Sumo. Lo sport rituale shintoista


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di Giorgio Nadali

Lo Shintoismo è stato storicamente utilizzato come mezzo per esprimere il nazionalismo giapponese e l’identità etnica, in particolare prima della fine della seconda guerra mondiale. È servito per simboleggiare e fornire un senso di appartenenza, di identificare e unificare il popolo giapponese culturalmente, e di servire come una barriera che delimita il giapponese da altri popoli, fornendo loro un senso di unicità culturale. Nella sua associazione con lo Shintoismo, il sumo – la lotta sportiva giapponese – è stato anche visto come un baluardo della tradizione.
Lo Shintoismo pervade la vita giapponese in molti modi. Ad esempio, l’origine del Sumo, sport nazionale giapponese, può essere fatta risalire agli antichi rituali shintoisti per invocare un raccolto abbondante e per onorare i kami (gli déi). Il baldacchino sopra la pedana (dohyo) di combattimento del sumo ricorda un santuario shintoista, l’arbitro è vestito in abito molto simile a quello di un sacerdote shintoista, e il lancio di sale prima di un incontro serve per purificare spiritualmente la zona di combattimento. Prima del 1952, sopra l’area da combattimento vi erano delle colonne a rappresentare quelle di un tempio shintoista. Ora vi sono quattro pendagli colorati che rappreseno i Si Ling dei punti cardinali: Verde – Drago azzurro dell’Est, Rosso – Uccello vermiglio del Sud, Bianco – Tigre bianca dell’Ovest e Nero – Tartaruga nera del Nord.
Il rito shintoista pervade ogni aspetto del sumo. Prima di un torneo, due gyoji agiscono come sacerdoti shintoisti mettendo in scena un rituale per consacrare la nuova zona di combattimento del sumo, detta dohyo, e vari rituali shintoisti vengono celebrati nel quartier generale e luogo di allenamento di una società di sumo, la sumō-heya. Sia la dohyo-iri, la cerimonia di entrata nella zona di combattimento celebrata dalle prime due squadre prima dell’inizio della loro giornata di competizione, sia i rituali celebrati da entrambi i combattenti immediatamente prima di un incontro, derivano dallo Shintoismo.
La cerimonia che lo yokozuna (il combattente – rikishi – di massimo grado nel sumo) celebra per entrare nell’area circolare della competizione è considerata un rituale di purificazione a sé stante, e talvolta viene eseguita nei santuari shintoisti per questo scopo. Ogni yokozuna neopromosso compie la sua prima cerimonia di entrata nell’area di competizione, presso il santuario shintoista Meiji di Tokyo. La tsuna è il grosso cordone di canapa che lo yokozuna indossa e dalal quale prende il nome del suo rango. La canapa è associata all’idea di purezza, con la capacità di allontanare gli spiriti cattivi. Il cordone pesa circa 15 chili ed è molto più spessa davanti rispetto all’annodatura sul fondoschiena del lottatore. Cinque shide, strisce di carta a zig-zag che simboleggiano i fulmini, sono appese sul davanti al kesho-mawashi (gonnellino) del lottatore. Ricordano le shimenawa usate per delimitare le aree sacre shintoiste.
La prove dell’associazione del sumo con lo shintoismo vanno oltre il mondo reale, come ad esempio le storie di kami (déi) in lotta per le terre del Giappone, caratteristica della mitologia giapponese. Prima di diventare uno sport professionistico nel periodo Tokugawa, il sumo veniva originariamente praticato sull’area di un santuario o di un tempio. L’attuale dohyo è ancora considerato sacro, in onore del tempo in cui le partite si svolgevano sul terreno sacro dei santuari e dei templi. Il tetto sopra il dohyo è chiamato yakata e in origine rappresentava il cielo con lo scopo di sottolineare la natura sacra del dohyo, che simboleggia la terra. Il giorno prima dell’inizio di ogni torneo, si svolgeva il dohyo-matsuri, una cerimonia di benedizione dell’area da competizione, eseguita da funzionari del sumo chiamati gyoji. I gyoji sono gli arbitri sul dohyo, che giudicano ogni incontro di sumo. I loro elaborati costumi colorati si basano su vesti cerimoniali di corte del periodo Heian (794-1185 d.C.).
Anche i loro cappelli neri sono copie esatte dei cappelli indossati dai sacerdoti shintoisti raffigurati in varie stampe d’arte Heian. Vestiti con la tunica bianca di un sacerdote shintoista i gyoji purificano e benedicono il dohyo in una solenne cerimonia durante la quale sale, konbu (fuco), surume (calamari secchi) e castagne vengono sotterrate nel centro del dohyo. Funzionari di gioco e ospiti bevono sake, la bevanda alcolica tradizionale giapponese, offerta a ciascuno. Il sake avanzato viene versato sopra il confine di paglia del dohyo, come offerta agli déi. Lo scopo del dohyo-matsuri è per placare i kami e chiedere la loro protezione dei rikishi, i lottatori di sumo che parteciperanno alla prossimo incontro. Il dohyo-iri è una breve cerimonia in cui rikishi vengono presentati al pubblico poco prima dell’inizio di ogni torneo. Quando i loro nomi vengono chiamati, i partecipanti all’incontro salgono sul dohyo, girano intorno al bordo col volto verso il pubblico. Dopo che l’ultimo partecipante è stato presentato, i partecipanti si girano verso l’interno dell’area di competizione e battono le mani, alzano una mano, sollevano leggermente i grembiuli cerimoniali chiamati kesho-mawashi, e alzano le mani, per poi proseguire il giro intorno all’area da competizione. Il rituale dell’applauso è un importante elemento dello Shintoismo e simboleggia l’applauso nei santuari shintoisti che ogni fedele compie per attirare l’attenzione degli déi.

Giorgio Nadali

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Aprile. Noi cristiani festeggiamo la Risurrezione e la Vita e gli shintoisti il…


di Giorgio Nadali

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Quest’anno la Festa civile della Liberazione

cade il giorno dopo la Festa cristiana della Libeazione

(dal peccato e dalla morte),  e della Vita – la Santa Pasqua.

https://giorgionadali.wordpress.com/2011/03/31/i-segreti-della-santa-pasqua/

Ma in Giappone festeggiano altro…

Il Kanamara Matsuri  “Festival del fallo d’acciaio”
è un annuale festival della
fertilità Shinto che si svolge a
Kawasaki, in Giappone in primavera, nel santuario Wakamiya Hachimangu, meglio conosciuto
come “Kanamara Jinjya.

Il pene è il tema centrale della manifestazione che
si riflette ovunque,
nelle illustrazioni, caramelle, verdure
scolpite, decorazioni e una parata mikoshi.

Il Kanamara Matsuri
è incentrata attorno
a un santuario locale della
venerazione del  pene un tempo molto popolare tra le prostitute che vi
si recavano a pregare per la
protezione contro le malattie sessualmente
trasmesse. Gli shintoisti ritengono che in questo luogo si ottengano protezioni divine anche
per gli affari e la prosperità del clan, un parto senza problemi, il matrimonio e l’armonia coppia di
sposi. La leggenda vuole che nella città di Kawasaki vi era una ragazza
posseduta da un demone, che si era infilato nella sua vagina. Esso mordeva il
pene dei giovani che provavano a possederla, castrandoli. Ma un bel giorno un
fabbro ebbe un’idea: costruì un grosso fallo d’acciaio, con cui penetrò la
giovane, riuscendo finalmente a sconfiggere lo spirito maligno.

A ricordo di questa impresa fu costruito un tempio shintoista, in cui era
venerato proprio il fallo di metallo.  Presso
il santuario, ogni primavera, viene celebrato il festival detto Kanamara
Matsuri, la cui data varia di anno in anno, ma di solito cade la domenica. Il
matsuri ha le sue radici nell’epoca Edo (1603-1867), quando le prostitute
usavano recarsi al tempio per pregare sia per l’incremento dei loro guadagni,
sia per prevenire le malattie veneree come la sifilide, che all’epoca era molto
temuta. Oggi il principale motivo del festival è pregare per il concepimento di
un figlio, mentre la preoccupazione per la sifilide è stata sostituita da
quella per l’AIDS, e la festività diventa anche spunto per campagne di
prevenzione e raccolta fondi.

Giorgio Nadali

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