenza divina è cercata come medicina compensataria alla propria insicurezza profonda; ogni trauma della vita è vissuto come un tradimento da parte di Dio che non ha più continuato a proteggerli. Conseguenza è anche una perdita dell’autostima, proprio perché essa è rimasta connessa ad un costante bisogno di essere rassicurati, protetti e amati. La religiosità di costoro è caratterizzata dalla ricerca di confortanti simboli di protezione e dall’aspettativa di interventi magici»[12].

             Sternberg suggerisce di uscire dall’impasse della pura passione, mediante una buona conoscenza del proprio oggetto d’amore. Solo così la realtà può venire a un confronto con l’idealizzazione.

             Come seconda componente fondamentale della relazione affettiva egli evidenzia l’intimità, la quale si riferisce ai sentimenti di unione, di confidenza, di affinità che creano un’esperienza di calore con l’altro, con le caratteristiche che abbiamo già elencato. L’intimità nasce dalla conoscenza dell’altro. Hatfield[13] ha definito l’intimità come un processo che induce un avvicinamento e che implica l’esplorazione delle affinità e delle differenze esistenti tra due persone, implicanti la confidenza, una componente cognitiva di fiducia.

             S. Teresa d’Avila trova nell’intimità il sesto e penultimo stadio dell’evoluzione dell’amore per Dio, che la Santa immagina, nel suo scritto «Il castello interiore», come un viaggio dell’anima in un castello composto di molte dimore. La dimora intimità è quella che immette all’unione definitiva con Dio nell’amore completo del «matrimonio spirituale»[14]. La fede matura, quindi.

             La componente intellettiva è quella che nell’esperienza religiosa (cristiana) possiamo porre in parallelo alla componente intimità dell’amore maturo. «Considerate a livello obbiettivo del loro contenuto mentale, le credenze possono assumere molte connotazioni personali che ne determinano il senso vero. Per conoscere il contenuto specificatamente religioso d’una credenza, importa sapere per quale ragione il soggetto l’adotti»[15].

             La persona non subisce passivamente l’influsso della grazia divina, ma inizia a portare il proprio contributo alla relazione con Dio, mediante la riflessione e l’approfondimento della parola di Dio e dell’esperienza che ne ha fatto attraverso gli altri, sia per verificarne la conformità al patrimonio della fede apostolica, e quindi l’autenticità, sia per verificarne l’applicazione nel proprio vissuto personale. La persona giungerà così alla motivazione alla fede, senza la quale non è possibile una reale esperienza religiosa vissuta, con effetti positivi sull’affettività.

             L’intimità nasce dalla motivazione alla relazione e questa implica una componente intellettiva.

             «Dato che il processo della decisione inizia sempre con una valutazione intuitiva, ci sono dei motivi emotivi. Tuttavia perché l’azione sia matura, occorre un motivo razionale che nasce dalla valutazione riflessiva»[16] che può seguire un triplice percorso, valido anche per la riflessione sul dato di rivelazione divina e sull’esperienza religiosa con la quale l’individuo è venuto a contatto.

             Le tre piste sono (secondo Kelman): la compiacenza, l’identifi-cazione e l’internalizzazione[17].

             Brevemente, ricordiamo che un atteggiamento è uno stato mentale e nervoso di predisposizione a rispondere, organizzato attraverso l’esperienza, che esercita un’influenza direttiva e/o dinamica sul comportamento.

             La compiacenza è il primo processo che fa adottare un atteggiamento vantaggioso, ma non condiviso come valore dall’individuo. L’atteggiamento appreso non è creduto, ma serve per produrre un effetto sociale. E’ l’aspetto della religiosità ipomaniaca oppure dottrinalistica.

             L’identificazione è il processo che porta la persona ad adottare un comportamento perché le serve per stabilire o mantenere una relazione gratificante con un’altra persona o gruppo, identificandosi con l’identità del modello (classica) oppure tramite l’identificazione reciproca delle due parti in gioco nella relazione, esclusivamente per mantenere l’immagine di sé o nella complementarietà o nella somiglianza con l’altro.

             «Ciò che fa scattare l’identificazione è la percezione nell’altro di qualcosa che serve per il senso del proprio Io, il che è come dire che il soggetto scopre nell’altro l’appello ad essere se stesso… L’identificazione è fonte di crescita nella misura in cui fa apprendere atteggiamenti che aumentano i valori. E’ bloccante quando gratifica quella parte dell’Io contraddittoria ai valori»[18].

             «L’identificazione è di qualità superiore rispetto alla compiacenza. Qui c’è anche un’accettazione privata-interiore, oltre che pubblica-esteriore dell’atteggiamento adottato… Ma la differenza più grande è che il processo dell’identificazione è uno stadio necessario nell’acquisizione dei valori. Per apprendere opinioni bastano i mezzi didattici (libri e conferenze); per apprendere i valori occorrono dei modelli di riferimento. Il valore è come il messaggio che per essere trasmissibile necessita di una relazione; è da questa che nasce l’apprendimento. Il modello serve perché la persona si costruisca secondo contenuti precisi e concreti e non sulla base di idee peregrine o di ideali arbitrariamente interpretati. Il modello è un essere umano che dà corpo nella sua umanità ad una realtà difficilmente comunicabile in astratto con nozioni intellettuali.

             Pensiamo ad esempio alla catechesi: vuole favorire l’incontro dell’uomo con il divino per abilitarlo a trovare in questo rapporto la sua identità, nel duplice senso di ciò che è e ciò che è chiamato a diventare»[19].

             Nel processo di internalizzazione la persona vive i valori e gli atteggiamenti ad un livello di riconoscimento interiore, con convinzione, con una moralità che abbiamo già definito come post-convenzionale. Il motivo dell’adesione è nel contenuto stesso dell’atteggiamento e non le pressioni sociali o le relazioni gratificanti. «L’internalizzazione avviene su base super razionale di integrazione mentale-affettivo-volitiva: è una decisione che può iniziare con una riflessione o emozione, ma che termina con la scoperta dell’attrazione. E’ una sensazione prima vaga e poi sempre più chiara che quel contenuto è un qualcosa che fa essere di più, rispetta le esigenze e il principio di totalità dell’essere, è appetibile e vale la pena farlo proprio anche a costo di qualche sacrificio»[20].

             A questo punto l’individuo ha integrato la passione puramente emotiva suscitata dal primo incontro col Dio che si rivela per grazia, con la riflessione personale che può seguire tutte le tre tappe appena esaminate, partendo da una religiosità estrinseca e funzionale all’individuo sino ad arrivare ad una religiosità maturata nella quale la riflessione stimola la persona alla internalizzazione del valore di fede. Valore che muove l’individuo ad una partecipazione vissuta di questa esperienza. E’ importante notare che nell’esperienza cristiana, lo stadio di identificazione è privilegiato dall’incarnazione stessa, del modello-valore al quale Dio per grazia vuole chiamare l’uomo a conformarsi, in una persona: il Cristo.

             A questo punto, unite le componenti passione ed intimità, (grazia ed intelligenza), avremo il tipo di amore che Sternberg chiama «amore romantico».

             Prima di esaminare le caratteristiche in rapporto all’esperienza cristiana, ricordiamo che la sola componente intimità, presa da sola, definisce nella teoria della triangolazione dell’amore, la simpatia, cioè confidenza, senso di unione e stima, senza attrazione né impegno di coinvolgimento. Avendo messo in parallelo l’elemento intimità con l’elemento intelligenza, notiamo che la sola intelligenza nel rapporto di amore con Dio, nella fede, può sì condurre ad una certa simpatia, del tutto speculativa, sul mistero di Dio, ad un livello puramente intellettuale e teorico, senza attrazione, perché senza accoglienza della grazia, cioè dell’appello divino, l’uomo non può essere coinvolto emotivamente, non solo intellettualmente, nella relazione divina, oltre che essere nell’impossibilità di conoscere ciò che Dio gratuitamente vuol rivelare per instaurare questa relazione.

             Anzi, senza la grazia non v’è nemmeno relazione, così come nella simpatia la persona può sentirsi intuitivamente unita all’altro pur senza conoscerlo e può provare interesse e stima ad un livello superficiale. Potremmo paragonarla all’esperienza di conoscenza speculativa del «Dio dei filosofi». Manca l’attrazione (passione) suscitata da Dio mediante la grazia.

             Nell’ambito dell’esperienza cristiana la sola componente intimità-intelligenza, simpatia per Dio, è quella di coloro che vivono nella condizione di non praticanza, situazione che conduce a non alimentare il rapporto con la passione-grazia nella forma sacramentale di comunicazione della stessa.

             «Come nozione psicologica, l’«indifferenza religiosa» contiene una velata contraddizione. Per provare quest’asserzione, possiamo riferirci a Carl Gustav Jung, che dice: «se un problema vien recepito a livello religioso: ciò significa dal punto di vista psicologico: molto importante, di particolare valore, concernente l’uomo nella sua interezza». E spiegando meglio questo concetto egli continua: «si potrebbe persino definire l’esperienza religiosa come l’esperienza caratterizzata dalla massima stima, accordatale a prescindere dal suo contenuto». Si potrebbe quindi descrivere l’«indifferenza religiosa» come qualcosa di molto importante nella linea di ciò che è indifferente, come l’atteggiamento in cui l’«importanza» sembra riassorbita dall’«indifferenza», pur continuando a essere qualcosa di «caratterizzato dalla massima stima riservatagli”»[21].

             Il non praticante è generalmente un soggetto che non ha integrato la componente socialità nella propria religiosità. Non riteniamo che la maturità religiosa, vissuta in qualsiasi esperienza religiosa, possa escludere il senso di appartenenza alla comunità di fede, in quanto, come concetto psicologico, il gruppo è di estrema importanza per la determinazione della maturità psichica dell’individuo. L’appartenenza vissuta alla comunità religiosa, prima ancora di essere una questione di coerenza di fede, specialmente nell’esperienza cristiana, è segno di un raggiunto livello di internalizzazione del valore religioso che, se non è vissuto insieme agli altri, origina nella persona un’immagine deformata e idolatrica della divinità, ad uso e consumo del suo narcisismo. L’individuo vuol tenersi per sé, senza condividerlo con gli altri, il suo rapporto con Dio, sia nella dimensione culturale, sia nella dimensione sociale/testimonianza, perché Dio è vissuto come l’oggetto rassicurante del gioco, sul quale può proiettare ogni sua ansietà e sentimento, senza che qualcuno possa interferire in questo rapporto. Proprio nel gioco il bambino domina la realtà, la manipola a piacimento, si afferma, si rifà dalle frustrazioni in un mondo simbolico tutto suo.

             E’ chiaro, allora, che se l’individuo, nell’esperienza cristiana, si allontana dalla pratica religiosa del Cattolicesimo, non ha mai superato psicologicamente la fase narcisismo, a livello della religiosità. L’autorità sacra (gerarchia) sarà vista come minaccia al suo rapporto con Dio, prima ancora che errore teologico (CF. MT 16, 18-19), come immaturità psicologica. Gli altri saranno visti come concorrenti in questo rapporto. Non meraviglia il fatto che talvolta il cattolico non praticante preghi da solo, ma in chiesa. Non meraviglia l’ipercriticità nei confronti dei praticanti come tentativo di copertura del senso di colpa inconscio, mentre l’esperienza cristiana, come vedremo, dà alla persona il «coraggio di essere debole» e quindi di accettarsi, per poter amare se stessa e quindi gli altri, di vivere un’esperienza di legame con gli altri e con Cristo. Non meraviglia l’accidia di questi individui che non comprendono che l’amore, per essere tale, va sempre concretamente espresso. Anche al «Signore [che] scruta i cuori» (1 CR 28, 9).

             «Il gruppo, si può affermare a questo punto, gioca un ruolo importante nella dinamica della sicurezza e della colpa, si può quasi dire che il vivere una relazione sociale aumenta il livello di sicurezza raggiunto e la capacità di affrontare lunghi periodi di insicurezza con la coscienza del necessario ritorno alla sicurezza, e permette anche di tollerare il senso di colpa derivante dalla supposta infrazione di norme interiorizzate… Il gruppo agisce profondamente, determina e spesso modifica il significato della sicurezza e della colpevolezza, non elimina queste due qualità, ma le rende tollerabili all’individuo che le vive»[22]. In pratica, il cattolico praticante è un individuo con una maggior stabilità emotiva.

             «Uno dei modi in cui i primi cristiani furono liberati dalla paura e scoprirono se stessi fu attraverso l’appartenenza a una comunità di fede. Questa fede comunitaria è espressa dal culto… – scrive Bryant – il culto della chiesa è il fattore correttivo più sicuro dell’idolatria dei concetti falsi o inadeguati di Dio. Il culto corporativo della Chiesa con le sue letture delle scritture, in particolare quando esse sono interpretate alla luce di Gesù Cristo e nel linguaggio di oggi, è un modo di sfuggire ai concetti limitati ed egocentrici di Dio verso la fede più ampia della comunità… L’impegno della fede significa coinvolgere noi stessi nel mondo degli uomini e delle donne che Dio ha creato e che ama»[23]. Quindi, gli individui che vivono la sola componente intelligenza, venuto meno il rapporto vissuto con la grazia, vivono la sola componente che Sternberg chiama «intimità», originante, se presa a sé stante, la «simpatia», nella quale il rapporto con gli altri può anche essere assente. «Il vero rapporto religioso tra uomo e Dio che nella comunità parrocchiale s’avvera come servizio del soggetto al valore, vale a dire sottomissione dell’uomo, come individuo e società, a Dio, nella lontananza di qualunque fattispecie viene tradito… La dinamica affettiva è ordinata a una tattica e a una finalità che convergono in un atteggiamento unitario e organizzato di mentalità ostile. L’alieno sfrutta l’aspetto umano della Chiesa criticando non per il gusto di denigrare, ma in «obliquo», con lo scopo di mascherare la propria indolenza con il titolo di una religiosità più pura sotto le istanze di un Io esigente e bramoso di trascendenza… E’ in questo tipo di lontananza che avviene la trasposizione in chiave religiosa delle tesi di Sartre («L’inferno sono gli altri») e di Freud. Ciò che manca nella esperienza di tali mentalità è la convinzione che la società, sia profana che religiosa, è condizione di libertà allo stesso tempo che fonte di oppressione. Si dimentica troppo facilmente che la comunità funziona in primo luogo per dare ai fedeli la possibilità di una diretta ed adeguata espressione del sentimento religioso»[24].

             La componente grazia, che noi abbiamo messo in parallelo alla «passione» di Sternberg, unita alla componente «intelligenza», messa in parallelo alla componente «intimità», dà origine all’amore romantico, ove la componente «volontà»-»impegno» è assente. Ci sembra di poter paragonare, nell’esperienza cristiana, questo tipo di amore verso Dio, con quello della religiosità formale e convenzionale, nella quale la grazia è accolta criticamente, la partecipazione comunitaria cultuale è presente. L’individuo in un certo senso, vive la fede, ma la componente «volontà» (impegno) è assente, nel senso che questa ha un significato molto più profondo del «credere». Manca il carattere euristico dell’esperienza di fede in Dio. A proposito della distinzione tra fede e credenza Allport sostiene che ««fede» sembra recare un più intenso calore d’affetto di quanto ne mostri «credenza»… Molte persone, interpellate, rispondono dichiarando di credere in Dio. In molti di questi casi però la risposta sembra data meccanicamente e si ha il sospetto che il sentimento religioso retrostante all’asserzione sia elementare. Quando invece un individuo assevera: «io ho fede in Dio», pare quasi certo che il sentimento religioso occupa una posizione preminente della sua personalità»[25].

             Il carattere euristico della fede, qui assente, essendo ancora assente la volontà-impegno in senso pieno, la rende una continua ricerca di un impegno a tradurla in fatti in ogni aspetto dell’esistenza, senza ridurla ad un fatto cultuale-precettistico.

             Siamo all’opposto del tutto «intelligenza-intimità». Questi non pratica per tenersi stretto il «suo» Dio, mentre il soggetto che non ha ancora raggiunto la componente volontà-impegno, vive la relazione con Dio come fenomeno a sé stante rispetto al resto della sua vita quotidiana, ove non è integrata, per una paura di coinvolgimento eccessivo o per una educazione riduttiva dell’esperienza cristiana.

             Il risultato è una sfiducia di fondo nel proprio valore in rapporto alla partecipazione con Dio nella realizzazione del suo Regno. Già Fromm ricordava che la persona che si impegna attivamente nell’amore si sente viva e scopre quanto vale: «Dare è la più alta espressione di potenza. Nello stesso atto di dare, io provo la mia forza, la mia ricchezza, il mio potere. Questa sensazione di vitalità e di potenza mi riempie di gioia. Mi sento traboccante di vita e di felicità. Dare da più gioia che ricevere, non perché è privazione, ma perché in quell’atto mi sento vivo»[26].

             Senza la «volontà-impegno» l’individuo non ama ancora Dio, perché è ancora passivo, non elabora dentro di sé il dinamismo del darsi a Dio e agli altri in maniera interiorizzata e veramente voluta, al di là del precetto. Vi è attrazione (grazia), risposta (intelligenza), ma non coinvolgimento attivo, responsabile, impegnativo, personalizzato: è un’esperienza di amore-romantico con Dio.

             «La fede del cristiano è un dono di Dio, come l’intero processo salvifico. «Per grazia, infatti, siete stati salvati mediante la fede; e tutto questo non viene da voi, ma è un dono di Dio» (EF 2, 8). Questo è il pensiero che sta alla base di tutta l’analisi della fede di Abramo (RM 4). Poiché Dio si rivolge all’uomo come a una persona responsabile, questi è libero di accettare o rifiutare l’invito gratuito. E la fede non è che la risposta da parte dell’uomo che si rende conto che l’intera iniziativa dipende da Dio… Nei contesti polemici in cui Paolo rifiuta le «opere della legge» come mezzo di giustificazione, egli insiste nel dire che questa giustificazione viene attraverso la fede (GAL 2, 16; Cfr. RM 2, 20-28; FIL 3, 9). Comunque, il senso pieno di fede secondo lui esige che il cristiano manifesti nella sua condotta la sua radicale dedizione al Cristo mediante opere di carità. «Poiché in Cristo Gesù non ha valore né la circoncisione né la incirconcisione, ma solo la fede operante per la carità (GAL 5, 6), questa è la ragione per cui Paolo esorta continuamente i suoi convertiti cristiani a praticare ogni sorta di buone azioni. La fede cristiana è un invito alla libertà (dalla legge, dal peccato, dall’Io – Sarx), ma anche un invito al servizio dell’amore da dimostrare agli altri uomini (GAL 5, 13). In tal modo, la fede per Paolo non è semplice assenso intellettuale a una proposta di monoteismo (Cfr. GC 2, 14-26). Paolo infatti sa che tale servizio non si compie senza l’attività di Dio nell’uomo: «E’ Dio che produce in voi, a suo piacimento, il volere e l’operare» (FIL 2, 13)»[27].

             Aggiungendo la componente volontà, la triade grazia-intelligenza-volontà è completa. E’ l’esperienza cristiana di una fede nel senso pieno. Non tutte le esperienze religiose richiedono necessariamente tutti e tre questi elementi, o almeno, non nella misura dell’esperienza cristiana. Senza volontà non v’è carità.

             Anche la triade della triangolazione dell’amore di Sternberg si completa con l’elemento decisione/impegno. Otterremo l’«amore vissuto».

             «Ci sembra che un’autentica maturità religiosa si realizzi quando c’è equilibrio dinamico fra gli elementi emotivi, intellettivi e volitivi. Il fattore intellettivo ha valore perché dà persistenza all’elemento emotivo che, a sua volta, soddisfa l’Eros.

             Infatti una religiosità prevalentemente emotiva, basata sul semplice sentimento e senza una base intellettiva, difficilmente dura nel tempo. Né va considerata maturità religiosa quella che non implica l’elemento volitivo, non comporta cioè atti di volontà»[28].

             Ricordiamo che l’Eros è una delle due parti in cui Freud ha distinto l’inconscio dinamico ed ereditario (l’Es). L’Eros si riferisce all’energia psichica come impulso dinamico all’apertura all’altro, generalmente designata come libido, in contrapposizione all’istinto aggressivo e di odio, cioè il Thanatos. La religiosità si origina nell’Eros. Rimane quindi da esaminare l’aspetto volitivo dell’esperienza di fede cristiana.

             Il processo decisionale è composto da due fasi: il volere emotivo e, successivamente, il volere razionale. Il primo impatto con la realtà è sempre emotivo. Ciò che coinvolge l’individuo viene prima sentito e, in seguito, ragionato, con una cooperazione affettività e razionalità. In realtà, il processo completo è composto da percezione, cioè il soggetto riconosce l’oggetto in sé, quindi, nel nostro caso, riconosce quel messaggio che ascolta, che legge, che vede, come facente parte dell’esperienza cristiana, come Parola di Dio. In secondo luogo esegue una valutazione intuitiva, che gli consente di porsi in relazione con l’oggetto percepito, a livello elementare di attrazione-repulsione in maniera passiva e acritica. E’ l’influsso che esercita l’esperienza cristiana nel momento in cui l’individuo deve decidere di orientare la propria esistenza in linea con i valori di questa esperienza. Molto influsso ha in questa fase la testimonianza di coloro che già vivono pienamente la fede matura. «I fedeli laici hanno la loro parte da compiere… non solo con una partecipazione attiva e responsabile nella vita comunitaria, e pertanto con la loro insostituibile testimonianza, ma anche con lo slancio e l’azione missionaria verso quanti ancora non credono o non vivono più la fede ricevuta con il battesimo»[29].

             «Il desiderio di partecipazione, la ricerca dell’affiliazione religiosa, possono essere descritti globalmente con una parola sola: l’amore. Sia i fenomenologi che gli psicologi sono d’accordo nel dare un nuovo orientamento alle ricerche in questo senso, che un falso pudore aveva trascurato. Van Der Leeuw fa propria l’osservazione acuta di Lévy-Bruhl, il quale afferma che «il bisogno di partecipazione è sicuramente più imperioso e più intenso, anche nelle nostre società, del bisogno di conoscere o di conformarsi alle esigenze logiche. Esso è più profondo, viene da più lontano». L’atteggiamento del convertito verso la Chiesa ci pare inesplicabile al di fuori del sentimento d’amore che lo motiva. Infatti, nella nostra ipotesi, si tratta di affiliazione a una Chiesa ben definita, la Chiesa cristiana; e per Van Der Leeuw, «una sola parola basta a caratterizzare la tipologia del Cristianesimo: l’amore»[30].

             Grensted sostiene che il solo sentimento che riuscirebbe veramente a integrare la totalità della personalità sarebbe l’amore di Dio, che egli chiama il master sentiment[31] e per Van Der Leeuw: «L’amore risposta all’amore di Dio prende una forma: la Chiesa; essa mostra la sua irriducibile unità con l’amore»[32].

             «E’ un fatto scioccante che lo stesso Freud, per il quale la religione era un’illusione da superare, abbia visto nella Chiesa cristiana il più perfetto esempio del suo gruppo ideale – scrive Grensted – … né nel nostro più intimo sé né nel nostro ambiente di persone che ci sono offerte come obiettivi del nostro amore noi troviamo un’invariabile e sufficiente forza integrante. A questo punto siamo naturalmente condotti a chiederci se non ci sia un sentimento principale di più alto grado, il sentimento che si prolunga a arriva a Dio e quindi attraverso l’agape, il supremo e creativo aspetto dell’amore, ci offra la vera unità interiore che ci dia la libertà. Qui la psicologia non sa dare risposta. Né può chiudere la porta. Possiamo solo dire che se potessimo propriamente dire che questo sentimento esistesse, la conversione, come convergenza su Dio di tutte le nostre disposizioni conflittuali, sarebbe il modo del suo operare. E quella conversione dovrebbe prendere molte forme e sarebbe naturale come c’è una molteplicità e varietà di individui nella multiformità della creazione di Dio»[33].

             Infine, dopo la percezione e l’intuizione, l’ultimo processo decisionale è il volere razionale. L’intuizione non era ancora al livello conscio. L’esperienza cristiana era vista come attraente, o meno, a seconda della predisposizione favorevole o sfavorevole. La valutazione razionale, a questo punto, consente all’individuo di trascendere l’impressione istintiva e di valutare la situazione con criteri più ampi ed universali, non basati solo sulla piacevolezza o spiacevolezza, ma sul valore in sé dell’esperienza, che può anche differire dai criteri istintivi. Cioè può essere ritenuta degna anche se non sempre piacevole, oppure dannosa anche se attraente.

             Non è richiesta una certezza matematica nella decisione razionale riguardante i valori umani. Sarebbe impossibile. Un valore è una rappresentazione concettuale di qualcosa in funzione della sua bontà, del suo pregio, o della sua utilità. Pertanto un valore è un motivo razionale trasformato in un fattore di motivazione relativamente permanente… L’origine immediata dei valori è il processo della deliberazione razionale… Il bagaglio di esperienze personali, le disposizioni mentali già acquisite, i tratti della personalità, le capacità ed i bisogni personali possono determinare l’accettazione o il rifiuto di determinati valori. Fra questi fattori ha molta importanza l’intelligenza, in quanto la formazione dei valori consiste principalmente in un processo intellettuale. La decisione finale di fede cristiana non è il punto di arrivo di un ragionamento teoretico. La fede è un atto d’amore. La decisione finale, la volontà in un atto d’amore è il rischio. Rischio di coinvolgersi totalmente e volutamente nel valore intuito.

             L’individuo non è più legato alla ricerca dell’emozione positiva, della gratificazione, ma è impegnato nel tradurre in pratica attivamente il dono di sé, abbandonando i propri schemi mentali precostituiti, nei quali l’altro, cioè Dio, era incasellato, dando così maggior sicurezza alla persona, ma togliendole la gioia di scoprire l’altro per come realmente sia, per come possa autenticamente esprimersi e comportarsi quando la persona decide di fidarsi totalmente di lui. E’ una maniera di essere che non è riproducibile prima del dono di sé. Se l’amore è «interesse attivo per la vita e la crescita di ciò che amiamo», come sostiene Fromm[34], ciò non è possibile senza un atto di volontà, che è essenzialmente fiducia e impegno per l’altro. Se questo vale per gli esseri umani, tanto più vale per Dio. Se la persona dicesse di amarlo solo quando lo sente, lo capisce, o ha voglia di pregarlo o di partecipare alla celebrazione eucaristica, ad esempio, certamente non potremmo dire che questa sia un’esperienza di amore, la quale, in ogni caso, non è mai basata solo sul «sentire», «capire», o «essere attratti» dall’altro. Uno splendido esempio lo troviamo nell’episodio del Vangelo di Matteo, nel quale Pietro domanda a Gesù di farlo avanzare verso di lui facendolo camminare sull’acqua del lago di Tiberiade. L’atteggiamento di Pietro è quello di colui che cerca certezza. Ma questa non può esistere, nell’amore, senza essere accompagnata dal rischio. Pietro cammina sull’acqua sintanto che la sua fiducia non vien meno a causa della paura, originata da un amore imperfetto. «L’amore perfetto scaccia il timore, perché il timore suppone un castigo e chi teme non è perfetto nell’amore» (1 GV 4, 18). Il timore della persona che non riesce a donarsi perché è preoccupata dalla possibile reazione dell’altro.

             «Se volete scoprire quale differenza Gesù abbia prodotto nell’umanità, cercandola nel Nuovo Testamento, troverete che la risposta è l’allontanamento della paura dalla vita della gente. Nel Nuovo Testamento la paura è considerata la radice di ogni male; è la paura che rende egoisti gli uomini, che li fa odiare, che li rende ciechi; è sempre la paura a farli impazzire. La paura scaccia l’amore, così come l’amore scaccia la paura»[35]. Certamente Gesù ha fatto molto di più di questo, ma questo ci aiuta a capire come, in ultima analisi, ciò che frena la persona dal passo decisivo a completare il suo amore con l’impegno e la fede con la volontà, sia il timore.

             Spesso il timore è alimentato dalla distanza tra l’ideale e le proprie capacità, ma va tenuto conto che «tutti gli ideali sono in un certo senso staccati dalla realtà… Sono obbiettivi da raggiungere, sono cose realizzabili ma non mai appieno realizzate. Una persona senza ideali è una persona molto povera; d’altra parte una persona che non possiede nient’altro che ideali, è una persona incapace sia per sé che per la società»[36].

             Allport sostiene che «Salvo non s’abbia a fare con un genio religioso, ad esempio il Cristo, non dobbiamo attenderci che il sentimento religioso, anche quando è maturo, sia coerente in assoluto. Più che per altri, va detto di esso che il suo modellamento è sempre una realtà incompiuta»[37]. E Perugia: «I giovani devono essere guidati verso la scelta di ideali personalizzati che siano il più vicino possibile allo «standard» di eccellenza. Così gli insegnanti di religione giustamente tendono a far sì che i fanciulli e gli adolescenti conoscano la vita di Cristo e dei Santi, perché essi sono esemplari di grandi virtù morali e religiose… I giovani devono saper valutare la distanza esistente fra ideali e realtà. Essi sono troppo spesso scoraggiati dai loro insuccessi per poter raggiungere uno «standard» di eccellenza; essi talora non sanno che gli ideali non sono mai pienamente realizzati, che essi sono obbiettivi a cui tendere più che scopi da realizzare. I giovani devono potersi guardare da tali scoraggiamenti, in quanto questi possono condurre a severi conflitti emotivi e a grave disadattamento. I giovani devono possedere degli ideali per il loro completo sviluppo e la loro completa integrazione, ma questi ideali devono essere costretti a giuocare il proprio ruolo nella dinamica della condotta umana»[38].

             Dunque, senza idealizzazioni, timori e scoraggiamenti definitivi, l’amore completo richiede un preciso impegno duraturo, un rischio ampiamente ricompensato dallo scoprire l’altro nella misura in cui rischio, in pratica, i miei ideali per lui. Fromm ricorda che «L’amore dovrebbe essere essenzialmente un atto di volontà, di decisione di unire la propria vita a quella di un’altra persona – nel nostro caso, Dio – … Amare qualcuno non è solo un forte sentimento, è una scelta, una promessa, un impegno. Se l’amore fosse solo una sensazione, non vi sarebbero i presupposti per un amore duraturo. Una sensazione viene e va. Come posso sapere che durerà sempre, se non sono cosciente e responsabile?

             Tenendo conto di questi elementi, si arriva alla conclusione che l’amore è essenzialmente un atto di volontà»[39].

             Anche Rollo May è dello stesso avviso: «Il compito dell’uomo è di unire amore e volontà. Essi non sono uniti da un’automatica crescita biologica, ma devono essere parte del nostro sviluppo cosciente… La volontà interviene e pone le basi che rendono possibile un amore relativamente maturo. Non più alla ricerca di una reviviscenza della sua condizione infantile, l’essere umano… ora si assume liberamente la responsabilità per le sue scelte…

             L’amore che è separato dalla volontà, o l’amore che impedisce la volontà, è caratterizzato da una passività che si incarna e non si sviluppa con la propria passione; tale amore tende, quindi, alla dissociazione. Finisce in qualcosa che non è pienamente personale perché non discrimina completamente. Tali distinzioni coinvolgono il volere e lo scegliere; e scegliere qualcuno significa non scegliere qualcun altro»[40]. Amare Dio implica sceglierlo: «Scegliete oggi chi volete servire» (GS 24, 15).

             «L’obbedienza della fede non va scambiata con un atto compiuto perché un potente ha comandato qualcosa, ma va vista come un modo di agire adottato perché Dio sta con la sua interpellanza e la sua rivendicazione nella vita dell’uomo, una interpellanza e una rivendicazione dotate di senso e indicanti una via»[41].

             «Una persona non offre mai altra garanzia se non se stessa. Nella relazione con gli altri, la certezza non antecede l’assenso: lo accompagna e ne è il frutto. Così è nella fede religiosa. Quando si rivolge a Dio, l’uomo vorrebbe anzitutto sapere in chi crede: lo sa però solo nel momento in cui crede … La fede è un atto cosciente, compiuto dalla persona nella sua totalità, e la sua certezza è una luce che si riflette sull’esistenza umana e la rende più ragionevole… Una certa umanizzazione e un certo equilibrio psicologico le sono indispensabili. In cambio, però, essa libera l’uomo, giacché dilata il suo essere in una relazione interpersonale»[42].

             Nella seconda parte esamineremo in quale maniera l’esperienza religiosa specificatamente cristiana integri la personalità e l’affettività della persona, aprendole più vasti orizzonti.[43]


 

[1]      STERNBERG Robert J., BARNES Michael L. (a cura di) – LA PSICOLOGIA DELL’AMORE, Milano, BOMPIANI, 1990, p. 142

 

[2]      LEVINGER George – Ibidem, pp. 170-171

 

[3]      STERNBERG Robert J. – Ibidem, p. 143

 

[4]      LEVINGER George – Ibidem, p. 170

 

[5]      DENZINGER Henricus, SCHÖNMETZER Adolfus – ENCHIRIDION SYMBO- LORUM DEFINITIONUM ET DECLARATIONUM DE REBUS FIDEI ET MORUM, Friburgo, HERDER, 1965 (XXXVI), p. 589

 

[6]      COLZANI Gianni – ANTROPOLOGIA TEOLOGICA. L’UOMO: PARADOSSO E MISTERO, Bologna, EDB, 1988, p. 239

 

[7]      Ibid., pp. 261-262

 

[8]      S. TERESA DI GESU’ – PENSIERI, (90), Roma, IL PASSERO SOLITARIO, 1980, p. 37

 

[9]      S. AGOSTINO – LE CONFESSIONI VIII, 4, Brescia, LA SCUOLA, 1987 (7), p. 124

 

[10]    BRYANT Christopher – PSICOLOGIA DEL PROFONDO E FEDE RELIGIOSA, Assisi, CITTADELLA, 1989, pp. 99-101

 

[11]    LEIBNIZ Gottfried W. – citato da MARIAS Julián – LA FELICITA’ UMANA. UN IMPOSSIBILE NECESSARIO, Cinisello Balsamo, PAOLINE, 1990,  p. 13

 

[12]    DACQUINO Giacomo – RELIGIOSITA’ E PSICOANALISI, Torino, SEI, 1980 (7),  p. 151[12]

[13]    HATFIELD D. – «THE DANGERS OF INTIMACY» in DERLEGA V., (a cura di)

         COMMUNICATION, INTIMACY AND CLOSE RELATIONSHIP, New York, ACADEMIC PRESS, 1984, pp. 207-220

 

[14]    S. TERESA D’AVILA – OPERE COMPLETE, Roma, Postulazione Generale dell’Ordine dei Carmelitani scalzi, 1981

 

[15]    VERGOTE Antoine – PSICOLOGIA RELIGIOSA, Roma, BORLA, 1979, p. 215

 

[16]    CENCINI Amedeo, MANENTI Alessandro – PSICOLOGIA E FORMAZIONE. STRUTTURE E DINAMISMI, Bologna, EDB, 1986, p. 284

 

[17]    KELMAN H.C. – «TRE PROCESSI DI INFLUENZA SOCIALE» in WARREN N., JAHODA J. – GLI ATTEGGIAMENTI, Torino, BORINGHIERI, 1976

 

[18]    CENCINI Amedeo, MANENTI Alessandro – op. cit., pp. 290-291

 

[19]    Ibid., pp. 287-288

 

[20]    Ibid., p. 294

 

[21]    KEILBACH Wilhelm – «L’INDIFFERENZA RELIGIOSA: TENTATIVO DI UN’ANALISI PSICOLOGICA» in L’INDIFFERENZA RELIGIOSA, Segretariato per i non credenti, (a cura di), Roma, CITTA’ NUOVA, 1978, p. 69

 

[22]    SPALTRO Enzo – «LA DINAMICA INDIVIDUO-GRUPPO NEI RAPPORTI EDUCATIVI» in QUESTIONI DI PSICOLOGIA, op. cit., pp. 676-677

 

[23]    BRYANT Christopher – op. cit., pp. 138-140

 

[24]    PUGNETTI Maurizio – I CATTOLICI NON PRATICANTI. MORFOLOGIA DELLA LONTANANZA IN PSICO-SOCIOLOGIA PASTORALE, Milano, LUX DE CRUCE, 1961, pp. 60-61

 

[25]    ALLPORT Gordon W. – L’INDIVIDUO E LA SUA RELIGIONE, Brescia, LA SCUOLA, 1972,  p. 199

 

[26]    FROMM Erich – L’ARTE DI AMARE, Milano, MONDADORI, 1983 (1988),  p. 33

 

[27]    FITZMYER Joseph A. – «TEOLOGIA PAOLINA» in GRANDE COMMENTARIO BIBLICO, BROWN Raymond E., FITZMYER Joseph A., MURPHY Roland E., Brescia, QUERINIANA, 1973, p. 1893

 

[28]    DACQUINO Giacomo – op. cit., p. 114

 

[29]    GIOVANNI PAOLO II – CHRISTIFIDELES LAICI, 34, Città del Vaticano, LIBRERIA EDITRICE VATICANA, 1988, p. 93

 

[30]    CARRIER Hervé – PSICO-SOCIOLOGIA DELL’APPARTENENZA RELIGIOSA, Leumann. ELLE DI CI, 1988, p. 66

 

[31]    GRENSTED L.W. – THE PSYCHOLOGY OF RELIGION, New York, OXFORD UNIVERSITY PRESS, 1952, p. 82

 

[32]    VAN DER LEEUW G. – LA RELIGION DANS SON ESSENCE ET SES MANIFESTATIONS, Parigi, PAYOT, 1955, p. 633

 

[33]    GRENSTED L.W. – op. cit., p. 143; 82 (Traduzione dell’autore)

 

[34]    FROMM Erich – op. cit., p. 36

 

[35]    WILLIAMS Harry – THE TRUE WILDERNESS citato da BRYANT Christopher, op. cit., p. 132

 

[36]    PERUGIA Angelo – In QUESTIONI DI PSICOLOGIA, op. cit., p. 523

 

[37]    ALLPORT Gordon W. – op. cit., p. 111

 

[38]    PERUGIA Angelo – In QUESTIONI DI PSICOLOGIA, op. cit., pp. 523-524

 

[39]    FROMM Erich – op. cit., pp. 60-61

 

[40]    MAY Rollo – L’AMORE E LA VOLONTA’, Roma, ASTROLABIO, 1971, pp. 276; 278; 272

 

[41]    WALDENFELS Hans – TEOLOGIA FONDAMENTALE NEL CONTESTO DEL MONDO CONTEMPORANEO, Cinisello Balsamo, PAOLINE, 1988, p. 543

 

[42]    VERGOTE Antoine – op. cit., pp. 244-245

[43]   NADALI Giorgio – Sessualità, Religioni e Sette. Amore e Sesso nei Culti mondiali, Roma, Armando Editore, 1999

San Valentino e la teoria della triangolazione dell’amore


Di Giorgio Nadali

La triangolazione dell’amore per alcuni è “lui, lei, l’altro”, ma non per Robert J. Sternberg, psicologo statunitense dell’Università di Yale. Nel 1986 pubblicò, sulla rivista Psychological Review», la sua Teoria sulla triangolazione dell’amore» (A triangular theory of love), nella quale affermava che l’amore maturo («vissuto») è composto da tre componenti che possono essere graficamente collocate ai vertici di un triangolo equilatero.

             Le tre componenti sono: l’intimità, la passione, la decisione/impegno. Il triangolo è una metafora utile per visualizzare i reciproci collegamenti e combinazioni possibili fra le tre componenti dell’amore e a comprendere in che modo esse si manifestino. La teoria è simile a quella di Lee, (1977), detta «Tipologia degli stili di amore» («A typology of styles of loving»), pubblicata nel «Personality and social Psychology Bullettin» n° 3, di quell’anno.

             Ricordiamo che “sessualità” significa molto di più di “sesso”. La dimensione religiosa gioca un ruolo molto importante nella strutturazione di tutta l’affettività (il complesso dei sentimenti e delle emozioni) della persona. Affettività e sessualità strutturano la personalità. La sessualità è quindi la chiave nella melodia dell’amore. Una sola nota stonata, fuori dal pentagramma dei valori, non farà altro che rovinare il motivo di fondo della nostra esistenza. «La sessualità non è pura istintualità; è un indiscutibile potere creativo che non è solo la causa principale delle nostre vite individuali, ma anche un fattore molto serio nella nostra vita psichica». (Carl Jung)

             «L’intimità si riferisce a sentimenti di confidenza, di unione e di affinità che creano un’esperienza di calore. Sternberg e Grajek (1984) hanno individuato, nel rapporto amoroso, dieci segnali di intimità: 1) il desiderio di contribuire al benessere materiale della persona amata; 2) sentirsi felici con la persona amata; 3) avere una profonda stima della persona amata; 4) poter contare sulla persona amata, in caso di bisogno; 5) darsi reciproca comprensione; 6) condividere con la persona amata il proprio mondo interno e le proprie risorse materiali; 7) ricevere sostegno emotivo dalla persona amata; 8) dare alla persona amata sostegno emotivo; 9) comunicare alla persona amata i propri desideri più intimi; 10) considerare il rapporto con la persona amata come qualcosa di grande valore nella propria vita».

             La componente passione riguarda «un forte eccitamento psicologico e fisiologico, segnato da un’intenso desiderio di unione con l’altro… Nei rapporti romantici la passione in genere include una potente attrazione sessuale, il desiderio di stringere fisicamente l’altro e di confondersi biologicamente con lui. Nei rapporti non romantici – come ad esempio nell’amore genitoriale o nella devozione religiosa – l’aspetto sessuale viene soppresso e l’eccitamento psicologico assume altre forme».

             «Nella componente decisione/impegno convivono due aspetti, uno a breve e l’altro a lungo termine. L’aspetto a breve termine è rappresentato dalla decisione di amare qualcuno. L’aspetto a lungo termine è rappresentato dall’impegno a conservare vivo quell’amore. Essi tuttavia non sono necessariamente inscindibili, dal momento che l’impegno non è la conseguenza inevitabile della decisione, e viceversa: esistono molti casi di persone coinvolte in un rapporto amoroso (impegno) che non hanno mai ammesso di amare il partner e di esserne innamorato (decisione). Il più delle volte, tuttavia, la decisione precede l’impegno»

             «Tutti i vari significati contenuti nel termine impegno indicano comunque la stabilità di un vincolo interpersonale di fronte al fluttuare delle situazioni personali, relazionali e ambientali. Il profondo e continuativo senso di impegno rispetto a un legame – anche in assenza di calore o addirittura in presenza di ostilità – deriva dai sentimenti di investimento cumulativo o di interdipendenza»

             Le varie combinazioni di queste componenti dell’amore maturo danno origine ai seguenti tipi d’amore:

«Simpatia» (solo intimità)

«Amore vuoto»                   (solo impegno) che qui noi preferiremmo chia-mare «carità», rispetto al termine usato da Sternberg, in quanto essa non richiede né intimità, né passione, ma è tutt’altro che essere un tipo di amore vuoto, pur richiedendo unicamente impegno per il bene dell’altro, senza distinzioni, né esclusività, a imitazione dell’amore divino e in forza di esso.

«Amore amicizia»              (intimità + impegno)

«Infatuazione»                    (solo passione)

«Amore romantico»          (intimità + passione)

«Amore fatuo»                    (passione + impegno)

«Amore vissuto»                (passione + intimità + impegno)

nell’ordine che ci sembra seguire la genesi di questo amore, a differenza dell’amore amicizia, che parte dall’intimità per arrivare all’impegno, sorretto dall’intimità.

Sternberg definisce l’amore composto dalla sola componente passione come «amore-infatuazione», che ama l’altro (in questo caso Dio) come un oggetto idealizzato e non come la persona che è in realtà. E’ un sentimento improvviso ed estremamente fugace e transitorio, sussistente solo se il rapporto con l’altro non è realmente vissuto o se almeno non subisce l’impatto con le frustrazioni. Nasce più che altro da una proiezione dei desideri della persona e non da un vivo interesse per l’altro. Dà luogo a rapporti asimmetrici direttamente proporzionali all’angoscia con cui il rapporto viene vissuto. Essendo l’altro idealizzato, questo rapporto è particolarmente soggetto all’angoscia. Infatti, rapportato al nostro ambito di esperienza della grazia (mediata dalla comunità di fede), gli individui che non integrino questo elemento con l’intelligenza prima, e con la volontà poi, la ridurranno a pura esperienza emotiva, legata esclusivamente all’ambiente dove l’hanno esperita, conducendoli a forme di religiosità «dipendente» nella quale «l’onnipotenza divina è cercata come medicina compensataria alla propria insicurezza profonda; ogni trauma della vita è vissuto come un tradimento da parte di Dio che non ha più continuato a proteggerli. Conseguenza è anche una perdita dell’autostima, proprio perché essa è rimasta connessa ad un costante bisogno di essere rassicurati, protetti e amati. La religiosità di costoro è caratterizzata dalla ricerca di confortanti simboli di protezione e dall’aspettativa di interventi magici».

SOLO PASSIONE

Infatuazione. Amore che ama l’altro come oggetto idealizzato e non come persona reale. Altamente instabile e provvisorio, istintivo.

Componente volontà assente. Componente riflessione assente. Attrazione fisica o eccitamento psicologico, nel caso di passione di genitori o di devoti religiosi (verso Dio).

Fromm mette in guardia sul carattere illusorio e possessivo di questo «amore».

La motivazione inconscia che la alimenta può essere egoistica e addirittura violenta, generando una falsa idea di unione e amore.

Conseguenze possibili: la persona è ansiosa perché deve continua-mente alimentare il rinforzo della attrazione sull’altro.

Non sa mai se è accettata per quello che è o per come appare, quindi non sperimenta la vera libertà interiore.

SOLO INTIMITA’ 

Simpatia. Coinvolgimento emotivo e interdipendenza comporta-mentale con l’altro. Attrazione assente. Eccitamento psicologico assente. Il sentimento è però instabile in quanto non è sorretto dall’impegno. In pratica, l’altro non è percepito come valore, ma come qualcuno che si avvicina al proprio modo di essere (effettivo o desiderato).

Il rapporto è condizionato da questo. Non c’è quindi dono gratuito di sé.

Possibili conseguenze: rapporto superficiale, sfiducia negli altri.

SOLO DECISIONE / IMPEGNO

Amore vuoto. «Si configura quando una persona decide di amarne un’altra (un impegno ad amare) in assenza delle componenti di intimità e di passione… a meno che l’impegno non sia profondo, non è improbabile che questo tipo di amore finisca proprio perché si basa su una componente particolarmente soggetta a modificazioni coscienti» (Sternberg).

Potremmo forse usare un altro termine rispetto a quello adottato da Sternberg. Lo stesso Freud, pur non definendolo carità, lo ha riconosciuto, come abbiamo visto, in San Francesco, come «l’esempio più insigne di come ci si possa servire dell’amore ai fini del senso interiore di felicità».

E’ dunque l’amore di carità, che è lo sforzo di un amore totalmente gratuito per l’altro sul modello dell’amore divino per l’uomo, in qualsiasi tipo di rapporto. Fromm concorda sul fatto che «l’amore è essenzialmente un atto di volontà». Senza questa non abbiamo realmente dono all’altro.

D’altra parte siamo nati tutti per amare. E’ il principio dell’esistenza e il suo unico fine, sosteneva Benjamin Disraeli.

PASSIONE + INTIMITA’

Amore romantico. Attrazione fisica (o eccitamento psicologico) più coinvolgimento emotivo della sfera degli ideali.

Amore provvisorio, legato al comportamento e all’aspetto del soggetto amato. Vi è ancora idealizzazione dell’altro. Manca l’impegno ad accogliere l’altro per come è realmente, al di là della gratificazione personale. Può aprire alla forma di amore completo (amore vissuto) purché la persona verifichi i motivi dell’unione e gradualmente si apra all’impegno per la crescita dell’altro, al di là della gratificazione immediata e ricercata volutamente.

Possibili conseguenze: amore vissuto oppure continua impossibilità di manifestare se stesso nel dono oblativo dell’altro con conseguente frustrazione.

Atteggiamenti difensivi. L’altro (ed io stesso) non sa se è accolto per quello che è (anche nella sua debolezza, nei suoi difetti…) o per ciò che gratifica.

PASSIONE + IMPEGNO

Amore fatuo. La fatuità va intesa nel senso che l’impegno si attua sulla base di una passione a cui manca l’elemento stabilizzante del coinvolgimento intimo che, per svilupparsi, ha bisogno di un certo tempo.

 L’amore fatuo è estremamente soggetto all’angoscia. Infatti, quando la passione svanisce – e ciò accade quasi inevitabilmente – tutto ciò che rimane è un tipo di impegno che non si è accresciuto nel tempo ma che, al contrario, è ancora «giovane» e probabilmente superficiale.

E’ l’impegno preso tenendo conto solo della passione.

Possibili conseguenze:

angoscia, frustrazione, cinismo.

INTIMITA’ + IMPEGNO

Amicizia. Nasce da una profonda simpatia per l’altro sostenuta dal-l’impegno di mantenere ed appro-fondire la relazione nel tempo, senza l’eccitazione psicologica o l’attrazione fisica. Poggia il suo essere profondo nelle doti del-l’altro. Totalmente gratuito è l’amore di benevolenza nel quale la persona si dona senza cercare un contraccambio. Esige gratuità, reciprocità, fedeltà, discrezione.

Ci sembra, a questo proposito, molto di più di un amore-vissuto degenerato, ove la componente passione è venuta meno, come afferma Sternberg.

Nel rapporto con Dio l’amicizia è impossibile senza la grazia, a meno di intenderla come un particolare rapporto in cui la persona ha più difficoltà a lasciarsi amare da Dio, cercando più di mantenere la relazione su basi razionali.

Gradualmente, Gesù, trasformerà questa mentalità in Nicodemo (GV 3, 1-21): è necessario rinascere alla grazia (GV 3, 7), per esser suoi amici (GV 15, 14).

PASSIONE + INTIMITA’ + IMPEGNO

AMORE VISSUTO

E’ l’amore di tipo coniugale, nel quale tutte le componenti sono presenti e nel quale si esprime autenticamente il totale dono di sé all’altro anche nella dimensione temporale. Sono presenti i quattro elementi comuni a tutte le dorme d’amore che Fromm identifica in premura, responsabilità, rispetto, conoscenza. La conoscenza è pro-fonda. «L’amore è l’unico mezzo per conoscere, poiché nell’atto dell’unione è la risposta alla mia domanda.

Nell’altro essere trovo me stesso, scopro me stesso, scopro tutti e due, scopro l’uomo… La forma religiosa di amore, che è chiamata l’amore per Dio, psicologicamente non è diversa. Nasce dal bisogno di superare la separazione e di raggiungere l’unione. Infatti, l’a-more per Dio ha altrettante qualità ed aspetti dell’amore per l’uomo e, fino a un certo limite, vi troviamo le stesse differenze» (FROMM, op. cit., pp. 39, 66-67).

 Giorgio Nadali

www.giorgionadali.it

Tratto da:

Giorgio Nadali – Sessualità, Religioni e Sette. Amore e Sesso nei Culti mondiali, Roma, Armando Editore, 1999 

Robert J. Sternberg, Michael L. Barnes (a cura di) – La psicologia dell’amore, Milano, Bompiani, 1990

Pubblicato su “Affari Italiani” del 18.02.2010  http://www.affaritaliani.it/culturaspettacoli/amore_scienza170210.html

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