I segreti della Santa Pasqua


di Giorgio Nadali

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Pasqua ebraica 2015 – 5 aprile (14 nisan 5775)

Il termine Pesach appare nella
Torah”. Dio annuncia al popolo di Israele, schiavo in Egitto, che lui lo
libererà, egli dice: “In questa notte io passerò attraverso l’Egitto e
colpirò a morte ogni primogenito egiziano, sia fra le genti che tra il
bestiame”

Prima dell’inizio della
festività gli ebrei eliminano da casa ogni minima traccia di lievito e
qualsiasi cibo che ne contenga (questo viene indicato con il termine chametz).
Questa tradizione viene chiamata “bedikat chametz”. Durante tutto il
periodo della festività non viene consumato cibo lievitato sostituendo il pane,
la pasta e i dolci con le “matzot” ed altri cibi appositamente
preparati.

I 15 comandamenti (miztvòt)  ebraici della
Pasqua

406-56P – Si mangi l’agnello pasquale durante
la notte stessa. – Es. 12:8

407-57P – Si macelli il secondo sacrificio di
Pesach nel 14 di Iyar. – Num. 9:2-11

408-58P – Si mangi l’agnello di Pesach con
pane azimo e erbe amare nella notte del 15 di Nisan. – Es. 12:8

409-116N – Non lasciare nulla del sacrificio
di Pesach sino alla mattina successiva. – Num. 9:11

410-125N – Non mangiare il pasto di Pesach
crudo o bollito. – Es. 12:9

411-123N – Non consumare il cibo pasquale al
di fuori dei confini della tua casa. – Es. 12:46

412-128N – L’apostata non mangi il pasto di
Pesach. – Es. 12:43

413-126N – Il lavoratore non ebreo assunto
permanentemente o stagionale non ne mangi. – Es. 12:45

414-127N – Il maschio non circonciso non ne
mangi. – Es. 12:48

415-121N – Non rompere alcun osso del
sacrificio di Pesach. – Es. 12:46

416-122N – Non rompere alcun osso neppure dal
secondo sacrificio di Pesach. – Num. 9:12

417-117N – Non lasciare avanzi del pasto di
Pesach sino alla mattina successiva. – Es. 12:10

418-119N – Non lasciare avanzi del pasto di
Pesach shenì (seconda occasione pasquale, a un mese lunare dalla prima) sino
alla mattina successiva. – Num. 9:12

419-118N – Non lasciare nulla delle offerte
festive del giorno 14 sino al giorno 16 (Nisan) – Deut. 16:4

420-53P – Visita il Tempio a Pesach, Shavuot e
Sukot. – Deut. 16:16

La Pesach è una festività felice che viene
solitamente trascorsa in famiglia. La prima notte, in particolare è la più
importante. Durante le prime due sere si usa consumare la cena seguendo un
ordine particolare di cibi e preghiere che prende il nome di seder, parola che
in ebraico significa per l’appunto ordine. Durante il quale si narra l’intera
storia del conflitto con il faraone , delle 10 piaghe e della fuga finale
seguendo il racconto della Haggadah di Pesach. Tradizionalmente è il bimbo più
piccolo della casa che chiede all’uomo più vecchio di raccontare cosa successe
allora, con una semplice domanda.

L’Afikomen
nascosto

Durante il seder vengono utilizzate
3 matzot che vengono tenute coperte da un panno. All’inizio della cena viene
spezzata in due pezzi quella di mezzo; il pezzo più piccolo viene rimesso tra
le due rimanenti, mentre il pezzo più grande viene utilizzato come Afikomen, (
l’ultimo pezzo di matzah che verrà consumata durante il pasto). Vi sono due
usanze riguardo l’afikomen, entrambe con lo scopo di tenere i bambini attenti
allo svolgersi della cerimonia. In entrambi i casi l’afikomen viene nascosta:
nel primo caso da uno dei bambini per poi essere cercata dagli adulti: nel caso
questi non la trovassero, devono pagare il bimbo per la sua restituzione.
L’altra usanza prevede, invece, che a nascondere l’afikomen siano gli adulti e
venga premiato il bambino che la ritrova.

Durante la cerimonia, un piatto, detto piatto
del Seder è parte centrale della cena. Il piatto del seder è di solito
decorato, ed ha dipinti tutti i principali simboli di Pesach. Al centro sono
poste tre Matzot per ricordare la concitata e precipitosa fuga dall’Egitto.
Attorno, nell’ordine, vi sono il karpas, solitamente un gambo di sedano che
ricorda la corrispondenza della festività di Pesach con la primavera e la
mietitura che, in epoca antica, era essa stessa occasione di festeggiamento; un
piatto di maror o erbe amare che rappresenta la durezza della schiavitù; una
zampa arrostita di capretto chiamata zeru’a: rappresenta l’offerta dell’agnello
presso il Tempio di Gerusalemme in occasione di Pesach, Shavuot e Sukkot; un
uovo sodo beitza in ricordo del lutto per la distruzione del Tempio, e infine
una sorta di marmellata preparata con frutta secca, noccioline, e vino chiamato
“haroset” che rappresenta la malta usata dagli ebrei durante la
schiavitù per la costruzione delle città di Pit’om e Ramses. Alcuni, specie nell’uso
italiano, aggiungono una seconda insalata, più dolce, come la lattuga.

La lettura dell’Haggadah inizia con un
ricordo, un brano in lingua caldaica. I bambini chiedono al padre quale sia il
significato di Pesach. I quattro fratelli rappresentano quattro tipi di Ebreo.
Il figlio saggio rappresenta l’ebreo osservante. Il figlio malvagio rappresenta
invece l’ebreo che rifiuta la sua eredità e la sua religione. Il figlio
semplice si riconosce nell’ebreo completamente indifferente. Il giovane,
invece, colui che non conosce della propria cultura e tradizione a sufficienza
per poter prendere parte alla discussione.

Poco dopo, vi è il ricordo delle dieci piaghe
inflitte da Dio all’Egitto per indurre il Faraone a lasciare liberi gli Ebrei,
e un esempio di pilpul, o discussione talmudica, in cui nell’interpretazione
rabbinica, le piaghe da dieci diventano quaranta, poi cinquanta, poi
addirittura duecento. Più avanti, si ripete la promessa millenaria.

La
Seder pasquale

Nel corso del seder vi è obbligo di bere
quattro bicchieri di vino, e quindi è naturale che, oltre ad essere composto da
diversi brani cantati, termini di solito con canti tradizionali. Nella
tradizione italiana, i canti sono in italiano, e si ricordano Had gadià, la
storia del capretto resa famosa da Angelo Branduardi in forma ridotta con il
titolo La fiera dell’est, e il conteggio, cantato, da uno a tredici, dove uno è
ovviamente Dio, fino a tredici attributi divini, passando per due Tavole della
Legge, tre Patriarchi, Quattro Madri di Israele, cinque libri della Torah, sei
libri della Mishnah, sette giorni della settimana, otto giorni della
circoncisione, nove mesi di gravidanza, dieci Comandamenti, undici
costellazioni e dodici tribù.

Pasqua cristiana 2015 – 5 aprile

I segreti della crocifissione e della croce

Purtroppo la crocifissione
esiste ancora. La più dolorosa tortura con pena di morte mi esistita. Amnesty
International ha denunciato 88 crocifissioni nel 2002 nella regione del Darfur,
in Sudan. «Il 13 agosto i ribelli sono entrati nella chiesa della mia
parroc¬chia ed hanno preso tante per¬sone in ostaggio. Mentre fug-givano nella
foresta, ne han¬no uccise sette: li hanno croci¬fissi agli alberi» – Così ha
dichiarato al Corriere della Sera il 16 ottobre 2009 Monsignor Hiiboro Kussala,
vescovo del¬la diocesi di Tombura Yam¬bio, nel Sud del Sudan. Anche i nazisti
usavano questa tortura nei campi di concentramento. La crocifissione era
conosciuta anche in Giappone. Il 2 febbraio del 1597 il famoso samurai Toyotomi
Hideyoshi ordinò la crocifissione di 6 giapponesi convertiti al Cristianesimo e
di 20 frati francescani. Portati da Kyoto e Osaka a Nagasaki per subire lo
stesso martirio di Cristo. Una chiesa sulle colline Nishizaka di Nagasaki
ricorda nei suoi mosaici i primi martiri cristiani in Giappone.

Il braccio orizzontale della
croce è il patibulum. Si suppone che Gesù Cristo abbia portato sulle spalle
solo il trave orizzontale del peso di 45 chili. Il braccio verticale era già
sul posto e si chiamava stipes. Inoltre è probabile che Cristo sia stato crocifisso
nei polsi, non nei palmi delle mani. Sono state ritrovate rarissime ossa di
persone crocifisse. Di solito i chiodo venivano riciclati e non rimaneva nulla
delle tracce del supplizio. Una reliquia del legno della Santa Croce è ospitata
nella cripta del Santuario di Maria Ausiliatrice a Torino. Le ossa più note di
una persona crocifissa sono di Johanan ben Ha-galgol, con un chiodo conficcato
nel tallone. Caso raro, lui fu ritrovato in un sarcofago nel giugno 1968 a
Giv’at ha-Mivtar a nordest di Gerusalemme (Israele). Un altro osso di Johanan
ben Ha-galgol dimostra che la crocifissione avveniva nel polso.

I chiodi erano lunghi 10 cm e larghi 1 cm alla
capocchia. I tre chiodi (due per le mani e uno per i piedi inchiodati insieme),
trovati ancora attaccati alla croce, sarebbero stati portati da Elena al figlio
Costantino: secondo la leggenda uno di essi venne montato sul suo elmo da
battaglia, da un altro invece fu ricavato un morso per il suo cavallo. Il terzo
chiodo, secondo la tradizione, è conservato nella chiesa di Santa Croce in
Gerusalemme a Roma. Il “Sacro Morso” invece, si trova nel Duomo di
Milano (inserito in una grande croce di rame dorato sopra il catino absidale,
ad un’altezza di 40 metri), dove il 14 settembre viene prelevato con un ascensore
a 4 posti con baldacchino rosso del 1600 a forma di nuvola con angeli
(“nivola”) dall’arcivescovo e portato in processione. Del chiodo montato
sull’elmo si sono perse le tracce; secondo una tradizione si trova oggi nella
Corona Ferrea, conservata nel Duomo di Monza. Vi è anche un quarto chiodo,
dalla tradizione più dubbia, che si troverebbe nella cattedrale di Colle Val
d’Elsa (SI).  (Cf. Giorgio Nadali –
“I monaci sugli alberi. E centinaia di altre cose curiose su Dio, la
Bibbia, il Vaticano”, Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo, 2010).

La
Pasqua cristiana

Uova
sacre

Un’antica leggenda legata a
Simone il Cireneo, l’uomo forzato a portare la croce di Cristo sulla strada
verso il Calvario (Mc 15,21), vuole che fosse un mercante di uova. Alla
risurrezione di Cristo, Simone trovò tutte le sue uova miracolosamente
colorate, in varie tinte.

Nel Cristianesimo ortodosso le
uova sono sacre – simbolo di risurrezione. La buccia rappresenta il sepolcro di
Gesù, mentre il bianco che è dentro l’uovo rappresenta la luce della
risurrezione, infatti il colore della Pasqua è quello della luce, e il bianco
dell’uovo è molto luminoso. La buccia rotta dell’uovo significa il sepolcro
aperto con l’uscita la luce della vita nella risurrezione, rappresentata
dall’albume, il bianco dell’uovo. Uova di legno sono dipinte come icone con
soggetti sacri e alcune sono molto preziose. Alcune hanno la scritta X B, che
in cirillico corrispondono alle lettere K e V – Christòs Vaskrìes, cioè “Cristo
è risorto”. Le più preziose sono le cinquantasette uova di Pasqua che sono
state realizzate per la corte dello zar di tutte le Russie ad opera del
gioelliere Peter Carl Fabergé fra il1885 ed il 1917, in oro, preziosi e
materiali pregiati, una per ciascun anno, all’approssimarsi della festività.
Fabergé ed i suoi orafi hanno progettato e costruito il primo uovo nel 1885.
L’uovo fu commissionato dallo zar Alessandro III di Russia, come sorpresa di
Pasqua per la moglie Maria Fyodorovna. L’uovo Fabergè del 1915 è chiamato uovo
con croce rossa e trittico, è stato regalato da Nicola II alla zarina Alexandra
Fyodorovna. E’ custodito al museo d’arte di Cleveland (USA). E’ sttao
realizzato in oro, argento, smalto e vetro.
La figura principale dipinta sull’uovo – alto 8,6 cm – È Gesù Cristo.
Dentro l’uovo, la scena centrale è la Discesa agli Inferi, la rappresentazione
Ortodossa della Risurrezione cioè Cristo che sveglia i morti dopo la
Risurrezione. Santa Olga, la fondatrice del Cristianesimo in Russia è
rappresentata sulla sinistra del trittico. La Santa martire Tatiana è sulla
destra. Le miniature interne sono state eseguite da Adrian Prachow
specializzato in icone. Il rimanenti due pannelli delle porte dele trittico
sono incisi col monogramma della corona dello zarina, e l’altro con l’anno
“1915.” Zar Nicholas, occupato in guerra no fu in grado di regalare
personalmente l’uovo allo zarina. Quello di maggior valore è l’uovo Birch del
valore di 3 milioni di dollari. E’ del 1917, custodito al museo nazionale russo
a Mosca.

Nelle chiese russo ortodosse viene
appeso un enorme uovo di legno laccato rosso al soffitto, durante la Pasqua e i
fedeli ricevono durante la messa delle uova sode dal prete. Altre uova sono
fatte benedire in chiesa nei giorni precedenti alla Pasqua, vengono colorate e
poi mangiate durante la festa. La pysanka ucraina è l’uovo decorato in casa.

Sulle uova un motivo spesso
presente è la chiesa. Le chiese stilizzate si possono trovare di frequente
sulle pysanky dell’Ucraina occidentale, specialmete nelle regioni di  Hutsul e Bukovyna; il disegno di un setaccio
disegnato all’interno simboleggia l’abilità della Chiesa di separare il bene
dal male.

Vi erano superstizioni per
quanto riguarda i colori e disegni sul pysanky. Un vecchio mito ucraino basato
sulla saggezza di regalare a persone anziane delel pysanky dipinte con colori
scuri e/o con ricchi elaborati, perché le lroro vite sono state già piene e
appaganti. Similmente è appropriato regalare a persone giovani delel pysanky
con predominanza di colore bianco perché la loro vita è ancora una pagina
bianca. Le ragazze donano spesso pysanky con disegni di cuori al loro
fidanzato. E’ stato detto tuttavia che un aragazza non dovrebbe mai donare al
suo ragazzo una pysanka senza un disegno in cima o in fondo all’uovo perché
questo significa che il fidanzato perderà i capelli.

Lo scopo di creare delle
pysanky era quello di trasmettere bontà dalal casa ai disegni e di scacciare il
male. Spiral e altri disegni vengono dpinti per intrappolare il male, e per
proteggere la famiglia e la casa da pericoli e mali.

Le croci sulle uova pysanky
sono molto comuni e la maggioranza di quelle dipinte non sono croci ortodosse.
Le croci più comunemente presenti sulle uova sono di tipo greco (con bracci di
uguale dimensione). Altri simboli religiosi adattatati sono il triangolo con un
cerchio in mezzo, l’occhio di Dio e uno noto come la “mano di Dio”.

Vi è anche un museo delle uova
pasquali pysanka. Costruito nel 2000 e aperto il 23 settembre dello stesso anno
a Kolomyia, cittadina dell’Ucraina occidentale. Precedentemente le uova del
museo erano ospitate in una chiesa della zona. Il museo espone oltre 10.000
uova pysanky. La parte centrale del museo è a forma di uovo pasquale ucraino
“pysanka”. E’ unico nel suo genere. Nel 2007 è stato eletto luogo simbolo
dell’Ucraina moderna.

Celebrazione

La celebrazione della Pasqua,
almeno sin dal Concilio di Nicea, non coincide esattamente con l’inizio della
celebrazione ebraica di Pesach. Secondo quanto si legge nel Vangelo di Giovanni
e da altri particolari della Passione, sembra che il giorno della morte di Gesù
sia corrisposto, per la maggioranza del popolo ebraico del tempo, a quello in
cui si immolava l’agnello e si celebrava (alla sera) il primo seder di Pesach,
e perciò al giorno ritenuto essere il 14 di Nissan. L’Ultima Cena consumata da
Gesù e dai suoi apostoli la sera del giorno precedente, secondo le modalità
proprie del seder di Pesach, la si comprende come una possibile anticipazione
del rito, propria di una parte del popolo ebraico del tempo (come ad esempio
gli esseni, per il cui calendario liturgico “solare” il 14 di Nissan
doveva cadere sempre di martedì) o come un’anticipazione voluta da Gesù stesso,
“non potendo celebrarla l’indomani se non nella sua persona sulla
croce” (Giuseppe Ricciotti). Inoltre in ambito cristiano, nella
celebrazione della Pasqua, si voleva dare maggiore risalto alla Risurrezione,
avvenuta il “primo giorno della settimana”, cioè la domenica
immediatamente successiva.

In lettere scambiate tra la Chiesa di Roma e
quelle d’Asia già nel II secolo, si rintraccia una disputa indicata come pasqua
quartodecimana. Le Chiese dell’Asia minore ritenevano che i cristiani dovessero
celebrare la Pasqua il 14 di Nissan in tono “penitenziale”,
ritenendola una tradizione risalente all’apostolo Giovanni, e dando così
maggiore risalto alla Passione e morte di Gesù. La Chiesa di Roma, invece,
aveva la tradizione di celebrare solennemente la Pasqua la domenica successiva
al 14 di Nissan, volendo in questo modo mettere maggiormente in risalto la
Risurrezione di Gesù.

Dalla “composizione” di questa
disputa prese origine l’attuale struttura del Triduo Pasquale.

La tradizione quartodecimana fu seguita da
alcune chiese fino a poco oltre il Concilio di Nicea, che stabilì il criterio
per la determinazione della data della Pasqua cristiana: essa doveva cadere la
domenica seguente il primo plenilunio successivo all’equinozio di primavera,
considerato corrispondente al giorno 21 di marzo. Il plenilunio non doveva
essere effettivamente osservato, ma individuato approssimativamente mediante il
calcolo dell’epatta, elaborato dal monaco Dionigi il Piccolo. In questo modo si
slegava la determinazione della data della Pasqua cristiana dalle osservazioni
dei fenomeni astronomici (effemeridi) e dalle regole del calendario lunisolare
ebraico, non ancora completamente fissate. Soltanto con Maimonide, infatti, si
stabilirono regole precise (ed indipendenti dall’osservazione dei fenomeni
astronomici) per quanto riguardava il ricorrere del capodanno, la durata dei
mesi e l’eventuale aggiunta del tredicesimo mese (we-adar)
“intercalare” all’anno ebraico (accorgimento necessario per
correggerne la differenza di durata rispetto all’anno tropico).

Anche la maggior parte dei
protestanti, con qualche differenza, celebra la Pasqua il giorno stabilito
seguendo le regole del Concilio di Nicea, invece di farla corrispondere al 14
di Nissan. Le Chiese ortodosse ed orientali celebrano tutte la Pasqua secondo
le regole stabilite a Nicea, anche se, non avendo aderito alla riforma
gregoriana del calendario e del metodo di calcolo dell’ epatta (epatta
“liliana”) (ad eccezione della Chiesa ortodossa finlandese), questa
finisce per cadere in giorni diversi da quello calcolato dai cattolici (di rito
latino) e protestanti.

In conseguenza delle regole stabilite a Nicea
(e della riforma “gregoriana” del calendario giuliano e dell’epatta)
insieme all’attuale forma del calendario ebraico (per opera di Maimonide), la
Pasqua cristiana cade circa nello stesso periodo di Pesach, sebbene venga fatta
coincidere sempre con la domenica. Nel caso in cui il primo plenilunio di
primavera (calcolato sempre approssimativamente con il metodo dell’epatta) cada
proprio di domenica, e che quindi, verosimilmente, coincida con il giorno 14 di
Nissan, la celebrazione della Pasqua cristiana (e “gregoriana”), allo
scopo di sottolineare il diverso significato, viene rimandata alla domenica
successiva.

Per la Chiesa Cattolica la Pasqua supera
Pesach per importanza poiché, se Pesach corrisponde al periodo della Passione e
morte di Cristo, la Pasqua ne ricorda la Risurrezione. Questa ricorrenza viene
infatti ricordata all’inizio del Triduo Pasquale cristiano, nella messa
“in coena Domini”, il giorno del giovedì santo, così come nella
lettura liturgica di brani del libro dell’esodo, in particolare quello della
cena con l’agnello immolato e del passaggio degli ebrei del mar Rosso,
obbligatoria nella celebrazione della Veglia Pasquale, la sera del sabato
santo.

Giorgio Nadali

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Giorgio Nadali “I monaci sugli alberi. E centinaia di altre cose curiose su Dio, la Bibbia,
il Vaticano”, Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo, 2010

Clandestini travestiti da profughi. Italia, il miglior rifugio per clandestini e terroristi


di Giorgio Nadali

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A qualcuno piace… clandestino. Non è molto chiara la differenza tra un profugo e un clandestino. Qualcuno – il Ministro dell’Interno Roberto Maroni – che aveva promesso di difendere l’Italia dall’invasione di clandestini e che sta seriamente mettendo in pericolo la sicurezza nazionale e gettando sul lastrico il turismo dell’Isola di Lampedusa. E’ scontato che di profughi non ce ne siano (o pochissimi) e che in mezzo all’invasione in corso (18.501 a oggi) – guarda caso tutti uomini con rare eccezioni – vi siano diversi male intenzionati. E quelli che non lo sono lo diventeranno presto, senza speranze e senza lavoro. Non c’è che dire. Complimenti! Certamente dovrà risponderne molto presto all’elettorato della Lega. Soprattutto se questi clandestini e terroristi arriveranno anche al Nord, come ha promesso. Cosa c’entrano i terroristi? E’ noto che il fondamentalismo terrorista ingrossi le sue fila attingendo proprio nelle sacche di povertà e disperazione.

I tunisini non sono profughi. In Tunisia non c’è la guerra. Non c’è una spaventosa crisi economica. C’è un nuovo governo democratico che non fa più nulla per arginare le partenze dei clandestini, che se ne approfittano spacciandosi – a torto – per profughi. Sanno benissimo di non esserlo, infatti nessuno chiederà asilo politico e una parte cercherà di raggiungere altri Paesi europei, dove una seria politica di immigrazione li respingerà immediatamente – da Zapatero alla Merkel – trasversalmente a tutti gli orientamenti politici. Clandestini che cavalcano l’onda approfittandosene di veri profughi e limitando le risorse che andrebbero a loro dedicate. Parassiti, insomma. C’è da scommetere che i dignitosi libici non faranno partenze in massa dal loro Paese. Si liberareranno presto dal loro infame dittatore e si  rimboccheranno le maniche. Bisogna essere stupidi o comunisti per non capire come stanno andando le cose. Nè gli uni nè gli altri meritano commenti.

Si è già sparsa la fama. In Italia conviene essere clandestini. Puoi anche lamentarti – come quel pakistano – se nel centro di accoglienza di Mineo (CT) non ti danno l’accesso a Internet. E’ di oggi la protesta esasperata dei cittadini di Lampedusa e il primo caso di criminalità sull’isola, da parte dei clandestini. Il primo… In arrivo anche il rischio di epidemie per la situazione igienica disastrosa venutasi a creare. Auguri per il turismo estivo…

Sta per esplodere un’enorme bomba di stupri, delinquenza, disagio e serio pericolo dovuto all’incapacità di chi ha tradito la promessa di difendere la sua gente.

Un blocco navale? Nemmeno a parlarne. Anzi, il Ministro Frattini ha anche promesso 2500 euro a ciascuno dei clandestini. Siamo alla follia, certo. Ma intanto chiariamo: chi è dunque un profugo di guerra? E’ una persona costretta ad abbandonare il proprio paese per motivi politici o in seguito a disgrazie naturali. Il Ministro La Russa ha dichiarato: “Non c’è neanche un tunisino a Lampedusa che sia un profugo. Sono clandestini. Cos’è cambiato? Che prima la polizia tunisina impediva la partenza. Ma ora il nuovo governo non riesce più ad arginare le partenze”.  E ancora: Nella gestione della crisi in Libia, ”l’importante e’ non confondere la questione dei profughi con quella degli immigrati clandestini”.  ”Con Maroni e tutto il governo – ha osservato il Ministro  – ci stiamo preparando ad accogliere i profughi che scappano  dalla Libia chiedendo aiuto all’Europa e anche ai Paesi extra  europei”. Diverso sara’ il comportamente dell’esecutivo nei  confronti degli immigrati clandestini ”come quelli – ha  precisato La Russa – di Lampedusa, che vengono da zone in cui  non c’e’ la guerra”. Perche’ in questo caso ”bisogna far  rispettare la legge, stipulare accordi cono paesi di origine,  accogliere gli immigrati secondo i flussi previsti e  respingere invece, nel senso di riaccompagnarli a casa, chi  e’ arrivato in italia in violazione della legge’. Quelli che invadono Lampedusa sono quindi tunisini immigrati clandestini, che presto si distribuiranno si tutto il territorio nazionale, con conseguenze disastrose.

La distinzione va fatta alla svelta. La sicurezza degli italiani lo esige. Poi Maroni farà i conti col popolo della Lega.  Popolo a cui notoriamente le belle parole non bastano: “Non possono essere considerati rifugiati, la grande maggioranza sono stati sistemati nei Cie, che sono saturi e l’intensità degli sbarchi sta creando disagi forti a Lampedusa”. E ieri sera sono sbarcati anche un centinaio di libici sulle coste del  Catanese. Sono arrivati con due barconi: il primo, con una cinquantina  di immigati si è incagliato sugli scogli di Riposto, il secondo, con una settantina di clandestini, è stato intercettato al largo di Catania e  fatto entrare, sotto scorta, nel porto del capoluogo etneo. “Questo – ha continuato Maroni – ci fa pensare che la situazione in Libia porterà la partenza in massa di cittadini libici e che questo rischia di essere un’emergenza”. Aspettiamo il blocco navale, caro Maroni, non i clandestini sul territorio. Poi vedremo come gestirà i 50.000 profughi – stavolta sì – libici in arrivo e dove li sistemerà… Forse nel suo “alloggio di servizio” di Roma che non si può rivelare per ragioni di sicurezza? Quella sicurezza a rischio oggi per milioni di italiani… Insomma – vox populi – Maroni, questi sbarchi ci han rotto i…

Giorgio Nadali

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150 anni dell’Unità d’Italia. 1861 e 2011. Come è cambiata la religiosità degli Italiani?


di Giorgio Nadali

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La religiosità degli Italiani nel 1861

Il motto della religiosità italiana del 1861? “Religione e
Patria. Credo perché sono italiano”. Raffaello Lambruschini a Bruxelles, nel
1843, pubblica “Del primato morale e civile degli Italiani” dedicato a Silvio
Pellico, nel quale sostiene che sebbene l’idea mazziniana di unità politica non
fosse realizzabile, esisteva, tuttavia, una razza italiana unita da vincoli di
sangue, di religione e di lingua, e che la guida di questa comunità era il
Papa. In “Fede e avvenire” Giuseppe Mazzini – uno dei quattro grandi Padri
della Patria – scrisse: «Noi cademmo come partito politico. Dobbiamo risorgere
come partito religioso. L’elemento religioso è universale, immortale:
universalizza e collega. Ogni grande rivoluzione ne serba impronta, e lo rivela
nella propria origine o nel fine che si propone. Per esso si fonda
l’associazione. Iniziatori d’un nuovo mondo, noi dobbiamo fondare l’unità
morale, il cattolicismo Umanitario». Nel 1848 lo statuto albertino prevedeva la
religione di Stato come Cattolica, Apostolica e Romana con l’articolo 1,

dapprima in vigore nel solo Regno di Sardegna e poi esteso
al nascente Regno d’Italia. (Oggi la religione di stato è prevista dalla
costituzione di quasi tutti i Paesi islamici).

Italiani attaccati al cattolicesimo

Il movimento di scristianizzazione che nel secolo XVIII
aveva infierito in Francia e nei paesi germanici, non aveva raggiunto le stesse
proporzioni in Italia. Sia che abitasse nella popolosa città del Piemonte o del
lombardo Veneto, o nei ducati più progrediti del centro, o nelle campagne
arretrate del Mezzogiorno napoletano, ovvero negli Stati della Chiesa,
l’italiano continuava ad essere attaccato sinceramente al suo cattolicesimo,
nonostante le infiltrazioni volterriane verificatesi in una parte della classe
intellettuale. La religione del popolo, pur nella sua ignoranza e nella sua
morale difettosa, era seria, ma insieme lontana dalla “rispettabilità”
protestante o dal conformismo della controriforma. Le pratiche di devozione
mantengono tutta la loro attrattiva per le masse. Molto numerose le
confraternite, alle quasi si teneva soprattutto per spirito di corpo e che
servivano per mantenere uno stretto legame tra la Chiesa e il popolo. Gli
intellettuali e la borghesia pur mantenendo una sensibilità cattolica,
auspicavano una riforma della Chiesa – soprattutto nell’Italia settentrionale e
in Toscana – e che non si tenesse più conto delle sue esigenze
nell’organizzazione della vita civile.

Dal 1848 si diffonde l’indifferenza religiosa

Dopo il 1848 lo stato complessivo della vita religiosa non è
più così positivo. Da diverse parti si segnala il diffondersi dell’indifferenza
religiosa tra il popolo. A Torino il fenomeno è notato da Don Bosco. Negli
ambienti evoluti incomincia a penetrare il razionalismo incredulo. Addirittura
un giovane prete giobertiano – Cristoforo Bonavino – con lo pseudonimo di
Ausonio Franchi, fonda nel 1854 un giornale (La Ragione) destinato a
propagandare l’idea che il razionalismo debba diventare la “religione” del XIX
secolo, sostituendosi al “cattolicesimo gesuitico”, ma anche a quello liberale
e al protestantesimo.

Progresso dell’anticlericalismo

Gli italiani danno a Pio IX e alla Chiesa la colpa
dell’insuccesso subito dal movimento nazionale nel 1848 e la crescente ostilità
che gli ambienti cattolici dirigenti mostrano verso le concezioni liberali non
fa che rafforzare il disagio. Vi è un raffreddamento tra le relazioni
borghesia-clero e progredisce l’anticlericalsimo, favorito da giornali come
L’Opinione, un tempo vicino alla Chiesa.

Fede sì. Istituzione Chiesa no

La maggioranza della gente vuole conciliare la propria
opposizione al cattolicesimo ufficiale e le tendenze politico-religiose
dominanti a Roma, con la propria fede cattolica e la pratica dei sacramenti, ma
inevitabilmente i rancori verso il papa conducono lentamente verso
l’indifferenza nei confronti della dottrina. Un aspetto che si ritroverà oggi
nel pensiero “Cristo sì, Chiesa no” dei “cattolici” lontani dalla Chiesa che
tanto avrebbe fatto inorridire S. Cipriano e quelli che come lui, ieri come
oggi pagano con la vita la loro fedeltà alla Chiesa. Nel III Secolo scrisse:
«Non può avere Dio per Padre, chi non ha la Chiesa per Madre».

Preti oziosi

La chiesa è sul punto di perdere in Italia la borghesia,
proprio nel momento in cui sta finendo di perdere, in Francia la classe
operaia. Il clero secolare, il cui reclutamento è facile e che verso il 1850
conta più di 60.000 preti sulla popolazione che non raggiunge i 25 milioni di
abitanti, è ben lontano dal dare quel che se ne potrebbe aspettare. Prima di
tutto molti preti non esercitano alcun ministero, contentandosi di amministrare
il loro patrimonio familiare o di servire da precettori e da cappellani in
qualche famiglia nobile, conservando una quasi totale libertà di movimento nei
riguardi del proprio vescovo.

e santi

Non mancano però i santi come S. Giovanni Bosco. Il suo
improvvisato patronato giovanile si trasformò presto in un’opera che con la sua
fama superò i confini italiani. S. Vincenzo Pallotti, uno dei precursori
dell’Azione Cattolica e la mistica S. Teresa di Lisieux, morta a ventiquattro
anni e una delle tre donne “dottore della Chiesa” (insieme a 30 uomini),
patrona dei malati di AIDS, aviatori, orfani, fiorai e missionari.

Spiritualità del Sacro Cuore

Nel 1861 in Italia è diffusa la devozione al Sacro Cuore,
nata negli ambienti religiosi femminili nel corso del XVIII secolo, come
tensione ad una spiritualità più affettuosa e sensibile verso il Signore,
nell’Ottocento si presenta come una diffusa religiosità popolare avvolta da un
pervadente sentimento partecipativo dell’esperienza religiosa. Questo secolo è
stato chiamato proprio il ”Secolo del Sacro Cuore”. Con il pontificato di Pio
IX questa devozione si diffonde come strumento di protesta e di difesa contro
il secolo razionalizzante, portato alla vita spensierata e godereccia. In
questo periodo storico la borghesia intellettuale, marcatamente individualista
e impregnata di cultura positivista riusciva ancora a comprendere ed era
sensibile al valore religioso di un’anima che partecipava all’opera redentiva,
votandosi all’apostolato del sacrificio.

Cattolici transigenti

La borghesia si allontanò sempre più da una Chiesa che
sembrava esigere sentimenti patriottici. Da una parte vi era il gruppo ridotto
dei cattolici transigenti che credevano possibile conciliare la fede cattolica
con i loro sentimenti italiani ed anche con un’effettiva partecipazione alla
vita pubblica, contrariamente alla parola d’ordine lanciata dall’abate Giacomo
Margotti e approvata dal Vaticano: Né eletti, né elettori.

Meno preti, più religiose e molta stampa cattolica

Nel 1850, su una popolazione che superava di poco i 23
milioni, vi erano circa 100.000 sacerdoti, con una media di un sacerdote ogni
250 abitanti con moltissimi edifici aperti al culto. Il numero delle vocazioni
religiose femminili inizia a salire e supererà quelle maschili nel 1911. Dal
1868 il clero è in forte continua diminuzione. La stampa cattolica, già viva in
Italia fin dalla Restaurazione, ebbe un forte incremento dopo il 1848, sino a
raggiungere il nel 1872, 126 periodici di cui 17 quotidiani per lo più locali.

La religiosità degli Italiani nel 2011

Non si può certo dire “non c’è più religione”, ma in 150
anni molto è cambiato. Il motto della religiosità italiana del 2011? “Credo, se
voglio e come voglio”. Oggi Il 70% degli italiani è convinto che non occorra
avere una fede religiosa per avere una morale. E’ il fenomeno della credenza
senza appartenenza. La società italiana è sempre più laica da un punto di vista
etico. Gli italiani non rinnegano la propria cristianità, ma non accettano più
quei precetti osservati solo per obbedienza. Un fai da te dei dettami morali,
insomma. Li osservo se ci credo e se mi convengono. I cattolici battezzati in
Italia sono 56.258.000 su 57.440.000 cittadini (pari al 97,94%), e fra il 33 e
il 38% della popolazione complessiva è praticante. Di questi fedeli il 10%
appartiene a movimenti laicali. 227 diocesi, 25.000 parrocchie, 48 cardinali,
500 vescovi, 38.000 sacerdoti, 22.300 religiosi, 16.740 religiose, 102.739 catechisti,
25.000 docenti di religione cattolica.

Ateismo in costante calo e donne con più fede

L’Italia rimane il Paese col minor numero di non credenti
con un calo costante negli anni. In controtendenza rispetto al altri Paesi
aumenta il numero dei praticanti nella fascia dai 18 ai 30 anni. La pratica
religiosa oggi è per lo più animata da convinzione personale, nonostante alcuni
riti importanti come il matrimonio in chiesa e il battesimo siano chiesti da
molti ancora per tradizione. I “credenti praticanti” rappresentano il
59,3% della fascia “anziana” della popolazione (oltre i
sessant’anni), il 40,5% della fascia “adulta” (tra i trentuno e i
sessant’anni), ma scendono al 28,6% nella fascia giovanile (tra i diciotto e i
trent’anni). Rispetto ad altri Paesi dove anche le donne – tradizionalmente più
religiose – si allontanano dalla religione, le italiane “non
credenti”, una minoranza forte nel 1981 (6,2%), alla fine degli anni
Novanta si sono all’incirca dimezzate (3,5%). Il settore femminile più vicino
alla Chiesa cresce di quasi dieci punti: dal 42,6% al 51,6%, diventando il
gruppo di maggioranza.

Fede critica verso l’Istituzione Chiesa

Sono soprattutto i maschi più giovani a mostrare un
atteggiamento critico verso la Chiesa. Le accuse sono quelle di incoerenza e
l’obiezione più ricorrente è quella che si può essere buoni cattolici senza
seguire le indicazioni in campo morale del Magistero – cioè dei Vescovi. Oggi
la religiosità deve fare i conti con due fattori importanti: il relativismo e
il secolarismo. Il relativismo porta a individualizzare la propria fede. La si
vive come si vuole. Il secolarismo la stacca dal contesto del vissuto
quotidiano. Il 75% dei giovani-adulti (18-49 anni) di entrambe i sessi,
ritengono che l’autonomia in campo etico possa tranquillamente legarsi ai
valori cattolici.

Fede privata e autonomia etica

L’orientamento della privatizzazione della fede interessa il
40% dei giovani uomini (18-29 anni), il 34% degli uomini adulti (30-49 anni) e
il 30% circa delle donne dai 18 ai 49 anni, rispetto al 25% degli uomini con
oltre 50 anni e al 18% delle donne della stessa età. D’altra parte, sono
soprattutto le donne mature e anziane a invitare la Chiesa a mantenere fermi i
propri principi e a riconoscere maggiormente il suo particolare ruolo religioso
nella

società. Le persone con oltre 50 anni, sia uomini che donne,
sono in particolare favorevoli alle iniziative cattoliche per affermare i
valori religiosi nella società (l’8 per mille alla Chiesa Cattolica, l’ora di
religione a scuola) e delle prescrizioni che regolano il mondo ecclesiastico,
come il celibato sacerdotale e il no al sacerdozio femminile). Tra queste
posizioni estreme si collocano poi altri due gruppi: da un lato quanti si
dichiarano religiosamente convinti e sono realmente attivi; dall’altro lato,
quanti si ritengono persone religiose o per tradizione educazione o per la
condivisione di alcune idee del cattolicesimo. Si tratta di raggruppamenti
assai numerosi, essendo il primo composto da circa il 38% della popolazione e
il secondo da circa un terzo degli italiani. Nel primo caso i soggetti condividono
le principali credenze cristiane si caratterizzano per una pratica religiosa
discontinua e per un livello medio alto di identificazione con la Chiesa; nel
secondo, si tratta di persone che affidano la loro partecipazione religiosa per
lo più ai riti di passaggio, segnate a deboli atteggiamenti di fede, per i
quali l’istanza religiosa rappresenta un principio di identificazione
culturale. Circa rapporto Chiesa-società il primo gruppo presenta posizioni
tendenzialmente più vicine al raggruppamento dei convinti attivi, mentre il
secondo mostra posizioni più disincantate e distaccate nei confronti della
Chiesa con giudizi più critici circa il modo in cui essa opera nel Paese.

Tenuta della fede cattolica

La grande maggioranza degli italiani continua a definirsi
cattolica, e a credere in Gesù Cristo e del tutto o almeno in parte negli
insegnamenti della Chiesa cattolica. In particolare, dichiara di appartenere
alla religione cattolica l’88% della popolazione, mentre più della metà si
identifica nella figura di Cristo e nelle indicazioni della Chiesa e un altro
30% crede in Gesù Cristo e solo parzialmente nella Chiesa. Anche in un clima
più realistico e differenziato come quello del 2011 prevale dunque nel nostro
paese una certa qual uniformità a religiosa. In questo quadro, comunque, solo
una ridotta minoranza di soggetti (7-8%) che non crede in Dio o risulta in
ricerca o indifferente al problema religioso; mentre altre e esigue minoranze
sono rappresentate da quanti credono di non essere o realtà superiore pur senza
appartenere a una specifica a religione (6,4%) e da quanti appartengono a
confessioni o gruppi movimenti religiosi diversi da quella cattolica (2-3%).

Fede “etnico-religiosa”

Nella società italiana di oggi non si registra un aumento
del numero dei soggetti che prescindono da un riferimento religioso o
caratterizzati da posizioni di ricerca, per contro, risulta allargata la
tendenza a riconoscersi nell’espressione della fede prevalente nel nostro
contesto, anche se ciò non depone per una generalizzata accettazione del
modello ufficiale di religiosità. Nel nostro Paese inoltre non risulta
particolarmente estesa nemmeno la quota di soggetti che maturano un’idea di Dio
scollegata da un’appartenenza religiosa specifica; questo fenomeno che va sotto
il nome di “credenza senza appartenenza” risulta in aumento in alcuni Paesi del
centro-nord Europa. Nel 2011 emerge una contraddizione singolare in Italia,
riscontrabile comunque anche nella maggior parte dei paesi occidentali, a
dominanza sia cattolica sia protestante; seppur di poco, quanti dichiarano di
appartenere a una religione (in questo caso il cattolicesimo) risultano più
numerosi di quanti credono in Gesù Cristo, nel Dio della tradizione cristiana;
per una certa quota di persone, dunque,

l’appartenenza religiosa acquista – anche a livello
esplicito – un carattere più etnico-culturale che religioso.

Le tappe più importanti

1860 – Unificazione dell’Italia. 19 gennaio. Enciclica
Nullis Certe Verbis di Pio IX in difesa dello Stato della Chiesa

1861 – 17 marzo. Proclamazione del Regno d’Italia

1865 – il frate agostiniano Gregor Mendel scopre i caratteri
ereditari. E’ il padre della moderna genetica

1867 – 19 giugno. Nasce a Bologna la Società della gioventù
cattolica italiana (Oggi Azione Cattolica Italiana). Fondata da Mario Fani e
Giovanni Acquaderni. Tra i precetti vi è un diffuso impegno alla carità verso i
più deboli e i più poveri.

1868 – 30 gennaio. Non expedit (non conviene). Proibizione
ai cattolici di partecipare alla vita politica

1869 – 8 dicembre. Apertura del Concilio Vaticano I

1870 – 20 settembre. Fine dello Stato Pontificio (1118 anni,
dal 752) e del potere temporale della Chiesa Cattolica

1871 – 13 maggio. Il governo italiano promulga la legge
delle guarentigie, per regolare i rapporti tra Regno d’Italia e Santa Sede.

1874 – 12 giugno. Primo congresso dei cattolici italiani a
Venezia

1875 – Anno Santo

1878 – 7 febbraio. Muore Pio IX. 20 febbraio. Elezione di
Leone XIII

1888 – 31 gennaio. Muore S. Giovanni Bosco. Enorme opera
educativa fondata su tre parole: ragione, religione, amorevolezza.

1891 – 15 maggio. Leone XIII scrive la prima enciclica
sociale (Rerum novarum) sulla questione operaia.

1896 – 31 agosto. Nasce la Federazione universitaria
cattolica italiana

1901 – 18 gennaio. Enciclica Graves de communi sulla
democrazia cristiana: Leone XIII insiste sull’obbligo dei cattolici di
astenersi dal partecipare alla vita politica sinché non sarà risolta la
questione romana.

1900 – Anno Santo

1903 – 20 luglio. Muore Leone XIII. 4 agosto. Elezione di S.
Pio X

1904 – 11 giugno. Enciclica Il fermo proposito di S. Pio X
dedicata all’”azione cattolica” in

Italia. Prime deroghe al non expedit.

1906 – Febbraio. Nascono l’Unione popolare, l’Unione
elettorale e l’Unione economico sociale dei cattolici italiani

1907 – 8 settembre. Enciclica Pascendi dominici gregis.
Condanna del modernismo come sintesi di ogni eresia.

1910 – 1 settembre. S. Pio X impone al clero il giuramento
antimodernista contro il modernismo teologico che affermava – tra l’altro – che
la Rivelazione non è Parola di Dio

1912 – 12 ottobre. Pubblicato il catechismo di S. Pio X

1914 – 20 agosto. Muore Pio X. 3 settembre. Eletto Benedetto
XV. 1 novembre. Enciclica Ad beatissimi, che condanna la guerra

1919 – 18 gennaio. Fondazione del Partito Popolare italiano
ad opera di Don Luigi Sturzo. 12 novembre. Decaduto il Non expedit.

1922 – 22 gennaio. Muore Benedetto XV. 6 febbraio, elezione
di Pio XI

1925 – Anno Santo

1927 – Il prete gesuita belga Georges Lemaitre pubblica la
teoria del Big Bang, basata sulla relatività generale

1929 – 11 febbraio. Patti lateranensi tra Italia e Santa
Sede sottoscritti dal Cardinal Gasparri e Benito Mussolini. Proclamazione di
indipendenza dello Stato della Città del Vaticano. 31 dicembre. Enciclica
Divini illius magistri sull’educazione cristiana della gioventù.

1931 – 15 maggio. Enciclica Quadragesimo Anno sulla
questione sociale. 29 giugno. Enciclica Non abbiamo bisogno, che condanna lo
stato totalitario

1937 – 14 marzo. Enciclica Mit brennender sorge contro il
nazismo. 19 marzo. Enciclica Divini Redemptoris contro il comunismo ateo.

1938 – 3 agosto. Il governo introduce le leggi razziali. La
Chiesa prende le distanze

1939 – 10 febbraio. Muore Pio XI. 2 marzo. Eletto Pio XII

1948 – il beato Don Carlo Gnocchi fonda la Fondazione Pro
Infanzia Mutilata

1949 – 15 luglio. Decreto di scomunica dei comunisti da
parte del Sant’Uffizio

1950 – Anno Santo. 1 novembre. Pio XII promulga il dogma
dell’Assunzione di Maria Vergine in Cielo

1958 – 9 ottobre. Muore Pio XII. 28 ottobre. Eletto Giovanni
XXIII

1962 – 11 ottobre. Apertura del Concilio Vaticano II

1963 – 3 giugno. Muore Giovanni XXIII. 21 giugno. Eletto
Paolo VI

1965 – 7 marzo. Prima Messa celebrata nella lingua italiana.
2 dicembre. Abolizione del Sant’Uffizio (trasformato in Congregazione per la
Dottrina della Fede) e dell’indice dei libri proibiti

1967 – 26 marzo. Enciclica Popolorum progressio sullo
sviluppo del Terzo Mondo

1968- 25 luglio. Enciclica Humanae vitae sulla regolazione
delle nascite

1974 – 12, 13 maggio – Referendum sul divorzio. Vince il
fronte divorzista (59,1%)

1975 – Anno Santo

1978 – 6 agosto. Muore Paolo VI. 26 agosto. Eletto Giovanni
Paolo I. 28 settembre. Muore Giovanni Paolo I. 16 ottobre. Eletto Giovanni
Paolo II

1981 – 17 maggio. Referendum sulla modifica della legge
sull’aborto proposta dal Movimento per la Vita. Vince il fronte abortista

1983 – Anno Santo straordinario dai 1950 anni dalla
redenzione.

1984 – 18 febbraio. Revisione del Concordato tra Stato
Italiano e Santa Sede

1986- 13 aprile. Giovanni Paolo I è il primo papa ad entrare
in una sinagoga ebraica. 27 ottobre. Incontro di tutte le Religioni ad Assisi,
voluto d Giovanni Paolo II. 30 dicembre. Enciclica Sollicitudo rei socialis
sullo sviluppo e la solidarietà interazionale

1988 – 15 agosto. Enciclica Mulieris dignitatem sulla
dignità ella donna

1993 – 6 agosto. Enciclica Veritatis splendor sulla verità
morale

1994 – 18 gennaio. Scompare la Democrazia Cristiana travolta
dallo scandalo di “Mani pulite”

1995 – 25 marzo. Enciclica Evangelium vitae
sull’inviolabilità della vita umana

1997 – 5 settembre. Muore Madre Teresa di Calcutta

2000 – Anno Santo. 26° Giubileo

2005 – 2 aprile. Muore Giovanni Paolo II. 19 aprile. Eletto
Benedetto XVI, 265° papa.

2009 – 29 giugno. Enciclica Caritas in veritate sulla crisi
economica, povertà, occupazione. 237° enciclica dal 1861

2011 – 1 maggio. Beatificazione di Papa Giovanni Paolo II

2011 – 27 ottobre. Quarto incontro di tutte le Religioni ad
Assisi con Benedetto XVI

Giorgio Nadali

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