Potere e servizio. Pragmatismo laico e carità cristiana a confronto


Di Giorgio Nadali

Il “potere” in senso cristiano “non si impone mai, e rispetta sempre la nostra libertà” ma proprio perciò “ad ogni coscienza” si rende necessaria “una scelta”: lo ha affermato Benedetto XVI all’Angelus recitato ieri  domenica 22 novembre 2009, nel giorno che la liturgia romana dedica alla figura di Gesù Cristo Re dell’universo.

Il segno “paradossale” del ‘potere’ regale di Gesù – ha spiegato il pontefice – è la Croce, che indica “la vittoria della volontà d’amore di Dio Padre sulla disobbedienza del peccato”. Un potere che deriva dal sacrificio di sé, e che “non è quello dei re e dei grandi di questo mondo”, ma il potere dell’amore, che sa ricavare il bene dal male, intenerire un cuore indurito, portare pace nel conflitto più aspro, accendere la speranza nel buio più fitto. Questo Regno della grazia – ha aggiunto il Papa – non si impone mai e rispetta sempre la nostra libertà”. Chi accoglie la testimonianza di Cristo – ha proseguito il pontefice citando sant’Ignazio di Loyola – si pone sotto la sua “bandiera”. “Ad ogni coscienza, dunque – ha concluso – si rende necessaria, questo sì, una scelta”.

“Scegliere per Cristo – ha detto ancora il Papa all’Angelus – non garantisce il successo secondo i criteri del mondo, ma assicura quella pace e quella gioia che solo Lui può dare. Lo dimostra, in ogni epoca, l’esperienza di tanti uomini e donne che, in nome di Cristo, in nome della verità e della giustizia, hanno saputo opporsi alle lusinghe dei poteri terreni con le loro diverse maschere, sino a sigillare con il martirio questa loro fedeltà”. Tra i significati del Crocifisso – ha quindi sottolineato il pontefice – c’é anche questo, quello di provare e ricordare la “regalità” sacrificale di Gesù Cristo, una qualità annunciata all’angelo Gabriele a Maria, ma che lei stessa comprese solo “ascoltando le sue parole e soprattutto partecipando intimamente al mistero della sua morte di croce e della sua risurrezione”.

Per un cristiano il fare per gli altri, il lavoro, il potere sono servizio. Certo, per fare il bene non è essenziale una fede. Ma qual è la differenza tra il fare per gli altri di un cristiano e quello di un ateo? La natura umana è egoistica. Per essere spinti a fare gratuitamente per gli altri e per vivere il proprio fare come servizio occorrono valori spirituali.

Già Benedetto XVI nell’enciclica Caritas in Veritate scriveva:

La carità non esclude il sapere, anzi lo richiede, lo promuove e lo anima dall’interno. Il sapere non è mai solo opera dell’intelligenza. Può certamente essere ridotto a calcolo e ad esperimento, ma se vuole essere sapienza capace di orientare l’uomo alla luce dei principi primi e dei suoi fini ultimi, deve essere “condito” con il « sale » della carità. Il fare è cieco senza il sapere e il sapere è sterile senza l’amore. Infatti, « colui che è animato da una vera carità è ingegnoso nello scoprire le cause della miseria, nel trovare i mezzi per combatterla, nel vincerla risolutamente »… La carità non è un’aggiunta posteriore, quasi un’appendice a lavoro ormai concluso delle varie discipline, bensì dialoga con esse fin dall’inizio. Le esigenze dell’amore non contraddicono quelle della ragione. Il sapere umano è insufficiente e le conclusioni delle scienze non potranno indicare da sole la via verso lo sviluppo integrale dell’uomo. C’è sempre bisogno di spingersi più in là: lo richiede la carità nella verità. Andare oltre, però, non significa mai prescindere dalle conclusioni della ragione né contraddire i suoi risultati. Non c’è l’intelligenza e poi l’amore: ci sono l’amore ricco di intelligenza e l’intelligenza piena di amorePaolo VI aveva visto con chiarezza che tra le cause del sottosviluppo c’è una mancanza di sapienza, di riflessione, di pensiero in grado di operare una sintesi orientativa, per la quale si richiede « una visione chiara di tutti gli aspetti economici, sociali, culturali e spirituali »

Un pragmatista, invece, sarà interessato a questioni di metodo o di fine nella misura in cui la loro risoluzione porta ad agire con profitto ed efficacia, attraverso un continuo rimando a premesse e circostanze concrete. Senza la carità il fare per gli altri diventa assistenzialismo. Infatti Benedetto XVI osserva: “La sussidiarietà è prima di tutto un aiuto alla persona, attraverso l’autonomia dei corpi intermedi. Tale aiuto viene offerto quando la persona e i soggetti sociali non riescono a fare da sé e implica sempre finalità emancipatrici, perché favorisce la libertà e la partecipazione in quanto assunzione di responsabilità. La sussidiarietà rispetta la dignità della persona, nella quale vede un soggetto sempre capace di dare qualcosa agli altri. Riconoscendo nella reciprocità l’intima costituzione dell’essere umano, la sussidiarietà è l’antidoto più efficace contro ogni forma di assistenzialismo paternalista”. Quindi, certamente si può lodare l’impegno di un chirurgo ateo e pacifista che fonda una organizzazione non lucrativa per cure gratuite nel terzo mondo, ma il punto di partenza è diverso. Un cristiano nell’altro in difficoltà vede Cristo. Senza la fede abbiamo l’assistenzialismo. Non basta il dare e il fare. Occorre dare se stessi. Infatti, quanti atei o non persone non religiose si impegno per gli altri? E quanti cristiani?  E’ ovvio che la fede spinge al dono di sé che va ben oltre la pura azione e il semplice dare.

C’è poi chi ha tentato di tirare la tunica di Gesù sia a destra che a sinistra… Gesù, in forza del suo ministero e del suo messaggio, ha sempre evitato lo scontro politico, in particolare il messianismo politico, condiviso dalla maggioranza dei giudei del suo tempo.

Chi vorrebbe “portare” Gesù a sinistra rivendica i valori dell’attenzione ai più deboli, alla solidarietà, alla giustizia sociale, dell’economia equa e solidale… In realtà la visione originaria del marxismo nega i valori religiosi. Marx ha elaborato la sua nota teoria della religione come “oppio dei popoli”. Secondo questa teoria la religione è il prodotto di un’umanità alienata e sofferente per causa delle ingiustizie sociali, quindi se la religione è il frutto malato di una società malata, l’unico modo per sradicarla è quello di distruggere le strutture sociali che la producono, cioè abbattere la società di classe. Un’idea originaria, ma anacronistica? Proseguiamo nella storia. A giudizio di Gramsci (uno dei padri della sinistra in Italia) il comunismo era “La religione che doveva ammazzare il cristianesimo. Religione nel senso che anch’esso è una fede, che ha i suoi martiri e i suoi pratici; religione perché ha sostituito nelle coscienze al Dio trascendentale dei cattolici la fiducia nell’uomo e nelle sue energie migliori come unica realtà spirituale”. Per Togliatti Mentre con i veri cattolici il comunismo può coesistere solamente nella lotta, la sua consistenza con le religioni che accettano il relativismo dialettico può essere senz’altro pacifica. Gesù disse: “Sia invece il vostro parlare sì, sì; no, no; il di più viene dal maligno”. (Mt 5,37) Non esiste relativismo per un cristiano. «Io sono la via, la verità e la vita”. (Gv 14,6) Il relativismo è la negazione della verità. Nel cattolicesimo la difesa degli ultimi e la giustizia internazionale non provengono dalla lotta (materialista) di classe, ma dall’applicazione pratica dei valori spirituali della magna carta della morale evangelica: le otto beatitudini. Il materialismo dialettico del comunismo esclude l’orizzonte spirituale e, senza Dio, diventa utopia ideologica.

Chi vorrebbe “portare” Gesù a destra può rivendicare la storica alleanza tra Mussolini e la Chiesa Cattolica, culminato nei Patti Lateranensi del 1929 col Concordato. Ma anche il rispetto dei valori della famiglia, contro il divorzio, e della vita, contro l’aborto e i valori specificatamente di fede. Ma va anche ricordato che, come il materialismo dialettico di Marx è ideologia antireligiosa, così anche il liberalismo economico sfrenato rimane per il cristiano una forma di paganesimo, perché Gesù disse: «Guardatevi e tenetevi lontano da ogni cupidigia, perché anche se uno è nell’abbondanza la sua vita non dipende dai suoi beni» (Lc 12,15). Non è il capitalismo in quanto tale che è in discussione. Il libero mercato è certamente più in linea con la dignità della persona umana, rispetto al marxismo, che nega la libera iniziativa economica e penalizza fortemente le qualità individuali, appiattendo tutti con l’idea di un’utopica uguaglianza sociale (non di parità della dignità umana). E’ invece da condannare la separazione tra eticità ed economia. Quando al centro dell’attività economica non c’è più l’uomo e i suoi diritti, ma solo il profitto. Quando al centro della politica non c’è la dignità umana e la sua promozione, ma il potere. Potere che per un cristiano deve sempre divenire servizio agli altri.

Giorgio Nadali

www.giorgionadali.it

 

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