Sauna, un fenomeno di costume?


di Giorgio Nadali
 
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E’ caldissima. Finlandese. I più resistenti durano con lei al massimo un quarto d’ora. Insomma, è la sauna. Rilassa. Elimina tossine. Fa bene. Ma prima di girare la clessidra della cabina, alcuni si chiedono: “cosa mi metto?”. O meglio: “cosa mi tolgo?”. Eh sì, perché per qualcuno, anzi troppi, la stragrande maggioranza degli italiani, me escluso, in sauna ad entrarci nudi integrali con un asciugamano – in pratica, come va fatta – proprio no! Piuttosto non hanno pudore a tradire la moglie, a bestemmiare, a passare con il rosso o ad evadere il fisco, ma di fare una sauna lasciando traspirare il proprio corpicino come mamma l’ha fatto, no! E se ci fosse un maniaco? E se la gente andasse in sauna perché non ha altre occasioni di veder uomini o donne nudi? Meglio non fidarsi no? E così troppi entrano con il costume da bagno, anche perché il costume da sauna non l’hanno ancora inventato. Praticamente il geniale gesto equivale a fare la doccia vestiti. E poi ci sono loro. I centri benessere italiani. Dovrebbero sì occuparsi della tua salute, ma incredibilmente ti invitano ad accedere alle loro saune in costume non adamitico. Ma bravi! Peccato che a novanta gradi centigradi di temperatura e quindici per cento di umidità, la lycra dei costumi da bagno rilascia sostanze tossiche, dato che non sono fatti per quelle temperature da forno. E tu che vai per liberarti dalle tossine, ne esci con un corredo accresciuto. Senza contare le irritazioni e tutte le disastrose conseguenze di una pelle che proprio nelle zone più intime soffoca, senza traspirare ad una tortura di novanta gradi in aria secca. Passi lo scarso igiene per gli altri di chi introduce in sauna qualcosa che è fatto per una piscina. Ma si sa, noi italiani siamo un popolo di poeti, di navigatori e di falsi pudori. Non un tedesco o un nordico che entri in sauna col costume! In Alto Adige nei centri pubblici di benessere come in quello di Ortisei, un cartello all’ingresso in tedesco, inglese, russo e addirittura in italiano, vieta l’uso del costume da bagno in sauna. E se proprio non te la senti di mostrare la tua scarsa virilità (che non è un fatto solo fisico) in sauna non entrare! E se una donna ha il pudore, o meglio, la vergogna a lasciare fuori della cabina di legno di pino il bikini o peggio, il costume intero, si astenga. Eppure in Alto Adige tutti facevano la sauna come Dio comanda. Ah già, ma là é Italia solo sulla carta.
 
Giorgio Nadali
 
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La croce cristiana sulla bandiera italiana


di Giorgio Nadali

La croce è molto di più di un simbolo religioso. E’ il simbolo della cultura occidentale. Il cristianesimo ha fondato la storia di tutti gli stati dell’Occidente. Un simbolo di unità, non di divisione. In Italia è presente in tutti i luoghi statali. Tribunali, carceri, ospedali, stazioni di pubblica sicurezza. Anche a scuola il crocefisso ricorda la cultura nazionale. Cultura, religione, società e storia non possono essere separati in nessun Paese del mondo. Già un sociologo ateo se n’era accorto. Emile Durkheim diceva: ““Non esiste una società conosciuta, senza religione. La religione ha dato tutto ciò che è essenziale allo sviluppo della società”. Ma anche Frèderic Le Play: “I popoli vivono delle loro credenze e muoiono delle loro incredulità”. Multe di 150 euro decise da un sindaco leghista per i presidi che non affiggono il crocifisso nelle aule. I dirigenti scolastici avranno 7 giorni di tempo per “rimediare”. L’ordinanza è stata firmata in Lombardia dal primo cittadino di Besana Brianza, Vittorio Gatti.

Questi sono i 25 Stati hanno il simbolo cristiano della croce sulla loro bandiera nazionale.

Australia, Città del Vaticano, Danimarca, Dominica, Figi, Finlandia, Georgia, Grecia, Isola Anguilla, Isola Bouvet, Isole Cocos, Isole Cook, Isola Falkland, Isole Faroe, Islanda, Malta, Norvegia, Nuova Zelanda, Regno Unito, Repubblica Dominicana, Slovacchia, Svezia, Svizzera, Tonga, Tuvalu. Inoltre Andorra ha sulla sua bandiera uno stemma con la tiara del vescovo e il bastone pastorale.

Per cui la proposta della Lega di apporre la croce, il simbolo della nostra cultura nazionale sulla bandiera nazionale italiana è perfettamente in linea con la scelta operata già da parecchi anni di 25 stati cristiani che hanno scelto di mostrarla come parte intergrante del loro vessillo.  

La croce è dappertutto. Solo l’ignoranza no lo sa. Un esempio? La croce di San Giorgio (rossa su fondo bianco) è una delle due croci presenti sulla bandiera nazionale del Regno Unito – insieme a quella di Sant’Andrea – ed è parte anche del vessillo di Grecia, Georgia, Nuovo Galles del Sud e di due regioni italiane – Liguria e Sardegna. La croce è presente sullo stemma di 25 grandi città mondiali, di cui 17 italiane tra cui Milano, Mantova, Padova, Genova, Reggio Emilia. La croce di San Giorgio è anche sullo stemma di 9 società calcistiche italiane tra cui Milan, Genoa, Parma, Bologna, Novara e Sampdoria. L’immagine di San Giorgio a cavallo che uccide il  drago è presente su un totale di 135 stemmi di città e stati.  Inoltre è presente sullo stemma delle Forze armate russe, del Procuratore generale della Russia e dell’Arma di Cavalleria dell’Esercito Italiano. La croce greca è presente su tutte le autoambulanze dei Paesi occidentali…

Il rischio Eurabia è reale.  Eurabia è una teoria geopolitica che si riferisce ad un ipotetico scenario futuro in cui l’Europa, a causa della continua massiccia immigrazione islamica e dello scarso tasso di natalità delle popolazioni europee autoctone rispetto a quello degli immigrati arabo-islamici, finirebbe con lo snaturare nel giro di qualche decennio la propria identità, mettendo allo stesso tempo a rischio le proprie libertà civili (in particolare quella d’espressione) oltreché la laicità dei vari Stati. Viene infatti prospettato il rischio che i musulmani, una volta divenuti “massa critica”, possano pretendere l’inserimento nei vari ordinamenti giuridici nazionali di norme provenienti dalla Shar’ia – la legge islamica. L’identità nazionale si difende anche con i simboli della cultura cristiana. Quella che ha fondato l’Occidente. La stessa dei Padri della Patria che hanno voluto la nostra Costituzione e la nostra bandiera. 

E nella storia della bandira nazionale la croce c’è già stata. Bandiera Sensiglia del [15º Reggimento di Linea Messapia] del Regno delle Due Sicile, il Tricolore reca al centro la Croce del Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio (dal 25 giugno 1860 al novembre 1860). I colori della bandiera italiana derivano da quelli in uso a Milano al momento dell’invasione napoleonica. La bandiera bianca con croce rossa, vessillo della città, ha origine ancor prima delle Crociate e rappresenta l’autonomia comunale. Sull’onda della centralità economica e del prestigio politico di Milano, fu rapidamente adottata da numerose altre città del Nord, tra cui Genova la quale, potenza marinara, la diffuse anche in Europa, e in particolare in Inghilterra.

La Svizzera ha giustamente  detto no ai minareti anche per difendere la croce che dal 1918 è sulla sua bandiera, l’unica quadrata assieme a quella del Vaticano. Non si tratta di negare luoghi di culto agli immigrati. Si tratta di difendere e rivendicare un’identità, senza la quale non può esserci nemmeno accoglienza.

Giorgio Nadali

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Pubblicato su “Affari Italiani” del 01.12.2009  http://www.affaritaliani.it/cronache/la_croce_cristiana_sulla_bandiera_italiana11209.html

Pubblicato su “L’Opinionista” del 10.12.2009  http://www.lopinionista.it/notizia.php?id=346

Laicita’ e laicismo nello Stato


tribunale

di Giorgio Nadali

Nel mondo ci sono 194 nazioni. 187 laiche e 7 teocratiche (tutte islamiche). Nessun stato laicista. Alcuni governi “atei”. Nessun popolo ateo.  Tutte e 194 le nazioni hanno una cultura e una storia fondata su una religione. 48 hanno un simbolo religioso sulla bandiera nazionale. Croce:  25, Crescente:  11, Yin-Yang:  1  (Corea del Sud), Tiara e Chiavi S. Pietro:  1 (Città del Vaticano), Charka:  1 (India), Tempio di Angkor Wat:   1  (Cambogia), Allah Akbar (“Dio è grande”):   2  (Iran, Iraq), Shahadah (Professione di fede islamica):   1 (Arabia Saudita), Dragone:  1  (Bhutan) , Hiinomaru: 1 (Giappone), Stella con versetti del Corano: 1 (Giordania), Stella di Davide: 1 (Israele), Andorra  (Tiara  del  vescovo e bastone pastorale sullo stemma). Totale: 48 (su 194 Bandiere Nazionali: 24,74%) Circa un quarto degli Stati mondiali.

Non basta? Attualmente il calcolo degli anni è tutta su base religiosa. Cioè partono tutti da un fatto storico di una religione  Il più diffuso è l’anno cristiano ma esisto no diversi altri anni, islamico, ebraico, buddhista, induista, ecc. Inoltre i Paesi occidentali usano il calendario inventato da un papa italiano: Gregorio XII – Ugo Boncompagni (1582). Non esistono ambulanze senza il simbolo della croce nei Paesi cristiani, della mezzaluna islamica in quelli musulmani e della stella di Davide in Israele. Stato (laico) che ha una grande Menorah ebraico davanti al Parlamento israeliano a Gerusalemme. L’Italia osserva la domenica cristiana più altre sei festività cattoliche come giorno festivo per tutta la Nazione.   

.  Nel  Cerimoniale della Repubblica Italiana, il posto di un Cardinale: Art. 8 (Rango delle cariche europee e straniere). 3. “I Cardinali della Chiesa Cattolica e i Principi ereditari di Case regnanti hanno rango immediatamente seguente a quello del Presidente della Repubblica. Essi, tuttavia, non possono presiedere la cerimonia alla quale prendono parte”.

 “La scienza senza la religione è zoppa. La religione senza la scienza è cieca”. Così diceva lo scienziato Albert Einstein. Non di questo avviso alcuni beceri fanatici laicisti, professori e studenti dell’università “La Sapienza” di Roma, che hanno protestato e quindi fatto annullare la visita di Papa Benedetto XVI all’Ateneo romano in occasione dell’apertura dell’anno accademico o quella mamma che si è sentita offesa da un crocifisso in classe. Meglio chiarire la differenza tra laicità e laicismo…

Laicità. Il termine laico deriva dal greco. “Laòs” è il popolo. “Laikòs” significa popolare. Oggi questo termine è diventato lo scudo di una certa “cultura” che vorrebbe mettere la religione e le sue tradizioni da una parte e il vivere democratico e civile dall’altra. Ma è questa la laicità? Si rivendica una libertà di coscienza del cittadino, che deve sentirsi a suo agio in uno stato che non impone alcuna visione religiosa, non avvalla alcuna regola morale, prende le distanze da tradizioni e costumi religiosi, quasi che la cultura di un popolo non ne fosse profondamente e immancabilmente intrisa. Mi piace citare un padre della moderna sociologia — Emile Durkheim, che scriveva: “Non esiste una società conosciuta, senza religione. La religione ha dato tutto ciò che è essenziale allo sviluppo della società”. Ma anche Frèderic Le Play: “I popoli vivono delle loro credenze e muoiono delle loro incredulità”.
Cos’è la laicità? Esiste un corretto rapporto tra cultura religiosa di un popolo e laicità di uno stato? Non esistono popoli atei. Non esistono popoli senza una tradizione religiosa. Esistono oggi solo alcuni stati in cui la legge religiosa equivale quella civile. Le teocrazie. In tutti glia altri paesi, le leggi fondamentali sono state scritte basandosi anche sulla cultura religiosa di maggioranza in quello stato. Non sarebbe stata pensabile la carta costituzionale italiana, astrusa dalla cultura cattolica. Semplicemente perché la grande maggioranza dei cittadini si riconosce nei valori cristiani. Perché la storia dell’Occidente è stata in larga parte influenzata dal Cristianesimo. Perché la dimensione religiosa è una parte fondamentale della storia degli individui e dei popoli. Con buona pace di chi vorrebbe rivendicare la laicità come arma di difesa alla crisi della coscienza e al suo rancore verso la religione.
In un certo senso il contrasto nasce dal fatto che, com’è giusto che sia, esistono stati laici, ma non esistono popoli laici. Esiste una minoranza di cittadini non religiosi (o di altre religioni) che deve sentirsi a proprio agio in uno stato democratico, ma sempre in un paese che trova il suo collante anche e forse soprattutto nelle tradizioni e nella cultura religiosa della sua storia. Non è un caso che su più di sei miliardi di individui nel mondo oggi stime attendibili parlino di qualche centinaio di milioni di atei o agnostici, ben al di sotto del quindici per cento dell’umanità.

Un vero laico non è quindi un oppositore della religione, né si sente minacciato dalla naturale e inevitabile religiosità del suo popolo. La vera laicità non è opposta alla cultura religiosa. Uno stato laico deve tenere conto della sua tradizione religiosa. Non potrebbe fare altrimenti. Della cultura religiosa è pieno il suo tessuto sociale e storico.

Chiariamo un malinteso. Stato laico non vuol dire stato ateo e nemmeno stato antireligioso. Distingue semplicemente potere politico da autorità religiosa. Ma è profondamente radicato nella cultura religiosa che sostiene il suo tessuto sociale. Le sue tradizioni e la sua storia insomma. Nessuno stato al mondo è laicista. Alcuni governi sì, ma nessun popolo. Solo singole persone con gravi problemi psicologici, che odiano la religione. Gente che sputa nel piatto dove mangia e che approfitta delle feste cattoliche per fare vacanza.

Uno stato laico garantisce le libertà religiose. Ha una cultura religiosa che nasce dalla sua storia e nella quale si riconosce la quasi totalità dei suoi cittadini. Non è realistico pensare all’Italia come ad un Paese non cattolico. E’ impensabile guardare all’Occidente senza comprendere la storia del Cristianesimo. Uno stato laico non ha leggi basate sulla religione. Se così fosse, tutti i peccati, ad esempio, della morale cattolica, sarebbero automaticamente reati. Divorzio, adulterio, aborto, rapporti sessuali prematrimoniali non sono reati. Mentre tutti i reati sono anche peccato perché si oppongono alla visione morale, quella cattolica, che forma il tessuto culturale e sociale del nostro Paese. Certo. I valori laici e quelli cattolici possono convergere, ma è illusorio pensare che i “valori laici” in un Paese di cultura cattolica non abbiano nulla a che fare, anche a livello di formazione, con quest’ultima. In altre parole, il cattolicesimo ha generato anche valori che qualcuno ritiene “laici”. E così in qualsiasi altro paese al mondo, non essendoci, abbiamo già detto, società e popoli atei. Se il nostro Paese crede nel dialogo e nella tolleranza, lo deve alla cultura cattolica. Lo sarebbe nella stessa misura se fosse stato fondato in una cultura islamica fondamentalista, come in Arabia Saudita o in Iran?
Alla base delle diverse deviazioni dottrinali e pratiche del mondo attuale si può scoprire come un denominatore comune, che quasi esprima l’anima di tutto e rappresenti il principio ispiratore della complessa gamma degli atteggiamenti errati nel campo religioso e morale?

Noi pensiamo di sì e crediamo di individuare questo atteggiamento di fondo in quella diffusa mentalità attuale che va sotto il nome di “laicismo”. Non temiamo di affermare che questo è l’errore fondamentale, in cui sono contenuti in radice tutti gli altri, in una infinità di derivazioni e di sfumature.
E’ difficile dare una definizione del laicismo, poiché esso esprime uno stato d’animo complesso e presenta una multiforme varietà di posizioni. Tuttavia in esso è possibile identificare una linea costante, che potrebbe essere così definita: una tendenza o, meglio ancora, una mentalità di opposizione sistematica ed allarmistica verso ogni influsso che possa esercitare la religione in genere e la gerarchia cattolica in particolare sugli uomini, sulle loro attività ed istituzioni.

Ci troviamo, cioè, di fronte ad una concezione puramente naturalistica della vita dove i valori religiosi o sono esplicitamente rifiutati o vengono relegati nel chiuso recinto delle coscienze e nella mistica penombra dei templi, senza alcun diritto a penetrare ed influenzare la vita pubblica dell’uomo (la sua attività filosofica, giuridica, scientifica, artistica, economica, sociale, politica, ecc.).
Abbiamo, così, innanzitutto un laicismo che si identifica in pratica con l’ateismo. Esso nega Dio, si oppone apertamente ad ogni forma di religione, vanifica tutto nella sfera dell’immanenza umana. Il marxismo è precisamente su questa posizione né è il caso che ci diffondiamo ad illustrarlo.
Abbiamo, poi, un’espressione meno radicale, ma più comune, di laicismo, che ammette Dio e il fatto religioso, ma rifiuta di accettare l’ordine soprannaturale come realtà viva ed operante nella storia umana. Nell’edificazione della città terrestre intende prescindere completamente dai dettami della rivelazione cristiana, nega alla Chiesa una superiore missione spirituale orientatrice, illuminatrice, vivificatrice nell’ordine temporale.
Le credenze religiose sono, secondo questo laicismo, un fatto di natura esclusivamente privata; per la vita pubblica non esisterebbe che l’uomo nella sua condizione puramente naturale, totalmente disancorato da un qualsiasi rapporto con un ordine soprannaturale di verità e di moralità. Il credente è perciò libero di professare nella sua vita privata le idee che crede. Se, però, la sua fede religiosa, uscendo dall’ambito della pratica individuale, tenta di tradursi in azione concreta e coerente per informare ai dettami del Vangelo anche la sua vita pubblica e sociale, allora si grida allo scandalo come se ciò costituisse una inammissibile pretesa.
Alla Chiesa si riconosce, tutt’al più, un potere indipendente e sovrano nello svolgimento della sua attività specificamente religiosa avente uno scopo immediatamente soprannaturale (atti di culto, amministrazione dei sacramenti, predicazione della dottrina rivelata, ecc.). Ma si contesta ad essa ogni diritto di intervenire nella vita pubblica dell’uomo poiché questa goderebbe di una piena autonomia giuridica e morale, né potrebbe accettare dipendenza alcuna o anche solo ispirazione da esterne dottrine religiose.

Praticamente si nega o si prescinde dal fatto storico della rivelazione; si misconosce la natura e la missione salvifica della Chiesa; si tenta di frantumare l’unità di vita del cristiano, nel quale è assurdo voler scindere la vita privata da quella pubblica; si abbandona la determinazione della verità e dell’errore, del bene e del male all’arbitrio del singolo o delle collettività, aprendo così la strada a tutte le aberrazioni individuali e sociali, di cui – purtroppo – i nostri ultimi decenni hanno offerto testimonianze atroci.
Come si vede, il fenomeno laicista affonda le sue radici in un contrasto sostanziale di principi. Non si esaurisce nel fatto politico contingente, anche se preferisce sviluppare soprattutto su questo terreno la sua quotidiana polemica contro la Chiesa. Nella sua accezione più conseguente, esso è una concezione della vita che è agli antipodi di quella cristiana.

Una sottile corrosione dell’anima cattolica del paese Il pericolo insito in questo errore è oggi accentuato da due fatti. Innanzi tutto il laicismo, nell’odierna situazione italiana, evita generalmente gli atteggiamenti plateali e massicci del vecchio anticlericalismo ottocentesco. IL più scaltrito, più duttile, più lucido ed aggiornato alle tecniche del tempo. Più che aggredire direttamente preferisce l’insinuazione perfida e la critica sottile, più che la discussione diretta preferisce la battuta di spirito e lo scherno, più che l’attacco alle idee preferisce l’utilizzazione delle debolezze degli uomini, più che le spettacolari chiassate di piazza preferisce l’orpello d’una certa severità culturale.
Anche quando attacca la Chiesa si sforza di ammantarsi di nobili motivi: vorrebbe svincolarla da ogni “compromissione” temporale, purificarla da ogni “contaminazione” mondana e politica, metterla al passo dei tempi e svecchiare le sue interne strutture, affinché, libera e ringiovanita, possa tornare ad esercitare il suo sovrano ministero spirituale sulle anime.
A questo s’aggiunge un altro fattore importante: il laicismo sfugge a posizioni dottrinali precise. Come tutti gli errori di oggi preferisce l’indeterminatezza e la vaporosità degli atteggiamenti. Fa leva soprattutto su impressioni, su sentimenti e risentimenti, su stati d’animo. Ciò è dovuto a volte alla superficialità delle sue idee, ma spesso obbedisce ad un preciso calcolo. Ama giocare sull’equivoco per raggiungere i propri scopi senza suscitare eccessive reazioni, soprattutto in quella parte dell’opinione pubblica ancora legata – in qualche modo – alla religione e alla morale cristiana. Si mimetizza per operare indisturbato in modo da creare gradualmente un clima di pensiero e di vita disancorato da ogni riferimento soprannaturale ed aperto a tutte le avventure intellettuali e morali.
Questi fatti rendono l’insidia molto più grave, perché, sotto l’apparente rispetto per la fede religiosa del popolo, può essere gradualmente e insensibilmente consumata un’opera di sistematica corrosione dell’anima cattolica del paese.

Le manifestazioni più ricorrenti

Che alla base dell’odierno atteggiamento laicista vi sia un profondo contrasto di natura religiosa, lo dimostra anche uno sguardo – sia pure sommario – dato alle più recenti manifestazioni di esso, le quali possono essere così sommariamente delineate:
a) critiche astiose, anche se talvolta espresse in forma di apparente rispetto, per ogni intervento del magistero ecclesiastico, ogni qualvolta esso, dal piano dei principi, scende alle applicazioni pratiche; allarme e rifiuto dell’intervento della Chiesa e della sua gerarchia perfino in fatto di pubblica moralità;
b)insofferenza e diffidenza, se non aperta ostilità, verso tutto ciò che è espressione del pensiero e della vita dei cattolici nel paese, verso tutto ciò che indica una loro presenza ed influenza nei diversi settori della vita pubblica;
c) compiaciuta pubblicità data ad episodi di immancabili deficienze e di presunti scandali nel clero e nel laicato cattolico organizzato; travisamento sistematico delle finalità che animano opere cattoliche di assistenza, di carità, di educazione, ecc.;
d) compiacente appoggio dato ad ogni tentativo tendente ad introdurre nella legislazione italiana il divorzio e ad attenuare le vigenti disposizioni a tutela delle leggi della vita;
e) isolati, ma chiari sforzi per rimettere in discussione il Concordato che pure fu accettato con quasi unanime riconoscimento nell’immediato dopoguerra ed inserito nella stessa Costituzione;
f) aspri attacchi contro la vera libertà della scuola non statale e continue accuse ai cattolici di voler sabotare la scuola statale; opposizione tenace ad ogni richiesta di contributi, da parte dello Stato, alla scuola non statale e taccia alla stessa di mancare di libertà e di non educare alla libertà, in quanto al cattolico sarebbe preclusa la libertà d’indagine necessaria per il progresso e la cultura;
g) scandalo e proteste per ogni partecipazione delle pubbliche autorità a manifestazioni religiose o ad atti di omaggio al vicario di Cristo, nel quale si vuol vedere soltanto il sovrano della Città del Vaticano, con cui trattare da pari a pari, pena l’umiliazione e l’abdicazione dello Stato alla sua dignità sovrana;
h) incapacità a comprendere nel loro pieno significato religioso gli interventi della Chiesa e della sua gerarchia, intesi ad orientare i cattolici nella vita pubblica, a richiamarli – nel momento attuale – al dovere dell’unità, e a metterli in guardia contro ideologie che, prima di essere aberrazioni politiche e sociali, sono autentiche eresie religiose. Gioverà ricordare le parole di Pio XI: “Ci sono dei momenti in cui noi, l’episcopato, il clero, i laici cattolici, sembra si occupino di politica. Ma, in realtà, non ci si occupa che della religione e degli interessi religiosi, finché si combatte per la libertà religiosa, per la santità della famiglia, per la santità della scuola, e per la santificazione dei giorni consacrati al Signore. Non è questo fare della politica… Allora è la politica che ha toccato la religione, che ha toccato l’altare. E noi difendiamo l’altare” (Pio XI, Discorso del 19 settembre 1925).
Da questi brevi cenni risulta evidente la gravità degli errori diffusi sotto l’etichetta del laicismo.
La Chiesa non ha alcun interesse a riaprire antichi dissidi, né desidera che i cattolici si lascino trascinare su un campo di sterili polemiche, le quali servirebbero soltanto a disgregare la spirituale compagine delle nazioni e a distrarli dal duro, positivo impegno quotidiano di edificazione di una società più giusta e più capace di risolvere i problemi concreti ed urgenti della vita del nostro popolo.
Tuttavia non può restare indifferente di fronte a questi attacchi, che investono la sostanza della sua dottrina. Tradirebbe la sua missione e aprirebbe la strada a facili disorientamenti nelle anime ad essa affidate.

Giorgio Nadali

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Pubblicato su “L’Opinionista” del 02.12.2009   http://www.lopinionista.it/notizia.php?id=338

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